Ciao Marco, adesso lo sai anche tu che aveva ragione Pasolini

«Ci vorrebbe un Pannella a dirigere Tempi», ci disse una volta don Giussani. La nostra amicizia col leader radicale e quella profezia di PPP di quarant’anni fa

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Io avevo poco più di vent’anni e Marco Giacinto Pannella era già il maturo e trascinante leader referendario che abbiamo imparato a conoscere. Pannella aveva già passato i quaranta. Mi pare si fosse a una festa dell’Unità o dell’amicizia Dc. Non ricordo bene. Sta di fatto che ci trovammo insieme su un palco napoletano. Lui a predicare l’antiproibizionismo. Io, l’esatto contrario (finendo per altro a raccontare con ingenua strafottenza dello spinello offertomi da uno svizzero che mi aveva caricato in autostop sulla Genova-Milano: «Ho un ideale, non accetto anestetici», e quello, prendendomi evidentemente per matto, mi aveva scaricato al primo autogrill).

Fu la prima volta con Pannella. Il quale, contrariamente all’orda conformista e littoria di sinistra già in voga allora – stiamo parlando di inizi anni Ottanta – aveva rispetto di don Luigi Giussani e dei giussaniani. Sentiva la forza di un ideale in battaglia e sapeva che in gioco c’erano gli antipodi che si attraggono. Il senso del Totalmente Altro. E il senso della Totale Immanenza. Due idee opposte di libertà: l’ebraico-cristiana dell’intima relazione tra esseri destinati alla tomba e l’Essere che fa tutte le cose, dunque ogni cosa è sacra e immortale. E l’idea di libertà prometeica-rinascimentale, dell’uomo misura di tutte le cose e legislatore a se stesso.

Rispettava i ciellini Marco Giacinto Pannella. E ne rimase anche attratto («quando mi inviterete al Meeting di Rimini?»). Così, quella prima volta che ci incrociammo in quel di Napoli, divenne il lungo corso di un’amicizia. Singolare ma reale. Anche se ci perdemmo di vista per parecchi anni. I lettori di Tempi sono abbastanza informati dei fatti accaduti tra noi e i radicali nell’ultimo ventennio. Tanto per cominciare, ricorderanno i cenni fatti qui e là sul nostro giornale (l’abbiamo fatto anche su Tempi nel numero di settimana scorsa). Ricorderanno il cenno che abbiamo fatto a un pranzo in piazza Corvetto, a Milano, quando era in pista l’idea del settimanale, con don Giussani, Giancarlo Cesana, Antonio Simone e il sottoscritto. Con Cesana che, dopo la chiusura del Sabato, per non stringere la nuova creatura che avevamo in testa nel recinto di Cl proponeva di chiedere a Giuliano Ferrara di dirigere il futuro Tempi. Mentre Giussani, sorridendo sornione, se ne uscì con un – vado a memoria – «ci vorrebbe un Pannella, per dire, tanto le nostre ragioni si mostrerebbero invincibili anche tra le gambe del diavolo. A noi basterebbe che ci lasciassero scrivere una paginetta, una paginetta soltanto…».

Quando lo raccontai a Pannella egli non rise. Lo sapeva che Giussani aveva il suo stesso suo spirito libertario e battagliero. E infatti credo che anche Pannella condividesse l’opinione che una volta sentii dire da un amico di Giussani: «Tu sei un anarchico, ma con un forte accento cattolico». E Giussani rise a crepapelle. È la verità. Talmente la verità che, pur essendo rimasti in un certo senso “radicali” alla Pannella nel mantenere la posizione sui famosi “principi non negoziabili” (che per altro pare adesso non vadano più tanto di moda, sebbene pare che anche secondo santo papa Wojtyla e il papa emerito Ratzinger restino validi come 2+2 fa quattro e non come “ma la matematica è sempre in evoluzione”), ci siamo ancora incrociati e vicendevolmente sostenuti in certe battaglie di libertà. Sulla scuola paritaria come sulle carceri, ad esempio. Epopea che ci vide insieme, sul palco di una piazza di Roma, a comiziare la folla (in prevalenza di ex detenuti e famiglie di detenuti) dopo una marcia di Natale per la legalità e contro l’infamità delle condizioni di detenzione nelle carceri italiane.

L’ultima volta che ci siamo visti – perché ahimé non sono stato tra coloro che sono andati a trovarlo a casa, nelle ultime settimane di vita, un po’ per amicizia, un po’ in favore di telecamere (ma ci sta, entrambe le cose piacevano al grande leader) – è stato un pomeriggio dell’anno passato, o giù di lì. Mi chiama e mi dice, «senti, che ne dici di fare un po’ di esercizi spirituali?». Esercizi spirituali? Da quando ti sei dato alla religione? «Vuoi scherzare, io sono sempre stato religioso, dai vieni». Insomma, per esercizi Pannella intendeva le due ore di conversazione (abbastanza a senso unico, il suo) in una stanza della storica sede romana del partito radicale vicino a piazza Argentina.

