Centrafrica, parla il vescovo rapito ad aprile: «Volevano uccidermi ma un comandante degli estremisti islamici mi ha salvato»

Rapito il 16 aprile insieme a tre sacerdoti e liberato il giorno dopo, il vescovo Aziagbia ha raccontato: «Grazie a Dio uno dei comandanti dei Seleka che non era d’accordo con la nostra uccisione ci ha protetti»

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Il vescovo Nestor Nongo Aziagbia doveva essere decapitato dai ribelli islamisti della coalizione Seleka, in Centrafrica, ma uno dei comandanti degli estremisti gli ha salvato la vita. È lo stesso monsignore a raccontare cos’è successo lo scorso 16 aprile, quando è stato rapito insieme a tre sacerdoti da Bossangoa.

«MI AVREBBERO UCCISO». «Conoscevo le persone che mi hanno rapito», racconta al CatholicHerald. «Mi hanno portato nella loro base e mi hanno detto quello che mi avrebbero fatto: mi avrebbero ucciso. Io ero insieme a tre miei sacerdoti e mi sentivo in colpa per loro». Aziagbia è stato accusato di aver annotato tutti gli attacchi dei Seleka, che dal marzo 2013 hanno prima rovesciato con un colpo di Stato il governo del paese e poi commesso atrocità contro la popolazione cristiana, e di aver organizzato la resistenza.

SALVATO DA UN ESTREMISTA. Ma «grazie a Dio uno dei comandanti dei Seleka che non era d’accordo con la nostra uccisione ha fermato la macchina, ci ha protetto tutta la notte fino al giorno dopo, quando si è assicurato che venissimo rilasciati», continua il vescovo. Il motivo per cui «quel buon uomo di retta coscienza» ha salvato i quattro religiosi è «che suo fratello viene dalla città dove sono stato rapito. Ha chiamato il comandante e gli ha detto di non farci del male. Per fortuna il comandante gli ha dato retta».

«SI MUORE OGNI GIORNO». In questi giorni monsignor Aziagbia si trova in Inghilterra, per cercare di ottenere aiuto dal governo di Cameron affinché le forze internazionali presenti in Centrafrica attuino davvero la risoluzione Onu che impone di disarmare i ribelli e gli anti-balaka, che li combattono prendendo di mira i musulmani. La guerra civile, che va avanti dal marzo 2013, non sembra avere fine: «La gente continua ad essere uccisa ogni giorno. I villaggi vengono bruciati, la gente colpita come animali. Questo è ciò che condanno e critico, lo stato di sicurezza nel paese è orribile. Bisogna ristabilire la sicurezza ma la comunità internazionale non si è mai preoccupata di noi. Qualche timido provvedimento è stato preso» ma non è abbastanza.

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