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L’importanza di chiamarsi Mandela. Verso i 94 anni di Madiba

luglio 16, 2012 Lorella Beretta

 

46664 Fashion è il brand con il quale uno stilista sudafricano dice di voler «portare il Sudafrica e l’intero continente nel mercato globale». Si comincia, manco a dirlo, dagli States dove da mercoledì ci sarà un’iniezione di camice, magliette, pantaloni, vestiti, scarpe da rapper con impresso, come marchio, il numero di 27 anni di carcere di Nelson Mandela: prigioniero numero 466 del (19)64. Sulle T-shirt c’è anche stampato “Dignity”.

Mercoledì è il 18 luglio, il Mandela Day
: una giornata internazionale dichiarata dalle Nazioni unite in onore dell’uomo che più di ogni altro incarna al mondo la lotta contro le discriminazioni. Tra due giorni Madiba, come è sempre stato e sempre sarà chiamato, compirà 94 anni.

Lui è un simbolo ed è un bene proteggere ciò che rappresenta, i suoi valori. Ma nello stesso tempo bisogna guardare a lui come a un essere umano con punti di forza ma anche debolezze. «È un simbolo, è giusto, ma non un santo» disse qualche anno fa l’attuale saggia moglie Graca Machel. Quella precedente, Winnie – dalla quale Mandela prese le distanze poco dopo la sua liberazione e con lui buona parte del popolo sudafricano – è esplosa in questi giorni contro l’attuale dirigenza dell’Anc accusando il partito di aver dimenticato l’insegnamento e i principi del suo più alto rappresentante di tutti i tempi. Sono mesi di fase precongressuale per la rielezione del Presidente del partito a dicembre. Alcuni degli esponenti della famiglia più coinvolti nelle vicende politiche le hanno ricambiato le accuse ricordandole che sia lei che i suoi figli continuano a usare il nome del clan solo come “magnete”.

L’importanza di chiamarsi Mandela è d’altronde una nenia che certa poco addomesticabile stampa sudafricana ripropone di tanto in tanto, soprattutto di fronte a notizie come la nomina nei giorni scorsi, di una delle figlie dell’ex Presidente all’incarico di Ambasciatore in Argentina. In nome di Mandela in fin dei conti due dei tanti nipoti hanno lanciato pochi giorni fa un’altra fashion label che usa il titolo di uno dei suoi più importanti libri autobiografici, “Long walk to freedom”, impresso accanto al volto del nonno che occupa tutta l’area del continente africano. Anche queste T-shirt saranno lanciate dopodomani, guarda caso in coincidenza con l’importante genetliaco. Meglio così che l’accusa rivolta a un altro nipote, Mandla Mandela, di aver fatto soldi vendendo anzitempo ad alcune televisioni i diritti per il funerale del bisnonno.

In nome di Mandela si fa la pubblicità alle monete d’oro. In nome di Mandela la sua cuoca ha pubblicato un libro con tutte le ricette preferite da Madiba: nient’altro che una collezione dei più classici piatti preferiti da qualsiasi sudafricano verace. Il ricettario uscito all’inizio dell’anno era difficile da trovare fino a qualche giorno fa, quando gli scaffali delle librerie sudafricane si sono riempiti di pubblicazioni su di lui: un vero business.

Giovedì 19, al British Museum di Londra si aprirà la mostra “Shakespeare: Staging the World” con l’esibizione della copia della Raccolta completa delle Opere che i prigionieri di Robben Island erano riusciti a passarsi di cella in cella, annotando pensieri e riflessioni. Il Giulio Cesare era lo scritto più quotato, rappresentando il paradigma della ribellione al potere. Tra le sottolineature in mostra anche quelle vergate da Nelson Mandela.

I codardi muoiono mille volte prima della loro morte
L’uomo di coraggio non assapora la morte che una volta.
Di tutte le prodezze che ho sentito,
Appare la più strana che l’uomo abbia paura;
Essendo la morte, una necessaria conclusione,
Arriverà quando vorrà.

Era il 16 dicembre 1977 e il cammino verso la libertà
sarebbe stato ancora lungo e complicato. Oggi Nelson Mandela è di nuovo rinchiuso ma nella sua casa di bambino, nel villaggio di Qunu dove è cresciuto: è stato riportato lì alcuni mesi fa, dopo l’ennesimo ricovero d’urgenza in ospedale che ha fatto tremare i sudafricani. Tutti. Nessuno lo vede, nessuno lo avvicina se non una selezionata cerchia di familiari. Fuori da quelle mura la vita procede con tutte le complicazioni di un paese dove il problema principale è il baratro tra i ricchi (soprattutto la nuova classe dirigente) e i tanti, inascoltati, dimenticati poveri. Attorno alla casa di Qunu è invece un via vai di giornalisti internazionali che hanno dato nuova linfa al mercato immobiliare locale, affittando appartamenti e interi isolati dove trascorrere le ore, in attesa della più attesa e temuta notizia qui. E nel mondo globale che qui ha molti interessi economici.

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1 Commenti

  1. Mappo says:

    Mandela rispetto al resto della dirigenza dell’Africa sub sahariana e del Sud Africa in particolare sembra un marziano ed è triste pensare che non ci sia nessuno fra costoro che possa anche minimamente avvicinarglisi. Un problema mortale per il futuro dell’Africa.

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