Bolivia senza Morales: tra terza via e rischio di caos
Il voto del 17 agosto scorso ha prodotto un terremoto politico inatteso in Bolivia. Rodrigo Paz Pereira, senatore e figlio dell’ex presidente Jaime Paz Zamora, leader del Partito Democratico Cristiano (Pdc), ha vinto con il 32,06 per cento dei consensi, seguito dall’ex presidente Jorge “Tuto” Quiroga, del partito di destra Libre, fermo al 26,7 per cento. Terzo, con il 19,69 per cento, l’imprenditore Samuel Doria Medina, candidato di Unidad, anch’esso schieramento di destra, che ha annunciato il proprio sostegno a Paz in vista del ballottaggio del 19 ottobre.
Il secondo turno profila dunque uno scenario che fino a pochi mesi fa sembrava inimmaginabile, visto che per la prima volta in quasi vent’anni, il Movimiento al Socialismo (MAS) fondato da Evo Morales è stato escluso dal ballottaggio. Non solo.
La disfatta del MAS in Bolivia
Il colpo subito dal MAS è ancora più evidente in Parlamento: nessun seggio in Senato e appena un deputato su 130 alla Camera, dove la sinistra ha conquistato appena due altri seggi con il partito Alianza Popolare di Andrónico Rodríguez, giovane ex alleato di Morales e presidente uscente del Senato. Una débâcle storica.
La sorpresa Paz ha condotto una campagna sobria, con investimenti limitati sui social e senza una struttura elettorale nazionale solida. Il suo profilo di outsider centrista, rafforzato da un cognome noto, ha saputo intercettare un elettorato stanco della polarizzazione incarnata da Morales e dalla destra più radicale. Quiroga, al contrario, incarna la continuità istituzionale, forte di una lunga esperienza di governo e di solidi legami internazionali. La sua promessa agli elettori è stata quella di restituire stabilità e credibilità al Paese, attirando nuovi investimenti dall’estero, mentre Paz, che respinge il marxismo, vuole un capitalismo inclusivo – “capitalismo per tutti” è il suo slogan – in quella che alcuni analisti hanno battezzato forse prematuramente la “terza via” boliviana, non fosse altro per gli scarsi successi delle cosiddette terze vie in America Latina.
Morales e il voto nullo
Nonostante il tracollo, Evo Morales continua a occupare la scena politica. Dopo il voto ha ringraziato i suoi sostenitori per avere fatto “vincere” il voto nullo come forma di protesta contro quello che definisce «un processo illegittimo», essendo lui stato escluso dalla Corte costituzionale in quanto la Magna carta gli impediva una quarta candidatura. Alla vigilia del primo turno, con toni radicali, aveva esortato i militanti a scarabocchiare le schede per «non creare opportunità per la destra». E ha ribadito che se chiunque, tra Paz o Quiroga, vinca al secondo turno, tenterà di arrestarlo, il suo movimento «resisterà», presentando il voto come «un ritorno al fascismo».
La strategia di Evo è chiara: delegittimare il processo, mobilitare la piazza e conservare la leadership di un MAS sempre più frammentato, essendo quasi scomparso dalle urne. In questo quadro, il vero rischio non è tanto il risultato dello scorso 17 agosto, ma l’interregno fino al ballottaggio del 19 ottobre. Le istituzioni boliviane restano molto fragili e Morales conserva ancora un notevole potere organizzativo – attraverso i coltivatori di coca del suo feudo del Chapare, movimenti sovente armati e le élite locali a lui fedeli – capace di innescare un conflitto sociale prolungato.
Un Paese sospeso
Se riuscisse a far percepire il ballottaggio come un colpo di Stato contro di lui e le sue aspirazioni presidenziali, proteste violente potrebbero travolgere La Paz e Santa Cruz, minando la fiducia degli investitori e paralizzando ogni tentativo di rinnovamento politico. Non a caso, un ambasciatore europeo ha sintetizzato così il clima: «La vera domanda non è chi vincerà il 19 ottobre, ma se la Bolivia ci arriverà in pace».
In questo contesto incerto, un segnale di stabilità è arrivato dalla Conferenza episcopale boliviana (CEB), che in un comunicato del 18 agosto scorso ha messo in evidenza la massiccia partecipazione popolare al voto, interpretandola come segno di «impegno democratico, speranza e responsabilità». I vescovi hanno accolto «con speranza i risultati elettorali che aprono un nuovo capitolo nella storia politica del Paese», invitando candidati ed elettori ad affrontare la campagna per il ballottaggio «con trasparenza, rispetto e serenità».
Il voto e la fine di un’epoca
Un appello alla pacificazione che acquista particolare rilievo in una Bolivia attraversata da una grave crisi economica, con un’inflazione al 25 per cento annuo – la più alta degli ultimi 17 anni -, carenza di carburanti e svalutazione della valuta nazionale. Tutto ciò mentre rimane forte la tentazione di ricorrere ancora una volta alla piazza come unico strumento di pressione politica.
Il voto del 17 agosto segna dunque la fine di un’epoca: il ciclo aperto da Morales vent’anni fa sembra avviarsi al tramonto, ma il futuro resta incerto. Paz rappresenta un cambio generazionale e un’alternativa più sfumata, difficilmente incasellabile nella dicotomia destra-sinistra. Quiroga offre invece esperienza e legittimità internazionale. Entrambi, però, dovranno fare i conti con l’ombra ingombrante di Morales, deciso a restare lo «spoiler» permanente della politica boliviana.
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