«La “buona scuola”? Usiamola come leva per scardinare una cultura nemica della libertà»

Intervista a Anna Monia Alfieri (Fidae Lombardia): «La riforma c’è. Per migliorarla non basta opporsi, bisogna fare proposte di intervento sui decreti attuativi»

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«Positiva o negativa? La riforma della “Buona Scuola” ora c’è e credo sia necessario intervenire sui decreti attuativi per valorizzarla dove possibile». È il concetto che suor Anna Monia Alfieri, presidente di Fidae Lombardia (associazione che riunisce la quasi totalità degli istituti cattolici italiani), ha esposto il 14 luglio al convegno di Cisl Reti e ripete in questa intervista a tempi.it.

Come si valorizza una riforma che, al contrario delle intenzioni dichiarate, si è conclusa con l’assunzione di 150 mila precari? Non rischia di ridurre la scuola a un ammortizzatore sociale?
In qualche modo il problema dei precari andava risolto, dopo anni di cattiva gestione della scuola che li ha creati. In merito al resto della riforma, al convegno della Cisl Reti ho evidenziato che le associazioni e le parti sociali hanno cercato di difendere indistintamente i loro interessi senza riuscire a mettere in fila tutte le questioni nel loro complesso. E ho spiegato che non basta opporsi, ma occorre fare proposte alternative. Infine sono convinta che ora sia necessario intervenire sui decreti attuativi della riforma valorizzando le parti buone.

Ad esempio?
È prevista la personalizzazione del piano studi in merito alle discipline opzionali. Si parla dell’alternanza scuola-lavoro, oggi debolissima in Italia, che ci vede al 21esimo posto in Europa per il numero di studenti che riescono a trovare lavoro nell’ambito occupazionale per il quale hanno studiato. C’è poi una maggior sensibilità per la territorialità della scuola, mentre finora il sistema “regionalista” non ha valorizzato le eccellenze, motivo per cui siamo in fondo alle valutazioni dell’Ocse sulla scuola. Inoltre, anche se non è molto, bisogna sfruttare i 500 euro annuali previsti per la formazione del docente.

Ma dove sono finite la meritocrazia e la valorizzazione della libertà di scelta?
È vero che i 76 euro di detrazioni per figlio concessi ai genitori delle scuole libere sono pochi, ma è la prima volta che viene riconosciuto alla famiglia un vantaggio fiscale. Credo che occorra combattere per aumentare questa cifra. Non basta opporsi, bisogna esserci, fare cultura e creare un’alternativa. Sono invece scesi in piazza i contrari alla libertà di educazione e alla meritocrazia. Motivo per cui l’autonomia è stata ridimensionata, rispetto alla proposta iniziale. Così gli scatti di stipendio, che dovevano basarsi sul merito e non solo sull’anzianità, sono stati sostituiti da un bonus annuale di piccole dimensioni. Inoltre, la figura del dirigente scolastico è stata sminuita e privata dei poteri necessari per condurre una scuola a sviluppare un’identità piena.

Non la preoccupano il possibile esodo dei docenti dalla scuola paritaria, la mancanza di un’autonomia piena e l’articolo 16 che apre all’insegnamento della “parità di genere” in tutti gli istituti?
Sono preoccupata, solo che non dobbiamo combattere per trattenere gli insegnanti ma per chiedere che sia garantita la pari dignità con la parità di stipendi a parità di titolo di studi. Non dobbiamo nemmeno combattere per la difesa della scuola paritaria ma per la libertà di educazione e della famiglia, da cui poi discende la parità. Per questo è stato importante includere l’obbligo al consenso informato dei genitori nel caso di un insegnamento come quello del gender.

Il 20 giugno scorso un milione di cittadini sono scesi in piazza per dire che l’insegnamento dell’ideologia gender non deve essere introdotto nella scuola, statale o libera che sia.
Su questo e su altri contenuti il mondo cattolico, ma tutta la società civile, deve combattere di più ed essere presente in maniera unitaria, altrimenti anche sul fronte politico resterò debole. E poi occorre fare cultura se si vuole generare consenso. Ora abbiamo due alternative: possiamo usare la riforma come una leva su cui fare forza per togliere il tappo a una scuola classista, regionalista e discriminatoria, o come un chiavistello da mettere su un portone.

Foto Ansa

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