«Che ci stai chiedendo Signore? Dove sei? La coscienza non ci dà pace». Lettera da Israele

«Che si deve fare per sbaragliare l’odio antisemita che annebbia i sensi e impedisce di vedere la realtà? Sono qui mio D-o, a tua disposizione»

L’autrice di questo articolo vive nel kibbutz Sasa in Israele.

È mezzanotte, anche due dei miei figli sono stati reclutati. Si sono trovati i resti del soldato rapito da Hamas e abbiamo assistito a un altro straziante funerale. Sulle  porte dei negozi di famiglie ebraiche di Roma si cancellano le svastiche lasciate durante la notte, il commissario per i Diritti umani dell’Onu, Navi Pillay, denuncia gli Stati Uniti per aver sostenuto Israele nella creazione dell’Iron Dome.

I nostri ragazzi stanno cercando di debellare i tunnel interminabili che portano direttamente nel cuore di Israele. Ce ne sono altri di tunnel: dalla Siria al Golan, dal Libano alla Galilea. L’areoporto di Ben Gurion è deserto, anche le spiagge. La gente si riunisce, si parla, ci si chiede: Cosa ci sta chiedendo D-o? In cosa dobbiamo migliorare? Cosa dobbiamo cambiare? In cosa stiamo sbagliando? Perché D-o non manda l’angelo a fermare la nostra mano mentre stiamo per sacrificare i nostri figli? Che dobbiamo fare di più? Abbiamo trasformato una landa deserta in un giardino dove germogliano anche i sassi. La culla del monoteismo è diventata anche la culla delle Muse, della letteratura, della poesia, della danza, del teatro, dell’High Tech.

Abbiamo creato ospedali, università, musei. Che ci stai chiedendo Signore… dove sei? Dove sei? Non ti vedo! Non sento… cosa ci stai chiedendo? La coscienza? Non ci dà pace: le immagini degli innocenti a Gaza che vagano tra le rovine ci inonda il cuore ma la rabbia per le donne velate che inneggiano al martirio, i video degli arsenali di armi nei sotterranei delle moschee, degli ospedali, le entrate nei tunnel della morte che partono dagli armadi delle cucine delle case di famiglie costrette o ben pagate per acconsentirne la costruzione, ci inondano di rabbia e di tristezza. Parliamo lingue differenti. Abbiamo due linguaggi differenti. Siamo differenti.

E non sto parlando dei palestinesi. Sto parlando di Hamas, di Ezzedine al qassam, della Jihad islamica di chi sta progettando da anni la distruzione di Israele. Non sto parlando di tradizioni e cultura, ma di animo, di spirito. Il nostro linguaggio, la mentalità la coscienza dell’Occidente dice: creiamo una famiglia, cerchiamo un lavoro, creiamo uno start up, mettiamo su una fattoria, andiamo in chiesa, andiamo in sinagoga. Il linguaggio del terrorista dice: dobbiamo vincere, dobbiamo comandare, dobbiamo distruggere chi non è come noi. E come si fa con questi?

Vado a dormire… a cercare di dormire con le immagini cruente di un video dei francescani in Terra Santa sui Cristiani perseguitati in Siria e in Irak dopo l’ascesa del califfato. Mons. Gregoire Pierre Malki racconta le tragedie a Mosul, non c’è più una Diocesi. Alle 6:00 del mattino mi sveglio di soprassalto… le sirene… penso di essere a Sasa, nel mio kibbuz: «Ci stanno attaccando dal Libano…», penso… sveglio mio marito. La sirena è assordante… mi giro intorno, non capisco nulla. Mi rendo conto di essere ad Herzliya, da mio padre. «Dove si va? Dov’è il rifugio?». Tre boati enormi sulla nostra testa. Mia sorella a Tel Aviv mi dice che un pezzo di missile è caduto nel parcheggio del suo palazzo.

No, non ho paura. Sto solo cercando di capire come possiamo bloccare la follia. Come possiamo convincere l’Occidente a fermare il terrorismo, come ricordare a tutti l’11 settembre, piazza Fontana e la strage di Bologna. Che si deve fare per sbaragliare l’odio antisemita che annebbia i sensi e impedisce di vedere la realtà? Sono qui mio D-o, a tua disposizione.