Profumo di fieno

fieno

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Una mattina alle otto. Da un’aiuola di corso Sempione si leva una folata di profumo. Hanno tagliato l’erba, ieri, e in una giornata di sole già si è asciugata. È profumo di fieno, quello che mi cattura. È un attimo: dall’olfatto ai neuroni, al cuore. Quell’alito di fieno disseccato mi sommerge in un’emozione profonda e lontana. Tempi remoti. Le estati della mia prima infanzia. Quando a fine giugno, terminata la scuola, si partiva per le Dolomiti, e si arrivava che nei prati l’erba era altissima, e costellata di fiori. Quei campi frementi al vento, densa estate condensata sotto ai nostri occhi cittadini, generosa abbondanza di pascoli, fitto laborioso ronzare di api e calabroni. Arrivava all’altezza dei miei occhi, l’erba alta e splendente di giugno.

Ma, una mattina, le gente del posto si levava molto presto. Con le falci sulle spalle i parenti dei contadini della zona salivano dal paese. Al taglio dell’erba al quartiere Bigontina collaboravano tutti. Anche i vecchi, e quelle donne anziane e secche con la falce sulle spalle mi incutevano un misterioso spavento. Iniziavano presto, quando il sole ancora lambiva appena le cime delle montagne. Dieci falciatori, un piccolo esercito, si disponeva sui pendii, e con metodico lento movimento attaccava a lavorare. La falce, costante, tranciava alla base gli steli, gli astri e le margherite. Cadevano tutti insieme, truppa di soldati sconfitta. In un istante a terra legioni di erbe e di fiori.

Stavo a guardare, più vicina che potevo, divisa fra l’ammirazione per quel procedere militare e la pena per i fiori falciati. Anche nel mite loro cadere intravedevo l’ombra di un dolore. Il cielo sopra di noi era terso, il sole trionfante. Già a sera dai campi attorno a casa cominciava a emanare quel profumo dolce, stordente, il profumo del fieno. Allora mi aggiravo per i prati annusando intensamente, inebriata. Era l’estate, ancora, distillata, che mi bevevo, respirando a pieni polmoni. Era, forse, la memoria antica e collettiva di remote fienagioni, quando quel profumo significava cibo per il bestiame d’inverno, e abbondanza, e promessa di vita prospera e buona.

Incredibile, come basti appena un alito di fieno da un’aiuola di Milano a scatenare il ricordo e l’emozione, e una indicibile gioia. Poi torno in me, al semaforo di questo viale metropolitano dove le automobili corrono veloci, sgasando diesel acre. Mi resta però addosso come un respiro buono, e quasi una tacita promessa. Di un bene che ho visto coi miei occhi, e avidamente amato; di un bene che c’è, che rivedrò un giorno, che non può essere cancellato.

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