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«Torturate e massacrate dal lavoro». Così vengono «rieducate» le donne nel gulag cinese di Masanjia

aprile 10, 2013 Leone Grotti

Pestaggi, lavoro massacrante, torture ripetute e malnutrizione. È quello che avviene ogni giorno nel campo di lavoro femminile (laojiao) di Masanjia (nella foto, una cella), nella provincia di Liaoning, uno dei 300 «campi di rieducazione attraverso il lavoro» attivi in Cina, dove chiunque può essere rinchiuso fino a quattro anni senza processo. Nonostante le promesse da parte del Partito comunista di «riformarli», la realtà è che i campi sono in piena attività, come racconta un servizio inedito del mensile cinese Lens, basato sui racconti di ex detenuti, ex ufficiali del laojiao e procuratori provinciali.

TORTURE E PESTAGGI. Secondo il rapporto, ogni volta che le donne detenute disobbediscono vengono colpite e torturate con bastoni attraversati da corrente elettrica. «Era estremamente doloroso» racconta una di loro, «quando ti colpivano tutto il corpo tremava». A un’altra donna il bastone veniva premuto sulla lingua: «Non riuscivo a stare ferma mentre la corrente elettrica si diffondeva nella mia lingua. Era come essere punta da tantissimi aghi». Altre ancora raccontano di essere state incatenate a una sbarra per le mani anche per un’intera settimana. Spesso le manette venivano fissate al soffitto dove le donne restavano appese senza che i piedi potessero toccare terra.

LAVORO MASSACRANTE. Secondo la legge cinese queste torture sono vietate, così come è vietato far lavorare i detenuti per più di sei ore al giorno. Ma le donne a Masanjia lavorano ogni giorno tra le 12 e le 14 ore, per essere «rieducate meglio», producendo vestiti. Si comincia alle 5 del mattino e se si va troppo lenti o se gli standard di qualità non vengono rispettati si viene picchiati costantemente. Le prigioniere affermano anche di avere costruito strade e coltivato 2500 acri di terra a grano e cotone. Secondo Peng Daiming, ex vice-amministratore del campo di lavoro, il laojiao ospita fino a 5 mila detenute, che con il loro lavoro generano un guadagno di 100 milioni di yuan all’anno (circa 12 milioni di euro) che va nelle tasche del Partito comunista e dello Stato.

MALNUTRIZIONE E MALATTIE. I detenuti vengono nutriti con una sola piccola porzione giornaliera di verdure e riso. La carne è “servita” solo la domenica. Chi si sente male, per le percosse o la malnutrizione, deve pagarsi il medico o restare malato. In nessun caso può assentarsi dal lavoro: anche chi non sta bene deve produrre allo stesso ritmo degli altri.

SOGNO CINESE CENSURATO. Nessun giornale cinese ha ripreso il rapporto di Lens, ripreso invece dal South China Morning Post di Hong Kong. Il servizio, pubblicato alla fine della scorsa settimana, è stato subito censurato dalle autorità cinesi su internet, dove è rimasto per poche ore. A gennaio il governo cinese aveva promesso di riformare i “campi di rieducazione attraverso il lavoro”. Ma alla recente prima sessione della 12esima Assemblea nazionale del popolo non se n’è neanche parlato. Da racconti come questi si capisce bene perché i cinesi non credono ai discorsi dei quadri di partito, come quello tenuto recentemente dal segretario del partito comunista Xi Jinping, che ha parlato di «sogno cinese» e di «benessere della popolazione» da raggiungere grazie al «socialismo con caratteristiche cinesi». Lo stesso che ha generato l’orrore dei laojiao.

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5 Commenti

  1. monica says:

    dovremmo evitare di acquistare oggetti e vestiti made in CINA.. ma è difficile..dovrebbero vietare tali importazioni!!

  2. alberto says:

    Almeno non sono ipocriti come voi cattolici. Andate in mona, voi e i vostri falsi buoni sentimenti.

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