Cancellieri-Ligresti, il nuovo “pizzino” di Repubblica in vista della sfiducia

Il quotidiano parla di un «tabulato che scotta» con nuove telefonate tra il guardasigilli e i Ligresti. «Non sappiamo cosa si siano detti» ma le chiamate sono «troppe per esprimere semplicemente solidarietà»

Tra le carte dell’inchiesta della procura di Torino sui falsi in bilancio di Fonsai (gruppo Ligresti) c’è un «tabulato che scotta», scrive Paolo Griseri con il tipico linguaggio di Repubblica, quello che di solito preannuncia l’inizio della classica campagna politico-mediatico-giudiziaria a base di telefonate, atti di procura & dieci domande. E cosa ci ha trovato Repubblica in quel tabulato rovente? Ha trovato «nuove verità», continua Griseri. Infatti in quel documento «c’è una nuova telefonata tra Annamaria Cancellieri e Antonino Ligresti». Non solo: ci sono anche «numerose telefonate tra Sebastiano Peluso, il marito di Annamaria Cancellieri, e i familiari di Salvatore Ligresti».

IL TABULATO. In questo caso, precisa Repubblica quasi con una punta di rammarico, non si dispone delle solite «intercettazioni telefoniche con le loro virgolette, le pause, gli stati d’animo dei protagonisti». Per ora si tratta solo un «arido, essenziale» tabulato, ovvero «numeri di telefono, orari di chiamata e durata dei contatti». Per altro il cellulare del guardasigilli sarebbe identificato nel documento solo con le prime tre cifre, 366, e Griseri ha avuto bisogno della conferma di «più fonti» per avere la certezza che fosse proprio il suo. Tanto meno si sa cosa si siano detti alla cornetta la Cancellieri, suo marito e il signor Ligresti. Ciò tuttavia non impedirà al quotidiano di largo Fochetti di riprendere il bombardamento sul «ministro pro tempore» e di portarlo avanti almeno fino al 21 novembre, quando la Camera voterà la mozione di sfiducia proposta dai grillini: le sue telefonate con quella famiglia, sostiene Griseri, sono «troppe per esprimere semplicemente solidarietà».

LA SMENTITA. «Quel che si sono detti non lo sappiamo», fa dire il giornalista a «un investigatore che quei numeri li ha visti». Ma a Repubblica basta il fatto che Cancellieri e Ligresti «certamente si sono parlati» per riaprire il caso politico. Perché il ministro, nell’interrogatorio del 22 agosto, aveva detto ai pm di Torino che oltre alle famose telefonate intercettate con la compagna di Salvatore Ligresti, Gabriella Fragni, e con lo stesso Antonino (quelle famose sulla carcerazione preventiva di Giulia Maria, poi pubblicate dai giornali) «non l’ho più sentita né ho sentito altri in relazione al caso Ligresti». Invece adesso «la macchina che produce il tabulato» segnala un’altra conversazione che «dura 7 minuti e mezzo», ribatte Repubblica. E per di più avviene proprio il giorno prima dell’interrogatorio del guardasigilli. «E qui sta il punto: che cosa si dicono in sette minuti e mezzo un ministro che non ha certo tempo da perdere e il fratello di un carcerato?».

PENALMENTE IRRILEVANTE. Da notare che «il tabulato che scotta» (e due) «non è ancora stato dato alle parti – scrive Griseri – e probabilmente, anche dopo il suo deposito, non cambierà la posizione che ha sempre avuto la Procura di Torino: “Agli atti non c’è nulla di penalmente rilevante”». Però «non sempre ciò che non è penalmente rilevante è politicamente sostenibile», prosegue l’articolo. In effetti, ora che un’indagine giudiziaria ha fornito ai giornali «parecchie telefonate» tra i Cancellieri e i Ligresti – pur penalmente irrilevanti e dal contenuto ignoto – per il ministro sarà «molto difficile spiegare solo con la vocazione umanitaria».

POLITICAMENTE RILEVANTE. Segue una sorta di avvertimento: «Ora potrebbero diventare interessanti altre chiamate, oggi solo riassunte nel brogliaccio Fragni. Quel brogliaccio, come il tabulato che scotta (e tre, ndr), non è ancora disponibile. E forse, più della vicenda giudiziaria, potrebbe riaprire il caso politico». Già, perché se pure è penalmente irrilevante, «è politicamente rilevante» che ci siano stati «contatti tra il ministro e un gruppo di presunti faccendieri accusati di reati gravissimi». È, conclude Repubblica, «una questione di giustizia».