Chi era Veronika Rackova, la suora assassinata in Sud Sudan: «Ha compiuto la sua missione»

Don Moschetti, comboniano: «È una martire del suo servizio. Sapeva che era pericoloso operare, ma è rimasta vicina al popolo. Era nel cuore della gente»

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veronika

«Conoscevo bene Veronika, era una suora completamente dedicata all’opera di Dio che dirigeva, il St Bakhita’s Medical Centre di Yei». Don Daniele Moschetti, sacerdote comboniano in Sud Sudan, racconta tempi.it l’omicidio di suor Veronika Rackova, la religiosa slovacca, delle Missionarie dello Spirito Santo, uccisa il 16 maggio scorso da una pattuglia dell’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (Spla, l’ex movimento di guerriglia che, dopo l’indipendenza del paese nel 2011, ha preso il potere): «È stata una martire del suo servizio. Chiamata nel cuore della notte per assistere una donna partoriente, è tornata a casa sull’ambulanza da sola per permettere all’autista di riposarsi. Mentre viaggiava, i soldati hanno sparato ad altezza d’uomo». Le ragioni dell’agguato sono sconosciute, «ma si sa che la notte è sconsigliato viaggiare, visto che i soldati, che dovrebbero garantire la sicurezza, sono spesso ubriachi e autori di violenze. Sappiamo che hanno bruciato case, violentato donne e bambini, rubato. Eppure Veronika ha compiuto la sua missione».

VIOLENZE CONTINUE. La situazione in Sud Sudan, nonostante la guerra sia terminata, è ancora altamente instabile: «Gli ultimi due anni sono stati un massacro peggiore della guerra durata per quarant’anni». L’unica tregua conosciuta dal paese è quella che va dal 2005 al 2013, «dopodiché i due gruppi (Dinka e Nuer), che ora collaborano a stento, si sono massacrati. Il problema è che i soprusi e le violenze sono difficili da dimenticare e inoltre la situazione economica è molto difficile, perché i due gruppi hanno bruciato miliardi di risorse per i loro interessi, ad esempio investendo nelle armi».
Cosa fare in una situazione dove manca il cibo, dove circa quattro milioni di persone sono senza cibo e dove migliaia di famiglie sono sfollate e non hanno neppure una tenda sotto cui ripararsi? «Aggiungo che le strade sono bloccate, anche per ragioni politiche. Basti pensare alle barriere poste nelle zone degli ex ribelli che impediscono la distribuzione degli aiuti. Inoltre, le organizzazioni internazionali hanno ridotto la loro presenza. Ecco, in questa situazione noi religiosi cerchiamo di coinvolgere le autorità locali nella ricostruzione».

PORTARE LA SPERANZA. Se la situazione precipitasse nuovamente, «si verificherebbe un disastro peggiore dell’ultimo: non vedremmo più due gruppi in conflitto, ma tutti contro tutti. Perché ora sono gli interessi di ogni etnia ad essere in pericolo». Nei campi profughi le famiglie sono divise: c’è chi è morto, chi è scappato. «È per questa gente che noi religiosi rimaniamo. Siamo qui dal 1858 e abbiamo sofferto con la popolazione, sperando e sempre sperando, sopratutto con i giovani, che rappresentano il 60/70 per cento della popolazione. Seppure non esista una generazione che ha conosciuto la pace, fatta eccezione per gli otto anni di tregua, cerchiamo di portate una nuova logica nei rapporti, che non sia il sospetto e la violenza». L’impegno è sempre quello, millenario della Chiesa: «Pregare Gesù, che ha fatto miracoli, don Daniele Comboni e santa Bakhita. Nonostante tutto, continuiamo a sperare, nella certezza della resurrezione. Questo ci aiuta a ricominciare sempre».
«La Messa celebrata per Veronika è stata assai partecipata. Lei era nel cuore della gente. Anche per questo stiamo chiedendo che sia seppellita qui. E la superiora del suo istituto, da Nairobi, ha chiarito che non solo le religiose non se ne andranno, ma per onorare il sacrificio della loro consorella, intensificheranno la loro presenza».


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