La favola del “potere neutro”

Di Carlo Marsonet
12 Ottobre 2026
Il nuovo saggio di Lorenzo Castellani "Riserva di carica"
L'emiciclo (girato sottosopra) del Parlamento europeo di Strasburgo

L’ultimo libro di Lorenzo Castellani, Riserva di carica. La ragion di Stato e il fondamento del potere (Liberilibri), squarcia il velo di molta retorica politica. Sì, perché si pensa spesso, troppo spesso, che in una democrazia il costituzionalismo abbia spazzato via il potere, o quantomeno ne abbia edulcorato la brutalità. In parte è certamente così. Ma solo in parte. Il potere, infatti, rimane a disposizione, nei momenti di crisi. Kelsen, per dirla chiaro, non ha eliminato Schmitt. La riserva di carica di cui parla il libro è precisamente quel che non si vede ma che sempre rimane, e riaffiora nei momenti di crisi: in definitiva, il potere medesimo.

Non si tratta, scrive lo storico delle istituzioni politiche dell’Università Luiss-Guido Carli, di far sparire diritto, libertà e ragione. Si tratta, piuttosto, di leggere la politica per quel che è, con realismo: ovvero tensione di forza e diritto, di regole condivise e stabilite e decisioni imperative, di ragione e volontà di potenza. Le molteplici crisi che nel corso degli ultimi anni sono affiorate sono lì a dimostrarlo: mettere la testa sotto la sabbia, e confondere realtà e idealismo non è sintomo di maturità, ma di insipienza e puerilismo. Anche perché, prima o poi, la brutalità della realtà si incarica di far aprire gli occhi.

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Quando una crisi chiede una decisione

Castellani ripercorre storia, origini e mutamenti della ragion di Stato, evidenziando come di fatto non sia scomparsa. È stata solo un po’ nascosta, accantonata, ma non se ne può definitivamente andare perché è connaturata al potere politico. Il punto, nota lo storico, è che molto spesso, e in modo crescente negli ultimi decenni, si è pensato che la decisione politica potesse e dovesse essere sostituita da qualche cosa d’altro. Castellani parla di “giuristocrazia” proprio per enfatizzare il ruolo sempre più presente, se non proprio sostitutivo, dei giuristi e dei giudici nella e sulla politica.

Il pericolo è vedere nell’interpretazione delle norme null’altro che un processo imparziale e impersonale di decisione, quando in realtà si tratta di un modo per far scivolare la deliberazione rappresentativa e l’azione di governo in un’altra sede. E questo lo si vede, e lo si è visto plasticamente ogni volta che una crisi o un’emergenza richiede una decisione: i margini della politica sono sempre più ristretti, argomenta Castellani, mentre le maglie di quello che si chiama erroneamente “potere neutro” si sono allargate, e di molto.

Un passaggio di consegne

Come sempre accade quando si parla di politica, in senso stretto o in senso lato che sia, vi sono delle motivazioni più o meno nascoste dietro alle formule adottate. Infatti, nonostante molti favorevoli a questo slittamento del potere sostengano come non si faccia che applicare le norme esistenti oppure si decida sulle controversie emergenti, in realtà il rischio è quello di un passaggio di consegne sostantivo: ovvero, che si persegua l’obiettivo di porre in essere un particolare programma politico circa scottanti temi quali immigrazione, ambiente, politiche economiche e sociali. Non serve poi molta immaginazione per capire di quale tipo.

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