Caro Galli Della Loggia, nessuno sbaglio può ridurre la grandezza della pretesa cristiana

Pubblichiamo l’articolo della giornalista Elisa Calessi in risposta a Ernesto Galli Della Loggia, che ha commentato sul Corriere della Sera la lettera di Julian Carron a Repubblica.

Pubblichiamo l’intervento della giornalista di Libero, Elisa Calessi, comparso oggi sul suo blog ElisaCalessi.it.

Ernesto Galli Della Loggia, oggi sul Corriere della Sera, rispondendo alla lettera di Julian Carron, il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, fa una riflessione sulla presenza dei cristiani. Per arrivare a dire che se vogliono incidere ancora nella società, nella politica, nella cultura devono imparare a – come dire – abbassare un po’ la cresta. La presenza dei cattolici, scrive, “deve superare ogni egemonismo, spogliarsi di ogni abito di autosufficienza culturale, bensì avviare un dialogo alla pari con identità differenti dalla propria, insieme alle quali cercare significativi punti di convergenza”. Fino a proporre (proprio così) una non meglio precisata “prospettiva federativa”: “Ha bisogno in sostanza di riconoscersi in una autentica prospettiva federativa offerta in modo non strumentale a forze politiche d’ispirazione non cattolica (che siano di destra o di sinistra non cambia la natura del problema”).

I cristiani sono uomini. Possono sbagliare, sbagliano. Continueranno a sbagliare. Il primo Papa ha tradito Gesù Cristo in persona tre volte, figurarsi. E se un cristiano dà scandalo, a essere colpito, ferito, è tutto il corpo a cui appartiene. Proprio perché è un corpo ed è, giustamente, percepito come tale anche all’esterno. Ma nessuno sbaglio potrà mai ridurre la grandezza della pretesa cristiana. Nessuno può chiederlo e nessun cristiano può farlo. Perché quella grandezza non è nelle mani dei cristiani. Non è una proposta tra le altre o una visione che si può “federare” con altre e così ne facciamo una ancora più grande e più bella. La Chiesa è cattolica, cioè, come dice l’etimologia della parola, universale. La scommessa cristiana è di essere universale. Perciò la sua sfida nel mondo, nella politica, nella cultura, nella storia non può essere meno di questo. Il dialogo con tutti si fonda proprio su questo: se Gesù Cristo è la risposta all’uomo, di qualunque latitudine, di qualunque tempo, nulla e nessuno mi è estraneo.

In questo senso, è vero, la presenza cristiana è chiamata a essere “egemonica”. Ma non nel senso di conquistare il mondo o il potere. L’egemonia è data dalla presenza di Dio fatto Uomo. Il grande potere di un cristiano è appartenere a Chi è davvero Potente. Se chi crea tutto, chi può tutto perché lo fa, è entrato nella storia, è nella storia, coloro che lo hanno incontrato non possono nasconderlo o ridurlo a una proposta tra le altre. Nessuno sbaglio può ridurre questa scommessa di senso che è totalizzante e, per fortuna, in mani ben più grandi di quelle nostre.

Ma quella dei cristiani è un’egemonia strana. Non ha a che fare con il successo o il riconoscimento del mondo. Anzi, più i cristiani sono testimoni, più, in genere, sono perseguitati. Cedere alla tentazione del successo è dunque contraddire la scommessa cristiana. Ma smettere di dare mani e testa a quell’altra egemonia, quella di Dio sul mondo, è compiere un tradimento, se possibile, ancora peggiore.