C’è da augurarsi che i poteri “catecontici” non cedano al delirio degli endorsement

Mai come oggi pressioni e ricatti delle oligarchie economiche, che esigono il Sì come atto di definitiva sottomissione, possono arrivare a determinare una frattura fra Stato e parte del popolo e Chiesa e parte del popolo

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Cerchiamo di avere il coraggio della verità, perché solo la verità può renderci liberi. L’Italia del referendum costituzionale è in preda alla peggiore crisi morale e politica del Dopoguerra. L’indizio finale è il vero e proprio delirio mimetico che si sta creando nell’attesa degli ultimi endorsement dei personaggi effettivamente più autorevoli e dell’insondabile reazione della cosiddetta maggioranza silenziosa. Cosa succederà, se da qui al 4 dicembre, il presidente della Repubblica dovesse, in modo più o meno esplicito, invitare a votare Sì? E se ritenesse di agire in modo analogo una figura non meno importante della Chiesa?

Nello stesso tempo, sebbene la serie storica dei sondaggi paia convergere verso il No, è altrettanto chiaro che poche centinaia di migliaia di voti, strappati all’inerzia della massa che non osa pensarsi – perché questo è il reale, poco edificante, status degli “indecisi” (a tutto fuorché a seguire la corrente) –, potrebbero bastare a capovolgere qualsiasi pronostico. Non è forse questo tremendo gioco degli specchi – che poco ha a che vedere con l’esercizio della libertà e del discernimento – che rischia, nella precipitazione dell’unanimismo, di decidere tutto?

Saremo forse troppo imbevuti dell’antropologia di René Girard e della teologia politica di Carl Schmitt, ma pensiamo che le massime figure istituzionali di uno Stato e ancor più della Chiesa, in un frangente così critico – oserei dire straziato – dovrebbero sentire tutto il peso della loro funzione “catecontica”, ossia del loro agire, in quanto istituzioni, come “potere che frena” l’escalation mimetica – evidentemente in atto, in modo disastroso, alimentata con destrezza da Renzi e dal suo “doppio”, Grillo. Stato e Chiesa non possono essere di un partito o di un uomo solo al comando.

Ci sarebbe da chiedersi pertanto non se vincerà il Sì o il No, ma se ci sarà un cedimento di questo “potere che frena”. Mai come oggi le pressioni, i ricatti e le minacce delle oligarchie economiche, che esigono il Sì come atto di definitiva sottomissione, possono arrivare a determinare una frattura insanabile fra Stato e una parte del popolo e Chiesa e una parte del popolo.

E questo potrebbe avvenire non solo e non tanto se il Sì vincesse, ma se questa vittoria avvenisse con il decisivo avallo dei massimi rappresentanti di Stato e Chiesa – ancorché blando. Si provi a immaginare l’inguaribile risentimento dei perdenti. Assai bene ha fatto chi invece, nel fronte del No, ha invocato la ragione, il merito, la sostanza, non per avere la testa di un nemico, ma per affrontare le questioni tremende di un paese che si presenta distrutto nei “fondamentali” che la riforma proposta potrà solo peggiorare.

Foto Ansa

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