Centrafrica, 14 mila sfollati si rifugiano nelle chiese a Bouar

La popolazione è in fuga dalle violenze dei ribelli che contestano il risultato delle elezioni presidenziali. «Chi ascolterà il grido di tanta gente?»

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Quando due elefanti litigano, è l’erba che rimane schiacciata. Viene alla mente questo detto locale guardando a quanto sta accadendo in Centrafrica: il 18 gennaio la Corte costituzionale ha confermato la vittoria alle elezioni del presidente uscente Faustin Archange-Touadera. Su 1,8 milioni di aventi diritto al voto, soltanto un terzo ha potuto esprimere la propria preferenza e questo ha portato gruppi di ribelli armati a protestare e a non riconoscere l’esito delle consultazioni.

IN 14 MILA SI RIFUGIANO NELLE CHIESE

In realtà, a privare del diritto di voto centinaia di migliaia di centrafricani sono stati proprio i ribelli. Non solo essi controllano due terzi del paese, ma negli ultimi mesi hanno invaso diverse città, impedendo il regolare svolgimento delle elezioni, per protestare contro l’esclusione dal voto dell’ex presidente François Bozizé, oggetto di un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra. Riuniti nella coalizione Cpc, ribelli che un tempo si combattevano tra loro si sono uniti per cercare di deporre il nuovo presidente del Centrafrica. Il 13 gennaio hanno tentato di conquistare la capitale, ma sono stati respinti da esercito e Onu.

Riprendendo il detto locale, però, nello scontro tra i due elefanti (ribelli ed esercito) sono proprio i cittadini a fare la parte dell’erba. Nella città di Bouar già 14 mila persone hanno abbandonato le proprie case per scappare dalle violenze e si sono rifugiati nella Cattedrale, nella parrocchia di Fatima, nel convento dei cappuccini di St. Laurent e in quello dei carmelitani di St. Elie.

«BISOGNA PENSARE A TUTTO»

Come raccontato dal missionario carmelitano scalzo, di stanza a Baoro, padre Aurelio Gazzera, «alcuni organismi e agenzie dell’Onu si stanno dando da fare, ma la situazione è molto pesante: bisogna pensare all’acqua, all’igiene, ai servizi igienici, al cibo, al freddo, alla marea di bambini che costituiscono la maggior parte dei rifugiati».

Nel frattempo, scrive il Washington Post, il presidente appena rieletto ha dichiarato lo stato di emergenza per 15 giorni, fino al 4 febbraio, per fronteggiare le violenze. Queste si stanno verificando soprattutto nelle cittadine attorno a Bangui e lungo l’autostrada Rn3, che collega la capitale al vicino Camerun. È da qui che arrivano tutte le merci nel paese.

L’afflusso di rifugiati verso le chiese e i conventi a Bouar ricorda i momenti più drammatici della guerra civile scoppiata nel 2014, quando diecimila sfollati nella capitale Bangui si rifugiarono nel Carmelo per scappare dalle violenze. Tutti sperano che in Centrafrica la storia non si ripeta e padre Gazzera si chiede: «Qualcuno ascolterà il grido di tanta gente? Chi, in un modo o nell’altro, è responsabile di questa tragedia, farà qualcosa per fermare la violenza?».

@LeoneGrotti