La chiusura dell’Istituto Vittoria Colonna deve farci vergognare tutti

Dopo 120 anni si arrende una storica scuola paritaria milanese. Solo i ricchi ormai hanno libertà di scelta educativa. Nel nome dell’uguaglianza, lo Stato produce classismo

Annuncio di chiusura pubblicato sul sito dell'Istituto paritario Vittoria Colonna a Milano

È notizia recente la chiusura della storica scuola Vittoria Colonna a Milano. Centoventi anni di storia, di servizio pedagogico-educativo, di pluralismo si concludono con le frasi chiare, distinte, sine glossa di una breve nota pubblicata nel sito dell’istituto.

«Purtroppo l’Istituto evidenzia, ormai da diversi anni, un rilevante deficit strutturale causato dalla carenza delle proprie risorse sia umane sia economiche, ormai insufficienti per far fronte alla missione educativa e pedagogica, alle sempre più numerose incombenze amministrative e burocratiche.

La Congregazione [delle Figlie del Cuore di Maria], che negli anni e anche nel recente passato non ha lesinato i suoi sforzi colmando anno dopo anno questo deficit, e ciò con la vendita di beni del proprio patrimonio, ora non dispone più dei mezzi umani e materiali per sostenere l’Opera».

La Congregazione è consapevole del grave pericolo che interessa la nazione: siamo a rischio sempre più reale di monopolio educativo. Il pluralismo educativo è gravemente compromesso. Ma in realtà ad essere sotto attacco è la famiglia, impedita ad esercitare la propria responsabilità educativa in modo libero, se non a patto di cedere a un ricatto economico, e oggi privata sempre più del pluralismo.

In questo braccio di ferro, la famiglia italiana risulta un’illusa se pensa di poter essere libera di scegliere, come si fa nel resto d’Europa. Si sente dire, infatti: «Se non l’ha capita con la discriminazione economica, tranquilli! Alla lunga la capirà, quando la priveremo delle scuole pubbliche paritarie, che, accanto a quelle statali, sono garanzia di pluralismo».

E allora il gioco è fatto. Rimangono solo la scuola statale unica di monopolio (quella dei peggiori regimi) e la scuola privata dalle rette over 8.000 euro (quella dei ricchi per i ricchi). Poco importa se si tratta di scuole cattoliche, anzi cattolicissime, di chiara tendenza confessionale forse… D’un tratto, chi negli anni si è schierato contro la scuola libera (perché l’istruzione unica è quella statale) ora non si sdegna più per l’esistenza della scuola confessionale, perché questa, essendo quella dei ricchi, non disturba.

Quindi il problema non era la scuola cattolica, sacrificata sull’altare della scuola laica. La posta in gioco era avere la cultura di massa nelle proprie mani. Accertarsi di poter formare le generazioni nella scuola di Stato unica, per avere sudditi assicurati! E lasciare che continuino ad esserci i ricchi di sempre, i quali si pagheranno la possibilità di scelta.

E che la vera esigenza fosse questa (assicurarsi dei sudditi che la scuola avrebbe rischiato di trasformare in cittadini) lo dimostrano le scuole paritarie dalla retta over 8.000, che non solo non chiudono, ma proliferano. Chiunque abbia un sano senso civico non può non riconoscerlo. E la chiusura dell’Istituto Vittoria Colonna diventa rappresenta un terremoto che, a vent’anni dalla legge sulla parità, deve scuoterci tutti, deve farci stare male, deve farci vergognare.

Chi sostiene la scuola libera non è contro la scuola statale, ma è a favore della famiglia, prima responsabile dell’educazione dei figli oltre ogni censo economico.

Chi predica l’uguaglianza, in questo caso, esercita in realtà la più grave discriminazione di sempre, poiché costringe il povero ad accontentarsi. E la Congregazione lo sa bene. Difatti, nella nota si legge:

«La congregazione, dopo attente riflessioni, seppur consapevole del fatto che il pluralismo educativo è gravemente compromesso a causa della discriminazione economica perpetuata ai danni della famiglia italiana, non è più in grado di continuare questa realtà educativa».

