La repressione del regime comunista cinese non ha più confini

Nell’ottobre 2019 Luo Daiqing, mentre frequentava negli Stati Uniti l’università, ha paragonato in un tweet Xi Jinping a Winnie the Pooh. Rientrato in Cina per le vacanze estive, è stato arrestato e condannato a sei mesi di carcere

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La storia di Luo Daiqing è la dimostrazione perfetta di quanto sia diventato onnipervasivo il sistema di controllo messo in piedi dal Partito comunista cinese della vita di ogni singolo cittadino. È anche la conferma che nessuno può sfuggire alla repressione quando esce dal seminato, anche se si trova all’estero, anche se usa un social network che non può essere letto in Cina, anche se voleva soltanto fare una battuta. Nelle dittature l’ironia è reato.

GALEOTTO FU IL TWEET CON WINNIE THE POOH

Il 22 gennaio la Corte del popolo del distretto di Wuchang, in quella Wuhan al centro delle cronache in questi giorni per l’epidemia di coronavirus, ha rivelato di aver condannato a novembre Luo, giovane studente di 25 anni che frequenta l’università americana del Minnesota, a sei mesi di carcere «per aver postato un messaggio su Twitter criticando il presidente Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista cinese».

Luo è stato accusato nello specifico di aver pubblicato «decine di commenti e immagini inappropriati insultando il leader di questo paese» nel settembre e nell’ottobre 2018. In particolare, ha diffuso un’immagine che ritraeva Xi nelle sembianze di Winnie the Pooh, uno scherzo irriverente molto comune (e bandito in Cina) che sfrutta la somiglianza del presidente cinese con l’orsetto del Bosco dei cento acri.

L’ARRESTO AL RIENTRO IN CINA

Non appena Luo, il 12 luglio 2019, è tornato a casa a Wuhan per le vacanze estive, è stato arrestato. Il 5 novembre è stato condannato a sei mesi di carcere e rilasciato l’11 gennaio. Intervistato da Radio Free Asia, ha dichiarato brevemente dopo essere tornato in libertà: «Ora devo prendermi una pausa», senza specificare se sia ancora soggetto a restrizioni o se si trovi attualmente sotto sorveglianza.

Il senatore americano Ben Sasse, protestando contro la sentenza, ha ricordato che Twitter non è accessibile in Cina, dunque le uniche persone ad aver visto quei tweet sono «gli sgherri pagati dal regime per monitorare i cittadini cinesi, anche quando godono di tutte le libertà qui negli Stati Uniti. Ecco a che cosa assomiglia un totalitarismo paranoico e spietato».

«LA CINA ESERCITA UN CONTROLLO GLOBALE»

Non è la prima volta che uno studente cinese viene condannato in patria per l’utilizzo disinvolto dei social media all’estero. Nel febbraio 2017 Kwon Pyong (Quan Ping in cinese) venne condannato nella provincia di Jilin per «sovversione» per aver postato quando si trovava negli Stati Uniti un selfie che lo ritraeva con indosso una maglietta critica verso Xi Jinping (nella quale veniva chiamato “Xitler” e “Baozi Xi”, in riferimento alle foto diffuse urbi et orbi dalla propaganda comunista che ritraevano Xi mangiare in un ristorante povero con persone comuni deliziosi panini al vapore).

Gu Sulaiman, studente laureato all’università della Georgia, ha commentato così entrambi i casi: «Sono la dimostrazione di quanto è grande il cyberpotere cinese e di come il regime sia in grado di esercitare un controllo globale su quello che viene fatto e detto su suolo statunitense».