Se è sessismo chiamare «Hillary» Hillary Clinton

Jessica Lis

Adesso che la corsa di Hillary Clinton alla Casa Bianca entra nel vivo, poteva mancare qualche sgangherato “allarme sessismo” riguardo al suo nome? No che non poteva, e infatti secondo gli specialisti di politica di McClatchy Dc è proprio il presunto sessismo verso la ex first lady uno dei temi che già agitano gli osservatori (o meglio le osservatrici) delle cose di Washington.

IKE E SILVIO. E quale sarebbe il segnale della discriminazione strisciante? Il fatto che per designare la senatrice di New York, già segretario di Stato, ci si accontenti di utilizzare il nome. Non il cognome né il titolo politico. Semplicemente “Hillary”. «È alquanto ingiusto», si ribellano le femministe sentite da McClatchy Dc, è un’abitudine che «dimostra il livello di disuguaglianza che ancora esiste sul lavoro e in generale nella società». Alcune delle voci interpellate dal giornale tendono a minimizzare osservando che potrebbe trattarsi semplicemente di un tentativo di rendere l’aspirante candidata democratica più “familiare” ai potenziali elettori, e anche ricordando che capita spesso anche agli uomini di ritrovarsi indicati amichevolmente solo per nome (vedi “Teddy” Roosevelt,”Ike” Eisenhower, “Jeb” Bush o perfino, aggiungeremmo noi per gli italiani, il presidente “Silvio”).

LO STUDIO ACCADEMICO. Per altri però il tema è serissimo. L’Università dello Utah ha addirittura condotto uno studio appositamente per scoprire che nella campagna 2008, quando la Clinton correva contro Barack Obama sempre per la nomination del partito, è stata chiamata per nome ben quattro volte di più che il suo rivale, mentre i giornalisti maschi omettevano il suo titolo di senatrice assai più frequentemente delle colleghe femmine…
Laura F. Edwards, docente di storia e studiosa dei temi di genere alla Duke University, è convinta che il vizio di chiamare per nome le donne, per quanto importanti siano, rientri «nel problema più ampio di come le donne sono riconosciute nella nostra cultura», si legge ancora nell’articolo di McClatchy Dc, dal momento che storicamente «abbiamo sempre usato i nomi dei loro padri e mariti, perché da loro non ci si attendeva che assumessero un ruolo pubblico nel mondo». Le donne, dice la Edwards, «non avevano identità proprie, e stiamo ancora vivendo le implicazioni di questo».

READY FOR HILLARY. Rincara la dose Debbie Walsh, capo del Center for American Women and Politics della Rutgers University, secondo la quale i nomi propri delle donne sono solitamente usati dai candidati avversari del sesso opposto per sminuirne il valore, e lo stesso vale per i loro titoli politici. Tuttavia, aggiunge la Walsh, è difficile concludere che il caso Clinton rientri nella categoria.
Comunque sia, c’è chi fa notare un aspetto non secondario di questa allucinante disputa, e cioè che in fondo è stata la stessa Hillary a scegliersi come slogan “Ready for Hillary” e a utilizzare, anche in passato, il suo nome come un brand. E il motivo è che da sempre la Clinton, più che con la parità di genere, ha problemi con la simpatia.

Foto Ansa/Ap

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