Ecco servita l’ingiustizia! Verrebbe da dire che ci si è arresi, che si è gettata la spugna…

Io dico invece che la Congregazione, con un gesto chiaro e forte, ha restituito allo Stato italiano la sua responsabilità, che pesa come un macigno. Soltanto dal punto di vista economico, la chiusura del Vittoria Colonna può raggiungere un peso sulle casse pubbliche pari a 3.000.000 di euro l’anno (3 milioni), poiché sistemare nelle proprie strutture tutti i 300 bambini dell’istituto che chiude costerebbe allo Stato 10 mila euro a testa.

Per anni, discriminando le famiglie, lo Stato ha affossato il pluralismo, indebitato l’Italia e abbassato il livello culturale, trasformando i cittadini in sudditi strumentalizzabili a favor di piazza. Sarebbe invece compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico che di fatto impediscono il pieno sviluppo della persona (articolo 3 della Costituzione).

Se osserviamo la realtà scolastica italiana con sguardo obiettivo e scevro da qualsiasi preconcetto, possiamo vedere come essa sia dominata, ormai da decenni, da una visione statalista: è lo Stato che deve provvedere all’istruzione dei suoi cittadini. Ma in che modo pretende di farlo?

La modalità fino ad ora seguita è la seguente: i cittadini scelgono per i loro figli le scuole statali. Al massimo, chi è ricco può scegliere le scuole paritarie. Lo Stato in questo modo pensa di aver assolto al proprio dovere. Discorso chiuso.

Peccato però che la Costituzione, fondamento giuridico di quello stesso Stato, afferma un principio importante: i genitori italiani godono del diritto alla libertà di scelta educativa. Questo viene affermato nel lontano 1948. I Padri costituenti, è bene ricordarlo, erano democristiani, socialisti, comunisti, liberali, repubblicani. Ricordiamolo.

La Costituzione però rimane lettera morta fino al 2000, quando il Parlamento, con un governo presieduto da Massimo D’Alema e un ministro della Pubblica istruzione con un cognome assai significativo, Luigi Berlinguer, emana la legge 62, che prevede l’istituzione del sistema nazionale dell’istruzione formato dalle scuole pubbliche statali e dalle scuole pubbliche paritarie. Il dettato costituzionale sembrava pertanto avere trovato attuazione: lo Stato passava da gestore unico a garante e controllore del sistema scolastico. Evviva!

In realtà l’entusiasmo per il risultato raggiunto, a distanza di 52 anni dall’entrata in vigore della Carta, era destinato a spegnersi rapidamente. Sì, perché, una volta stabilito l’importante principio secondo il quale non è pubblico ciò che è gestito dallo Stato ma è pubblico ciò che serve al cittadino (così come l’Unione Europea ci ha recentemente ricordato), occorreva trovare un modo perché le famiglie italiane potessero effettivamente esercitare il loro diritto di scelta educativa, ossia trovare le modalità per finanziare le famiglie.

Ovviamente l’ideologia ha avuto nuovamente il sopravvento: perché dare i soldi ai “ricchi”? Perché finanziare “le scuole dei borghesi”? Perché dare soldi “alla Chiesa”? Il povero deve essere difeso! Così, di ideologia in ideologia, di governo in governo, siamo arrivati a settant’anni dalla Costituzione, a vent’anni dalla legge 62/2000 nella situazione in cui ci troviamo, perfettamente descritta dai dati Ocse Pisa (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nel suo rapporto Politiche efficaci per gli insegnanti, reso noto a fine settembre.

