Una promessa mantenuta

Tratto dal n.20/2012 di Tempi

Undici maggio. Che scandalosa primavera. Perfino a Milano l’aria, al mattino presto quando esci di casa, è una carezza. Camminare distrattamente come ogni mattina sulla solita strada, come ogni giorno passare accanto a quella cancellata. Ma stamattina fermarsi di colpo, catturati dal profumo dolce e denso dei gelsomini. Tornare indietro allora di due passi, chinarsi ad annusare i fiori bianchi che splendono sul verde chiaro delle foglie appena germogliate. (È così rapida e intensa la seduzione di quel profumo, che ti sembra quasi che ti sia stato teso un agguato).

 

Alla Maggiolina, tra le villette d’epoca le rose rampicanti grondano fuori dalle sbarre dei cancelli, come evase in fuga da una cella troppo angusta: sono così tante, troppe, e splendenti, che non tollerano il confine stretto dei loro giardini. E l’issopo nelle fioriere davanti a casa? Per tutto l’anno se ne sta lì, anonimo e inosservato nel suo verde scuro, ma oggi al primo sole caldo i suoi fiori esalano il loro acre mediterraneo profumo.

 

È maggio, registra il tuo pure impigrito olfatto cittadino, svegliando in qualche angolo di te una commozione che non sapresti dire con nettezza. E pensi che sarebbe bello, stasera, andare al parco e affondare lo sguardo nel verde nuovo dei prati, e respirare a fondo l’odore dell’erba tagliata. Sarebbe bello perfino, ti permetti di immaginare, andare questa sera in un piccolo paese della Bassa, e nella piazza davanti alla chiesa sedersi a un caffè, e bere un bianco frizzante che smussi la piega più tagliente dei pensieri; mentre le rondini fanno gazzarra attorno alla cima del campanile e il sole lento, quasi svogliato si abbassa all’orizzonte e lascia dietro di sé l’aura rossa del suo ardore. È maggio, è il ritorno fedele. Ne fremono sui bordi delle strade, in campagna, i papaveri color fuoco, ebbri della più piccola folata di vento. Dai muri, come si arrampicano i germogli delle viti americane, giovani, fieri, diritti.

 

E nell’aria questo molle vagare di pollini bianchi, fluttuanti, svagati, sognanti; eppure determinati messaggeri, la vita nascosta dentro un seme. (Lì dentro, i codici sono ordinati, schierati, già pronti: cercano solo un po’ d’acqua, un palmo di terra in cui affondare le radici). È maggio, e per un’ora vorresti scordare ogni altro pensiero, e inebriarti dei profumi e dei colori come del calice di un giovane vino. Lo vedete anche voi, che è maggio? Non sembra una promessa mantenuta? Lo chiederesti a quelli che incroci, tutti apparentemente, come te del resto, intenti alle loro faccende, e di fretta. Capirebbero? Sono, queste, le parole tra noi non dette, non ammesse oltre la soglia di ciò che è lecito dire. Tacere dunque, e allungare le dita a sfiorare la lavanda pallida in un’aiuola. Sfregarne una foglia, e aspirarne grata il profumo.

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