Caso Ruby, escono nuove intercettazioni. Pm svizzero: «Sono sconcertato, in Italia il segreto istruttorio è violato in modo sistematico»

Altre 227 pagine fitte di intercettazioni inviate a Montecitorio sul caso Ruby. Come dice Alfredo Mantovano, «è il provvedimento di perquisizione più lungo della storia giudiziaria». Parla a Tempi Antonio Perugini, della procura di Lugano: «Perché tutte le informazioni di un’inchiesta in corso finiscono in diretta alla stampa?»

La procura di Milano ha inviato ieri altre 227 pagine fitte di intercettazioni a Montecitorio sul caso Ruby per richiedere l’autorizzazione a procedere con la perquisizione dell’ufficio del tesoriere del premier.

Il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano ha ironizzato: «Se si sommano le pagine dell’integrazione inviata alla Camera dalla procura di Milano (227) a quelle dell’originario decreto trasmesso qualche giorno fa (389) siamo a quota 616 pagine. E’ certamente il provvedimento di perquisizione più lungo della storia giudiziaria…».

Pubblichiamo l’intervista uscita sul numero 4 di Tempi, in edicola fino al 2 febbraio, al magistrato svizzero Antonio Perugini, che si dice sconcertato dal modo di procedere dei magistrati italiani nel caso Ruby: «È sconcertante, non riesco a rendermi conto di come sia possibile che tutte le informazioni di un’inchiesta in corso possano finire in diretta alla stampa. Come diavolo può avvenire se non – ovviamente – con una sistematica violazione del segreto istruttorio da parte degli addetti ai lavori?».

Sconcertante, incomprensibile, inconcepibile, devastante, indecente. Sarà anche un magistrato svizzero, ma quando parla dello stato della giustizia in Italia perde ogni forma di aplomb. Si chiama Antonio Perugini ed è procuratore pubblico (pubblico ministero) della procura di Lugano. In Ticino è considerato un duro. All’inizio degli anni Duemila ha sgominato la coltivazione e il commercio della marijuana che aveva trasformato, illegalmente, il cantone nella nuova Amsterdam. Oggi, leggendo i giornali italiani pieni di intercettazioni e guardando i telegiornali pieni di giornalisti che interrogano gli indagati al posto dei magistrati, non può credere ai propri occhi. Che si tratti di Sarah Scazzi o di Ruby Rubacuori, la questione per lui non cambia.

Antonio Perugini, che impressione si è fatto, da magistrato, del rapporto tra magistratura e stampa in Italia?
Di sconcerto! La autorizzo a usare questo termine: sconcerto. È sconcertante per un magistrato, perché non riesco a rendermi conto di come sia possibile che tutte le informazioni di un’inchiesta in corso possano finire in diretta alla stampa, in alcuni casi prima ancora che il magistrato stesso ne abbia avuto visione. Come diavolo può avvenire se non – ovviamente – con una sistematica violazione del segreto istruttorio da parte degli addetti ai lavori?

Qual è il principio che sottostà all’obbligo della segretezza delle indagini?
Il principio è quello della non compromissione dell’esito dell’inchiesta stessa. La segretezza permette che l’inchiesta possa essere condotta senza interferenze. Perché l’obiettivo generale resta quello di stabilire la verità materiale dei fatti.

La violazione del segreto istruttorio è punibile in Svizzera?
È un reato di natura penale.

Ricorda casi in cui la violazione del segreto è stata punita nel vostro paese?
Recentemente c’è stato un caso a Zurigo in cui un agente di polizia è stato condannato perché aveva passato alla stampa il contenuto di una denuncia verso il capo dell’esercito svizzero, che a seguito dello scandalo fu costretto alle dimissioni. Quello è l’unico episodio clamoroso, ma in Svizzera sono casi estremamente rari anche perché sono rare le fughe di notizie.

Perché secondo lei si arriva alla violazione del segreto istruttorio se esso è necessario per la ricostruzione della verità fattuale?
È per questo che è incomprensibile! Ed è per questo che poi ha buon gioco Silvio Berlusconi a dire ogni volta: “Ecco, ci sono i magistrati che mi perseguitano”. In questo modo si aprono le porte all’interpretazione politica dell’azione della magistratura, ma anche a tante altre interpretazioni. Si presta il fianco all’accusa che vi sia un uso strumentale della giustizia. È una cosa devastante dal punto di vista della credibilità della giustizia.

Ma non è solo l’immagine della magistratura a uscirne male. Anche chi è indagato non è più garantito.
Esatto. Quel che avviene è inaccettabile perché divulgare le informazioni di un’indagine significa rendere pubblico ciò che per definizione deve essere reso noto solo al momento del processo. Questa è la condizione perché venga garantita la presunzione d’innocenza. È la presunzione d’innocenza che si sta mandando al macero. Perché l’imputato è innocente fino a che non viene emessa una sentenza di colpevolezza. Altrimenti è inutile che si mettano nelle varie carte dei diritti dell’uomo tutti questi princìpi, se poi vengono sistematicamente violati e calpestati. Per noi magistrati svizzeri è assolutamente incomprensibile e inconcepibile, ad esempio, che delle conversazioni telefoniche intercettate dagli inquirenti possano finire sui giornali prima che siano rese pubbliche al processo.

