Come è andata la cena da 1.000 euro con Matteo Renzi? «Deludente» (ma non ditelo in giro)

Un’organizzazione non proprio perfetta, un microfono che fa le bizze. In generale, molta noia. Retroscena da una serata in cui il «prolisso» Matteo non è riuscito a brillare come suo solito

Quelli con la nostalgia della salamella, i geni della finanza che chiacchierano di borsa, gli esponenti locali di un partito smarrito ma ansioso di rendere omaggio al leader, gli imprenditori e i professionisti accorsi a vedere se è scoppiettante come in tv ed escono con una notazione che è già un verdetto: «Prolisso. E ancora un po’ grassoccio». Con la sua cena nel cuore della nuova Milano, in uno spazio ben scelto ma maledetto dalla penombra e dall’acustica zoppicante, Matteo Renzi ha raccolto tanti fondi (sala piena) e mostrato suo malgrado cosa succede quando intorno c’è una miscellanea scomposta e sul palco un leader troppo stanco per essere smart. Una bella metafora del Pd. Ma questo i milanesi, attenti osservatori apparentemente privi della romanissima categoria del Cafonal, non te lo dicono. Si limitano a mettere in fila tanti fatterelli.

L’ACQUA VINCE SUL MATTONE. Aperitivo lungo, come si usa negli eventi organizzati, per consentire alla gente di arrivare. Le sciure mollano i paltò ai volontari del guardaroba, generosi di sorrisi e simpatia. Perché sia chiaro che è un partito giovane che ti accoglie. La giovinezza serve a poco quando, finiti gli stuzzichini, è ora di sedersi ai tavoli. Al tavolo venti si accomodano gli ospiti dell’ingegnere Claudio Salini, costruttore e cugino di Pietro, già acquirente di Impregilo. Ma qualcuno deve aver rottamato la lista degli ospiti e lo stesso tavolo è stato assegnato anche agli imprenditori di acqua Norda. Panico tra gli organizzatori, passano venti minuti buoni mentre si cerca una soluzione finché l’acqua vince sul mattone e gli ospiti di Salini vengono sistemati in un tavolo aggiunto all’ultimo momento nel lato della sala. Non c’è tempo per malignare di uno strapuntino da mille euro, perché Matteo è già sul palchetto, iPhone in mano e microfono davanti.

NON SI SENTE. In sala ci sono i suoi ministri (Boschi e Martina), ma Matteo cerca il contatto con gli ospiti, sabotato da un microfono infame e da una penombra che a stento consente di vedere il volto del vicino. Forse la zucca sui tavoli ha ispirato un dark mood da Halloween fuori tempo massimo. Dopo un’ora di pippone sui risultati del governo da far sembrare Berlusconi un dilettante e Mastrota un collezionista di francobolli, arriva il momento delle domande. Siamo pur sempre in mezzo alla versione di sinistra più moderna che questo paese possa permettersi e la partecipazione è un ingrediente fondamentale dell’estetica renziana. Ed è qui che il rottamatore delude, offrendo spot governativi (Jobs Act, 80 euro e solito armamentario) a chi chiedeva parole per sognare (ebbene sì, qualcuno ha osato chiedergli di volare alto e spiegare perché bisogna ancora sperare in questo paese).

ALZI LA MANO CHI NON VOTA PD. Ma Matteo non c’era, incredibilmente fuori sincrono con una sala che pure sulla carta poteva essere la versione nordista e remunerativa della Leopolda. Ha il guizzo di chiedere quanti in sala non abbiano votato Pd e una trentina alzano coraggiosamente la mano. La platea rumoreggia più interessata al cibo che al discorso. O forse stanno solo guardando il presidente dell’Anci Piero Fassino, che si presenta a serata avviata e sta in piedi venti minuti prima di essere notato da qualche anima pia dell’organizzazione. Democraticamente, qui si aspetta tutti. In attesa che questa imitazione mal riuscita del Berlusconi mattatore degli esordi torni a brillare come promette in tv.