Manzoni, Leopardi e la Madonna

Due giganti della letteratura italiana, Manzoni e Leopardi, spesso contrapposti nei libri di testo e dalla critica letteraria, presentano una straordinaria sintonia nella descrizione della natura umana e della situazione esistenziale in cui si trova l’uomo.

Alla fine del capitolo XXXVIII, il conclusivo de I promessi sposi, Manzoni utilizza un’immagine icastica: l’uomo è come un infermo che desidera cambiare letto, guarda quello altrui e lo vede più comodo e confortevole. Quando finalmente riesce a trovare un altro giaciglio, inizia a sentire “qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio”.

La vita dell’uomo non è mai perfetta, immune dalla sofferenza e dai problemi. L’uomo desidera sempre indossare un vestito che non è il proprio, percepisce un’insoddisfazione come un pungolo, anche quando sembra aver raggiunto l’obiettivo tanto agognato.

Anche per Leopardi l’uomo prova un sentimento di insoddisfazione e di tristezza che deriva da una tensione inesausta all’infinito, alla compiutezza e alla perfezione, sentimento definito laconicamente col termine “noia”, “in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani,… il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera” (Pensieri, LXVIII).

A distanza di pochi anni Manzoni e Leopardi scrivono due bei testi poetici dedicati alla Madonna.

Nel 1812 a Il nome di Maria Manzoni riserva un intero inno sacro, forse il più bello, ma “stranamente” anche poco conosciuto. Manzoni attesta che la profezia “Tutte le genti” la “chiameranno beata” si è adempiuta:

e detto salve a lei, che in reverenti

accoglienze onorò l’inaspettata,

Dio lodando, sclamò: Tutte le genti

mi chiameran beata…

Noi, oggi, siamo senz’altro

[…] testimoni che alla tua parola

obbediente l’avvenir rispose,

[…]

Noi sappiamo, o Maria, ch’Ei solo attenne

l’alta promessa che da Te s’udìa,

ei che in cor la ti pose: a noi solenne

è il nome tuo, Maria.

Ogni popolo ha conosciuto la grandezza della Madonna, la “Vergine, […] Signora, […] Tuttasanta”. A Lei ricorrono il bambino, nelle “paure della veglia bruna”, a Lei “ricorre il navigante”. A lei “la femminetta … della sua immortale/ alma gli affanni espone”.

La Madonna ascolta le nostre suppliche e le nostre preghiere “non come suole il mondo”. A Lei ogni popolo canti:

Salve, o degnata del secondo nome,

o Rosa, o Stella, ai periglianti scampo,

inclita come il sol, terribile come

oste schierata in campo.

 

Solo una vera e profonda devozione mariana potrebbe partorire versi di tale bellezza e di tale forza espressiva! Nel contempo, soltanto un lettore devoto e grato alla Madonna avverte la verità di questa poesia, non certo “retorica”, ma solenne, come si addice alla “Madre di tutti i viventi”.

Quattro anni più tardi, tra il novembre e il dicembre del 1816, G. Leopardi scrive un componimento intitolato L’appressamento della morte, composto in terzine dantesche. Il richiamo a Dante è non solo nell’uso della forma metrica.

In maniera sorprendente, infatti, il testo si conclude come la Commedia dantesca con un’invocazione alla Madonna. Scrive il Recanatese:

O Vergin Diva, se prosteso mai

Caddi in membrarti, a questo mondo basso,

Se mai ti dissi Madre e se t’amai,

Deh tu soccorri lo spirito lasso

Quando de l’ore udrà l’ultimo suono,

Deh tu m’aita ne l’orrendo passo.

Leopardi invoca la Madonna perché possa soccorrerlo nell’ora della morte. Così, Leopardi può rivolgersi al Padre Redentore con la sicurezza di un figlio che ha riposto bene la sua fiducia:

Se ‘l mondo cangiar co’ premi tuoi

Deggio morendo e con tua santa schiera,

Giunga il sospir di morte.

Una perlustrazione integrale dell’intera opera leopardiana, in prosa e in poesia, darà poi esiti impensati, perché il poeta più volte esalta la figura della Madonna e la invoca.

Inoltre, Leopardi strinse rapporti stretti con i Gesuiti negli anni della permanenza a Napoli dal 1833 al 1837, anno della sua morte. Secondo la testimonianza scritta del gesuita F. Scarpa Leopardi “si confessò e si riconciliò con Dio per mezzo del Sacramento della Penitenza”. La richiesta alla Madonna fatta in giovinezza di stargli vicino “all’appressamento della morte” si è dunque compiuta.