Mi parlò della sua infanzia a Teramo. Della sua educazione cattolica. Di un suo zio vescovo e soprattutto del Vecchio Testamento. Citava a memoria qua e là, sbarellando di Giudici, sproloquiando di Isaia, riscrivendo a suo piacimento libertario lo spirito e il senso dell’Alleanza. Insomma, Pannella si sentiva (e si piaceva) più Papa del Papa e più Lutero di Lutero. Un campione di suggestione fantasmagorica. Un visionario, certamente. Ma soprattutto uno spirito di assoluta tenacia politica e di assolutismo politico. Quando inforcava una battaglia – vedi carceri – non la mollava più, fino a prendere gli avversari (e gli stessi suoi compagni) per sfinimento. Ne sanno qualcosa i Bordin. E le Bernardini. Ne sanno qualcosa i suoi compagni radicali della prima ora. Come Lorenzo Strik Lievers, che fu tra i primi radicali e già all’età di 13 anni fu beccato proprio da don Giussani a stampigliare sui muri intorno al liceo Manzoni il simbolo del partito radicale. Lievers fu anche tra i primissimi allievi del Giuss. E fu uno dei suoi più tenaci oppositori. Ebbene, grazie a Giussani e Pannella, Strik Lievers ha speso la vita per la libertà di insegnamento e di educazione.

Morto da “santo laico”, ora a Marco Giacinto Pannella toccherà sorbirsi la piaggeria retorica di quello che lui chiamava “regime”. Gli daranno del “profeta disarmato”. Del “liberale autentico”. Del “visionario postmoderno”… Morto Marco Giacinto Pannella e fatta eccezione per Giuliano Ferrara che gli diede il suo («E smettila di gigionare, Ministro del Culto») all’epoca in cui, 2005, noi foglianti e tempisti di “Fratello embrione sorella verità” lo atterrammo nella polvere sconfiggendolo nel referendum sulla legge 40, oggi saranno tutti lì, chi per un verso, chi per un altro, a raccontare il cavaliere intrepido senza macchia e senza paura che ha fatto evolvere la società italiana verso le famose democrazie del nord. Così felicemente post-cattoliche, mentre noi qui purtroppo, come diceva il tropo andato in voga per un certo periodo di Prima Repubblica, “non abbiamo conosciuto la rivoluzione protestante”. Ma eccolo lì, il protestante per eccellenza, dato il mortal sospiro, a riposare in pace.

Riposa in pace, Marco. D’altra parte hai conosciuto il tuo “In hoc signo vinces” postcostantiniano. È dal divorzio in avanti che il lievito radicale si è fatto massa. E come preconizzato dal filosofo cattolico Augusto Del Noce, è diventato “partito radicale di massa”. Alla fine hai vinto tu, sconfiggendo e assimilando al tuo immanentismo, le due grandi “chiese” politiche italiane del secolo scorso. Hai vinto sconfiggendo e assimilando il Partito Comunista, che in tempi ancora berlingueriani randellava i “provocatori” radicali (per esempio colpevoli di presentarsi prima dei compagni al deposito del simbolo di partito in tribunale al via delle campagne elettorali, e questo era molto vietato perché i comunisti dovevano ottenere, con le buone o con le cattive, il primo posto in alto a sinistra nelle schede elettorali). E hai vinto sconfiggendo e assimilando la Democrazia Cristiana, il partito dei cattolici, morente fin dai tempi di Moro, con i radicali divenuti definitivamente simboli della rivoluzione antropologica di pasoliniana memoria, il trionfo sulla Dc di Fanfani e il trionfante referendum sul divorzio del 1974. Passato quel Rubicone, ci fu qualche anno di piombo. Ma poi la modernità pannelliana ha trionfato. L’aborto è stato una passeggiata (il no si fermò al 32 per cento). E di lì in avanti Pannella sarebbe stato il vero artefice di tutte le rivoluzioni italiane. Pasolinianamente parlando, però. Perché adesso lo vedi anche tu, caro Marco, come aveva ragione il Pasolini che tu stesso leggesti al congresso radicale, quel suo discorso preparato per il tuo congresso e letto da te, Marco Giacinto Pannella, perché Pasolini era stato assassinato pochi giorni prima.

Quel discorso di Pasolini a Pannella e ai suoi radicali, si concludeva così:

«Io vi prospetto – in un momento di giusta euforia delle sinistre – quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova “trahison des clercs”: una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita. Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili. Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera».

Perciò, ai radicali che restano, il nostro augurio è lo stesso che fece Pasolini ai radicali e al Pannella del 1975. «Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare». Ma con una postilla: scandalo e contrarietà, identificazione col diverso e bestemmia, oggi non possono significare altro che presenza e identificazione con le diversità che si oppongono al nuovo ordine costituito. Che Pasolini (non soltanto il vescovo di Monreale monsignor Pennisi all’indomani della legge sulle unioni civili) ha chiamato “nuovo fascismo”.

Foto Ansa

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •