Caos scuola. «Il problema non è il concorsone, ma il sistema centralistico di reclutamento»

Per Roberto Pellegatta, preside dal 1992 e fondatore dell’Associazione professionale di dirigenti scolastici DiSAL, «occorre avere il coraggio dell’autonomia»

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Sono almeno 900 le graduatorie mancanti, sulle quasi 1.500 previste per concludere tutti i concorsi di reclutamento dei docenti inseriti nella riforma della “Buona Scuola” per il prossimo triennio (2017-19). Significa che oltre il 60 per cento delle graduatorie produrranno vincitori solo per l’anno scolastico 2017/2018. Ma il ritardo delle nomine in ruolo ha una ragione profonda che «non consiste nella modalità con cui sono stati pensati gli esami o nell’alta percentuale di bocciati, perché il difetto della riforma sta nel manico». A spiegare a tempi.it le ragioni di un tale impasse è Roberto Pellegatta, preside dal 1992 e fondatore dell’Associazione professionale di dirigenti scolastici DiSAL (Dirigenti scuole autonome e libere).

Quale sarebbe dunque il problema del concorso indetto?
Innanzitutto è impensabile credere che un concorso di questo tipo, con centinaia di migliaia di iscritti, possa svolgersi e concludersi in soli sei mesi. Il passato dimostra che concorsi di questo tipo durano non meno di un anno, se tutto va bene: impossibile correggere più di 40 scritti o fare più di 10 orali al giorno con commissari che non hanno esoneri dal servizio e per i quali erano da sempre previsti compensi irrisori.

Sta dicendo che è solo un problema di tempo?
Non solo, il difetto sta anche nel manico, ossia nell’impostazione di tutte le recenti immissioni in ruolo che sono state complicate da distinzioni per fasce che hanno creato notevoli disparità di trattamento. Inoltre lo stesso bando non ha tenuto conto di soluzioni che potevano agevolare le nomine per quest’anno. Ad esempio bastava prevedere che il vincitore di concorso che aveva in corso una supplenza all’atto della nomina potesse restare sul posto a supplenza, assumendo il nuovo posto di titolarità dal settembre prossimo.

Cosa pensa della percentuale dei bocciati alle prove di concorso che supera il 50 per cento? 
Non capisco la denuncia. In un concorso pubblico non c’è mai stata una percentuale di promossi vicino al 50%. Nel 1992 partecipai al concorso di presidi per gli istituti tecnici e i promossi furono il 7,3 per cento dei candidati. Mentre più recentemente, se si guarda al sito del Miur, si scopre che nel 2012 i promossi dei 264.423 candidati furono 8.303, circa il 2,3 per cento. Oltre al problema dei posti autorizzati dalle Finanze, c’è anche la mancanza di un’offerta corrispondente alla domanda di insegnanti nelle scuole dovuta alla mancanza di dati posseduti dal Ministero, che pubblica i numeri sull’organico di diritto senza però conoscere quello di fatto. Per queste ragioni vengono banditi concorsi con posti che non corrispondono all’effettivo bisogno delle scuole.

Com’è possibile che un ministero dell’Istruzione non abbia dati simili?
Non lo so eppure accade, anche se occorre dire che negli ultimi anni abbiamo visto più dati pubblicati. Ma in fatto di parzialità dei numeri un altro esempio clamoroso è di ieri: sono stati pubblicati dal Miur i dati degli alunni alla riapertura delle scuole statali, ma mancano quelli delle paritarie. E non credo per scelta ideologica, ma per una raccolta parziale. Va riconosciuto alla Buona scuola un reclutamento da anni mai visto in termini numerici, ma il sistema centralistico di reclutamento, i meccanismi utilizzati per farlo e l’incertezza dei dati (mali non certo recenti) hanno creato la confusione di questi giorni.

Come si risolve il problema?
Occorre avere il coraggio (mai avuto finora) dell’autonomia, come avviene già negli ospedali e nei Comuni. evitando la gestione centralistica dei concorsi (nazionale o regionale che sia) e assegnando ad ogni scuola resa autonoma (o scuole in rete locale se piccole) la potestà di fare concorsi propri. Si tratta di attuare veramente il principio dell’autonomia scolastica, per cui ogni scuola che ha bisogno di docenti dovrebbe reclutarli da sé attraverso concorsi interni. In parte questa autonomia è iniziata quest’anno con la chiamata diretta, non a caso molto contrastata. Purtroppo in questi anni interessi convergenti tra burocrazia e sindacati hanno ostacolato questa via.

Foto Ansa

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