Bortolussi (Cgia): «Per gli imprenditori stranieri il vero spauracchio in Italia è la giustizia»

«I tribunali terrorizzano chi vuole investire qui: non sai quando ne uscirai, e spesso vincere è come perdere». Intervista al leader degli artigiani di Mestre, che prepara un convegno sulla giustizia civile (28 marzo)

«Il principale motivo per cui le imprese estere hanno timore a investire in Italia è la giustizia civile». Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre, prepara gli argomenti per la tavola rotonda sulla giustizia civile dell’associazione veneta degli artigiani, in programma per venerdì 28 marzo a Venezia. E accetta di spiegare a tempi.it cosa pensano gli imprenditori stranieri dei nostri tribunali e perché l’inefficienza di questi ultimi rappresenta un serio freno allo sviluppo.

Bortolussi, la giustizia civile italiana proprio non funziona?
Vede, questo è un argomento di cui purtroppo non si sente parlare così spesso in Italia, anche perché la situazione della giustizia penale è forse ancora più grave. Ma le assicuro che un imprenditore straniero mette la giustizia civile al primo punto tra quelli che determinano la sua scelta se venire o meno nel nostro Paese. Le tasse e la burocrazia, il deficit infrastrutturale e il costo dell’energia superiore del 40 per cento rispetto alla media europea sono a loro volta senza dubbio fattori determinanti, ma sicuramente vengono dopo.

Come mai?
Perché in Italia si sa quante tasse si devono pagare e il costo dell’energia è scritto nero su bianco in un contratto, mentre i tempi della giustizia non sono mai certi e le regole dei processi sono difficili e poco intuitive: da noi, infatti, un processo può durare fino a 8, 9, persino 10 anni, e a volte nemmeno si risolve con equità. Per non parlare poi dell’incertezza legata ai possibili ricorsi e appelli fino alla Cassazione. È un labirinto kafkiano in cui gli imprenditori hanno sempre più paura a infilarsi perché non possono sapere se e come ne verranno fuori.

All’estero non ci sono i tribunali?
Ci sono eccome, ma chiunque abbia vissuto l’esperienza di lavorare all’estero sa bene che, in caso di contestazioni o processi, tempo 3 o 6 mesi al massimo ne verrà fuori. Pagherà, se sarà riconosciuta una qualche responsabilità o colpevolezza, ma i lavori poi, di norma, vanno sempre avanti. In Italia, invece, si corre il rischio che un processo possa bloccare tutto. E si sa che per un imprenditore il tempo è denaro. Spesso poi, una volta concluso un processo, anche se hai vinto è come se avessi perso, per via del tempo che è trascorso e delle spese processuali.

Cosa si può fare per migliorare la giustizia civile?
È proprio di questo che parleremo venerdì 28 marzo al convegno sulla giustizia civile che si terrà a partire dalle 14:30 alla Scuola Grande di San Teodoro a Venezia presso San Marco. In quella occasione verranno suggerite alcune idee come, per esempio, l’importanza di una nuova legge sui fallimenti e la necessità di introdurre figure manageriali con responsabilità organizzative nella gestione dei tribunali. Essere bravi giudici o avvocati, infatti, non significa automaticamente essere anche capaci di amministrare un’azienda, e non vedo perché un tribunale non debba essere condotto con la medesima efficienza delle aziende. Se questo dovesse comportare anche dei cambiamenti o dei trasferimenti di sede, non capisco perché in Italia ci si debba sempre opporre. In Germania sono addirittura riusciti a spostare la capitale da Bonn a Berlino, mi auguro che in Italia riusciremo a portare a termine questo compito minore.