Anche l’atteggiamento della vostra stampa è diverso da quello dei media italiani?
Sì, da un lato c’è una stampa meno aggressiva e spregiudicata. C’è molto più rispetto delle persone e dell’elemento istituzionale. Quindi se l’autorità si trincera dietro il silenzio, non si cerca qualsiasi espediente per arrivare a pubblicare la notizia. Cosa che invece in Italia mi sembra essere più diffusa e da tutti praticata. Anzi, mi sembra di capire che alcuni magistrati abbiano la propria stampa di riferimento.

È vero che tra voi magistrati e la stampa c’è una sorta di accordo su come gestire le notizie?
Diciamo che c’è un gentlemen’s agreement. Una serie di regole deontologiche alle quali ci si riferisce e una prassi che si è instaurata negli anni. In sostanza noi diamo conferma di quelle notizie che spesso e volentieri la stampa ha già, ma sulle quali i giornalisti hanno bisogno di un riscontro autorevole da parte di chi ha in mano l’inchiesta. Questo modus vivendi finora ha assicurato quella tranquilla convivenza tra due obiettivi estremamente diversi e per certi versi opposti. Perché voi giornalisti avete bisogno dell’attualità e dell’immediatezza e noi magistrati abbiamo bisogno del segreto assoluto fino al momento del processo, dove le cose possono diventare pubbliche. Si è riusciti instaurare una convivenza tra questi due obiettivi assicurando quella necessaria minima informazione senza che il segreto istruttorio impedisca che nulla si sappia. È un ragionevole compromesso. Ragionevole e soprattutto rispettato.

Perché la stampa in Svizzera accetta questo compromesso?
La stampa ha tutto l’interesse a mantenere questo equilibrio che si è stabilito nella prassi, proprio perché sa che se violasse l’accordo da parte nostra scatterebbe il black-out dell’informazione.

A lei capita di collaborare con magistrati italiani per casi transfrontalieri. Ha mai provato a chiedere spiegazioni?
Sì, informalmente ho domandato come sia possibile che vi siano così tante fughe di notizie. La risposta che ho ricevuto, e che ritengo verosimile, è che i colabrodo sono già a livello dei palazzi di giustizia. E poi c’è probabilmente un inciucio, non sano sotto il profilo dell’affidabilità delle istituzioni, fra alcuni magistrati e i loro giornalisti di riferimento. Ma qui penso di dire cose stranote.

Ma i palazzi di giustizia ci sono anche in Svizzera. Come mai non sono dei colabrodo? Perché gli addetti ai lavori nel vostro paese riescono a resistere alla tentazione di far uscire le notizie?
Perché non ne hanno nessun interesse e non ne traggono nessun vantaggio. Anzi, ne avrebbero solo da perdere, nessuno vuol mettere a repentaglio la propria carriera. Ma penso che in Italia ci sia un altro problema che noi non abbiamo.

Quale?
La lunghezza dei processi. In Italia, a causa delle norme di procedura e della sottodotazione di mezzi per le inchieste, non si ha la certezza che le indagini arrivino in tribunale e che in tribunale sia emessa una sentenza. L’esigenza dei processi mediatici, forse, nasce dal fatto che i magistrati hanno spesso la sensazione che il corso normale della giustizia non porterà a nulla. I grossi processi sono tutti lì, e la prescrizione è il loro esito naturale e cimiteriale. Questo crea nella classe giudiziaria una sorta di frustrazione: viene fatto un lavoro magari anche enorme, con dedizione e impegno, ma non se ne riesce a vedere il risultato in tempi ragionevoli. Così scattano quei meccanismi per mezzo dei quali viene ripristinata la gogna. Prima la gogna era in piazza, ora è sui giornali. E magari solo perché il magistrato vuole mostrare che il proprio lavoro l’ha fatto. Un modo, un po’ barbaro, per valorizzare il proprio lavoro. Ma il lavoro del magistrato e del giudice deve essere valorizzato in aula, con le sentenze. Non con i rapporti privilegiati con la stampa.

Quanto durano i vostri processi?
La stragrande maggioranza dei processi medio-grandi si conclude entro i sei e i dodici mesi, si arriva a durate maggiori solo nei processi epocali come quello per il fallimento di Swissair. La garanzia delle nostre norme procedurali è che, soprattutto quando è richiesto l’arresto, e quindi la carcerazione preventiva, i tempi di evasione dell’inchiesta sono estremamente celeri. Perché da noi si rimane in carcere fino al processo e la carcerazione preventiva fino all’anno scorso poteva durare al massimo sei mesi, da quest’anno si è ridotta a un massimo di tre mesi. Questo significa che noi magistrati inquirenti dobbiamo sbrigarci a fare il nostro lavoro. Quindi l’ultimo dei pensieri del magistrato svizzero è quello di informare la stampa. È l’ultima delle sue preoccupazioni. Recentemente la procura di Lugano ha introdotto la figura dell’addetto stampa proprio per evitare che i giornalisti ci mettano sotto assedio con le loro telefonate. Noi siamo occupati a fare le inchieste.

Come se ne potrebbe uscire?
Ho l’impressione che se l’assetto normativo e la dotazione in uomini e mezzi fossero adeguati, nessuno avrebbe interesse a fare processi mediatici.

Lei la fa facile…
Sì, ma bisogna rendersi conto che così la situazione della giustizia è indecente. Perché chi ci va di mezzo non è tanto il signor Berlusconi e le sue signorine, qui ci va di mezzo la credibilità e l’affidabilità della giustizia. Chi mai crederà alle sentenze frutto di inchieste condotte in questo modo? Ognuno avrà la scusa per dire: se trattano così il premier, figuriamoci come sarà trattato il privato cittadino. E ogni sentenza si trasformerà nell’errore giudiziario del secolo.