Chi è senza peccato razziale scagli la prima pietra

Dal processo ai brand accusati di sfruttare l’antirazzismo per fare business all’inevitabile difesa del “white lives don’t matter”. Stare dalla parte giusta della Storia non è mai stato così faticoso

«Fottiti, l’Oreal Paris, serpe razzista». Oggi pensano di uscirne col barbatrucco antisciovinista – “abbiamo deciso di ritirare le parole bianco/sbiancante (white/whitening), chiaro (fair/fairness, light/lightening) da tutti i prodotti destinati a uniformare la pelle”, si legge nel comunicato diffuso ieri dal colosso della cosmesi – ma è da settimane che in casa l’Oreal si annaspa nel peccato più commesso dalle aziende impegnate nel blackwashing, il peccato di ipocrisia razziale. Tutto ha avuto inizio quando a Munroe Bergdorf, modella e attivista nera transessuale, non è andata giù la solidarietà espressa dal marchio francese al movimento Black Lives Matter.

LEI LI INSULTA, LORO LA ASSUMONO

La modella britannica era stata ingaggiata da l’Oreal come volto della «moderna diversità» nell’agosto 2017 ed era stata licenziata in tronco pochi giorni dopo per aver scritto su Facebook, sull’onda dei disordini di Charlottesville: «Tutti i bianchi sono razzisti», «tutta la loro esistenza è costruita sul razzismo». Con lo stesso aplomb e il dente avvelenato di allora Bergdorf aveva dunque deciso di rispondere allo «speaking out is worth it» (vale la pena parlare apertamente) pubblicato qualche settimana fa da l’Oreal su Instagram (e dove volete che si prenda posizione su questioni sociali e politiche se non sui social?) con un: «fottiti», «nel 2017 mi hai dato in pasto ai lupi», «tutto perché TU non volevi parlare di razzismo», «ora sali sul carro», «questo è gaslighting» (abuso emotivo, manipolazione psicologica, ndr) «fuck you». Morale: in ossequio a tutto quello di cui è stato accusato, il presidente di l’Oreal Paris ha proposto a Bergdorf di diventare consulente del comitato aziendale per la diversità e l’inclusione nel Regno Unito, e invece di mandarlo a quel paese la modella è salita sul carro con lui.

«NON USATE IL NOSTRO DOLORE PER IL BUSINESS»

Di questo modo bizzarro di riparare i torti si è occupata anche la Bbc in un video che sta facendo il giro del mondo: «Stop using our pain to attract black consumers», smettetela di usare il nostro dolore per attirare consumatori neri. Il video denuncia lo sfruttamento delle proteste contro il razzismo a scopo commerciale: da Nike a Adidas a l’Oreal, appunto, molti marchi grandi e piccoli sono stati accusati di essere saliti sul carro del movimento per convenienza e basta. Come se l’idea di stare dalla parte giusta della storia servisse solo alla causa dell’antirazzismo e non anche al fatturato («c’è una cosa che tutti capiscono, il business. Contrastare i diritti Lgbt è andare contro il business», diceva a proposito di un’altra campagna per i diritti Todd Sears, lobbista per il sostegno delle carriere dei gay nell’industria americana), ma tant’è: in cinque minuti la giornalista intervista consumatrici e imprenditori, passa in rassegna i social, spulcia le gallery, denuncia l’altissima percentuale di bianchi nei board o nelle posizioni di comando delle grandi aziende, sottolinea l’ipocrisia razziale di chi posta messaggi di solidarietà e schermate nere in spazi web ancora ostaggio di modelle e influencer bianche, plaude al caso Bergdorf, chiede alle aziende dichiarazioni di impegno per la promozione al proprio interno dei neri.

LA TECNOLOGIA RAZZISTA

A Boston intanto finisce sotto processo anche la tecnologia: secondo uno studio del Mit i sistemi di riconoscimento facciale in uso tra le forze dell’ordine hanno un tasso di errore del 35 per cento nel momento in cui devono analizzare il viso di persone di colore. Risultato, dopo San Francisco e altre città del Massachusset, Boston ha deciso di vietare l’uso di sistemi di controllo basati su questa intelligenza artificiale: non per questioni di privacy, non per timore di derive orwelliane, nemmeno perché, molto più prosaicamente, «non funziona», ma perché la tecnologia di riconoscimento facciale è colpevole di un «evidente pregiudizio razziale» in un momento in cui il mondo sta lottando contro il «razzismo sistemico».

Non va meglio nemmeno a certe latitudini universitarie: mentre il mondo lotta contro l’ipocrisia razziale e il razzismo sistemico, infatti, Priyamvada Gopal, docente di letteratura postcoloniale dell’Università di Cambridge ha deciso di inimicarsi tutte le orde di twittaroli lanciando lo slogan “White Lives Don’t Matter”, le vite dei bianchi non contano. La docente, originaria dell’India, si è lanciata una spiegazione bizzarra, sostenendo di riferirsi non tanto alle vite delle persone quanto all’ideologia della “whiteness”, l’essere bianchi, e come da copione, insieme a una valanga di insulti, è arrivata al rettorato una petizione con richiesta di licenziare la docente per le sue dichiarazioni palesemente razziste. «L’Università difende il diritto dei suoi accademici di esprimere le loro opinioni legittime che altri potrebbero trovare controverse e deplora nei termini più forti l’abuso e gli attacchi personali», è stata la risposta: «Questi attacchi sono totalmente inaccettabili e devono cessare».

SAN MICHELE CALPESTA FLOYD

Tutt’altro che inaccettabile, stando almeno al rilievo che la notizia ha avuto sulla stampa inglese, risulta invece il contenuto di un’altra petizione: quella promossa da attivisti ed esperti per ridisegnare l’effigie dell’Ordine di San Michele e San Giorgio, uno dei più alti onori della Gran Bretagna conferiti personalmente dalla Regina tradizionalmente assegnato ad ambasciatori, diplomatici e alti funzionari del ministero degli Esteri. L’immagine ritrae San Michele che calpesta Satana, ma siccome Satana non ha la coda o le corna, ha gli occhi azzurri ed è di colore, per i promotori ricorda l’uccisione di George Floyd da parte dei poliziotti bianchi americani.

Sir Simon Woolley, fondatori dell’Operation Black Vote dice di sentirsi «scioccato» quando la guarda, Bumi Thomas, cantante, attivista e specialista di comunicazioni visive sostiene ritragga la «sottomissione del popolo nero e marrone del mondo e la superiorità del bianco, un costrutto nato nel XVI secolo. È la definizione di razzismo istituzionale, non solo permessa, ma celebrata con uno dei più alti onori del Paese. Mentre le statue vengono demolite e ricollocate, anche emblemi e simboli di questa natura devono essere riprogettati». E neanche un trucco a salvare i santi dal peccato di ipocrisia e dall’evidente pregiudizio razziale di chi li guarda in faccia.