Che cosa ci stiamo perdendo con i nuovi giudizi in pagella

Alla scuola primaria non si dice più insufficiente ma “in via di prima acquisizione”. Sicuri che per i nostri bambini vada bene così?

Periodicamente la scuola italiana rivoluziona le modalità di giudizio sul rendimento degli studenti, e puntualmente le reazioni vanno dal perplesso all’indignato. Adesso è la volta delle scuole elementari, dove per disposizioni prese quando ministro dell’Istruzione era Lucia Azzolina ai voti numerici in pagella e ai tradizionali giudizi (“ottimo”, “buono”, “insufficiente”, ecc) nelle verifiche e nelle interrogazioni è stata sostituita una nuova nomenclatura dei livelli di apprendimento che suona così: “avanzato”, “intermedio”, “base”, “in via di prima acquisizione”. Quest’ultima espressione è l’oscuro ma anche esilarante eufemismo che permette di evitare l’inequivocabile “insufficiente”, considerato evidentemente troppo stigmatizzante.

Perché da anni ministri dell’Istruzione e mondo della scuola si arrovellano attorno ai sistemi di valutazione, con esiti che diventano puntualmente oggetto di pesanti critiche e di polemiche? I voti numerici pare che li abbia inventati e introdotti Napoleone Bonaparte, e hanno tenuto botta grosso modo fino al Sessantotto, anche se non andavano più da 0 a 20 come aveva stabilito il condottiero còrso ma da 0 a 10. Poi ha preso il sopravvento la riflessione secondo la quale i numeri danno un’idea sbagliata, puramente quantitativa, del processo dell’apprendimento e della sua natura relazionale, di rapporto fra l’insegnante e lo studente. Sono stati introdotti, pur con discontinuità e con molti ripensamenti, i giudizi aggettivati: “ottimo”, “distinto”, ecc. Dopodiché qualcuno ha pensato che anche questi rischiavano di essere diseducativi, perché potevano essere intesi come giudizi sulla persona e non sulle sue performance scolastiche. Da qui nascono i ragionamenti che hanno portato alla formulazione delle nuove modalità di valutazione: se uso termini come “avanzato”, “base”, “in via di acquisizione”, è inequivocabile che mi sto riferendo al processo di apprendimento e non a qualità e difetti della persona, che la farebbero sentire giudicata. Non sto reificando (voto), non sto stigmatizzando (giudizio aggettivale) nessuno: sto descrivendo i risultati dello sforzo che insegnante e studente stanno compiendo (o non compiendo) in vista dell’apprendimento.

Ma siamo sicuri che questa separazione radicale fra la persona e le sue azioni sia educativa, sia benefica per la persona, in particolare trattandosi delle persone di bambini delle scuole elementari? Per rispondere basta andare con la mente alla nostra personale esperienza scolastica, al modo in cui ci rapportavamo alla questione del giudizio o del voto quando avevamo 6-10 anni. Era un misto di apprensione e di desiderio. Desiderio spasmodico del bel voto, apprensione per il timore che non arrivasse. Perché ci andava di mezzo la nostra persona: volevamo essere riconosciuti, affermati, desiderati, amati dall’Altro che erano il maestro, la mamma, il babbo, e il conseguimento del successo scolastico era la prestazione che ci permetteva di ottenerlo, perché era la conferma, ai nostri e ai loro occhi, del nostro valore. La controprova di questo l’abbiamo avuta alle scuole superiori, dove qualche voto o giudizio negativo inevitabilmente prima o poi ci scappavano: il dispiacere che provavamo non aveva niente a che fare col timore di non essere accettati/amati dai genitori – questa paura infantile negli anni dell’adolescenza non c’è più -, ma con la ferita al nostro amor proprio. A essere messa in discussione da un 4 in greco o in matematica era la nostra identità, che è sempre rapporto con noi stessi e con gli altri. L’insuccesso scolastico modificava in peggio lo sguardo che noi avevamo su noi stessi e che gli altri avevano su di noi. In un caso come nell’altro, il voto/giudizio scolastico non era separabile dalla nostra persona. In un caso come nell’altro, eravamo noi i primi a pensare che il voto/giudizio non poteva non essere anche un giudizio sulla nostra persona.

Tutto ciò – che nessuno può negare che corrisponda al suo vissuto – non smentisce la bontà dell’approccio che vuole evitare l’identificazione del giudizio sul rendimento scolastico col giudizio sulla persona come tale dello studente. L’essere umano è sempre più delle sue azioni: il peccatore non coincide col suo peccato, il carcerato non può essere ridotto al crimine commesso, chi fa uno sbaglio non è tutt’uno col suo errore. In tutti i sensi possibili dell’espressione, l’uomo – come scriveva Pascal – supera infinitamente l’uomo. Ma ognuno di noi è anche le sue azioni, e noi siamo i primi a saperlo: non si giustificherebbero la fierezza o la vergogna con cui ripensiamo a cose che abbiamo fatto nel corso della nostra vita. Perché se non integrassimo le nostre azioni a noi stessi, non sapremmo più chi siamo: non avremmo più un’identità. Come scrive lo psicanalista Mario Binasco, «la nostra identità non è solo qualcosa che precede e fonda il nostro agire, ma soprattutto è ciò che risulterà dal nostro agire; gli atti che compiamo non sono una semplice esplicazione o conseguenza della nostra identità, cioè di chi siamo, ma sono un modo drammatico in cui noi andiamo incontro a ciò che siamo, correndo il rischio di non riconoscerci, o almeno di non compiacerci, in ciò che incontriamo di noi stessi».

Giudizi scolastici modellati esclusivamente sull’andamento dei processi di apprendimento in un modo così radicale che lo studente – in questo caso un bambino delle elementari – non possa riconoscervi l’implicazione della sua persona, rischiano di fare più male che bene. Rischiano di creare nel bambino l’impressione che all’insegnante e ai genitori (che accettano il sistema) importi poco di lui, che a loro non interessi creare un legame con lui, riconoscere la sua unicità, personalizzare il rapporto. Alla riduzione quantitativistica del rapporto di cui era accusato il voto numerico si sostituisce l’anonimato protocollare. “Intermedio” significa che il tuo livello di competenze è stato certificato così: «L’alunno porta a termine compiti in situazioni note in modo autonomo e continuo; risolve compiti in situazioni non note utilizzando le risorse fornite dal docente o reperite altrove, anche se in modo discontinuo e non del tutto autonomo». Sicuro che questa spersonalizzazione del rapporto, rafforzata dal taglio burocratico del linguaggio, non sia peggio di un giudizio che va da “ottimo” a “insufficiente” e che inevitabilmente coinvolgerà sempre insieme il soggetto e il suo operato, cioè la persona dello studente e il suo rendimento?

Apparentemente sembra un dilemma senza vie d’uscita, ma non è così. La stima reciproca fra alunno e maestro, fra studente e professoressa si costruisce nel corso dell’anno scolastico. Se avverto su di me lo sguardo costantemente valorizzante di un adulto, non mi sentirò castrato da un brutto voto o da un giudizio di insufficienza, se me li sono meritati. Sarà il campanello di allarme che mi avverte che devo cambiare qualcosa nel mio modo di studiare. Sarà la prova che gli adulti mi considerano abbastanza forte da portare il peso di una frustrazione. E abbastanza maturo da potermi paragonarmi con la realtà così com’è.

Foto di Taylor Wilcox on Unsplash