Il Rapporto mostra chiaramente che non tutti gli studenti hanno pari accesso a un insegnamento di alta qualità e che questa disuguaglianza può spiegare gran parte dei divari di apprendimento osservati tra gli studenti più favoriti e quelli svantaggiati, sia all’interno dei paesi che tra di essi. In circa la metà dei 69 paesi ed economie esaminati, inoltre, gli insegnanti delle scuole con un’alta concentrazione di studenti svantaggiati tendono ad avere qualifiche o credenziali inferiori rispetto agli insegnanti delle scuole più avvantaggiate. La possibilità di accedere all’educazione, infatti, rappresenta l’ago della bilancia dell’equità sociale. I dati raccolti dall’Ocse dimostrano come l’alta percentuale di abbandono scolastico in Italia sia chiaramente determinata dalle risorse economiche di cui dispongono le famiglie. A questi incoraggianti risultati va aggiunto poi il fatto che il povero è rimasto sempre più povero (e ignorante), andando oltre il mancato rispetto della Costituzione.

Ai dati Ocse occorre aggiungere il dispendio delle risorse finanziarie dello Stato, ossia le tasse dei contribuenti. L’Italia spende, per l’istruzione dalla scuola primaria all’università circa il 3,6% del suo Pil, che è una quota inferiore alla media Ocse (5%) e uno dei livelli più bassi di spesa tra i paesi dell’Ocse. La spesa per studente spazia dai circa 8.000 dollari Usa nell’istruzione primaria (94% della media Ocse) ai 9.200 nell’istruzione secondaria (92% della media Ocse) e dagli 11.600 dollari Usa nei corsi di studio terziari (74% della media Ocse) ai circa 7.600 se si esclude la spesa per ricerca e sviluppo. Sebbene la spesa per studente aumenti ai livelli superiori di istruzione, il divario rispetto alla media Ocse diventa più ampio in quanto la spesa per l’istruzione aumenta di più in altri paesi dell’Ocse.

È chiaro come il sistema scolastico italiano stia andando verso il collasso i cui effetti ricadranno sui deboli, poveri o portatori di handicap per i quali mancano i docenti di sostegno. Va da sé che è gravemente compromesso il pluralismo educativo. Infatti le scuole paritarie serie, con la retta sotto i 4.000 euro, sono destinate a chiudere. Ci si sta avviando ad un sistema sempre più classista, regionalista e discriminatorio. I dati sono incontrovertibili.

Occorre quindi porsi la domanda cruciale: al cittadino interessa realmente che il sistema scolastico italiano sia sempre meno classista o, pur di non incorrere nel rischio del cambiamento, accetta che il ricco scelga e il povero si accontenti?

La via del cambiamento è già stata tracciata e consiste nel costo standard di sostenibilità e nella conseguente possibilità di scegliere, per la famiglia, fra buona scuola pubblica statale e buona scuola pubblica paritaria. Quali sarebbero i risultati dell’applicazione del costo standard al sistema scolastico italiano?

  • una buona e necessaria concorrenza fra le scuole sotto lo sguardo garante dello Stato;
  • l’innalzamento del livello di qualità del sistema scolastico italiano con la naturale fine dei diplomifici e delle scuole che non fanno onore ad un sistema d’eccellenza quale è quello che l’Italia deve perseguire per i propri cittadini;
  • la valorizzazione dei docenti e il riconoscimento del merito, come risorsa insostituibile per la scuola e la società;
  • l’abbassamento dei costi e la destinazione dell’economia ad altri scopi.

E che sia il costo standard l’anello mancante nel sistema si evince proprio A) dalla specificità italiana: un sistema scolastico classista, discriminatorio, regionalista, il più costoso in Europa, anche se è quello che vede l’Italia occupare gli ultimi posti Ocse; e B) da quel fil rouge che sembra attraversare in modo trasversale tutte le recenti riforme sulla scuola (soggetti corresponsabili – famiglie, dirigenti, docenti – di autonomie scolastiche) e che si conferma l’indiscussa leva per un reale processo di rinnovamento del Sistema scolastico italiano.