La tristezza siderale di Jeff Bezos

Il miliardario Jeff Bezos inaugura la nuova era del turismo spaziale targata Blue Origin
Il miliardario Jeff Bezos inaugura la nuova era del turismo spaziale targata Blue Origin (foto Ansa)

Ma che poveraccio nell’anima deve essere un signore di 57 anni che definisce «il più bel giorno di sempre» quello in cui ha effettuato un volo suborbitale di 10 minuti a bordo di un missile? Fondatore e fino al giugno scorso amministratore delegato di Amazon, Jeff Bezos è considerato l’uomo più ricco del mondo, con una fortuna personale stimata a 205 miliardi di dollari. Ma dopo la dichiarazione rilasciata il 20 luglio scorso siamo certi che il suo mondo degli affetti sprofonda nell’inedia come gli altopiani etiopici in tempo di siccità.

Bezos ha tre figli suoi e una figlia adottata: davvero non ha nessun ricordo dei momenti vissuti con loro che superi per sentimento di felicità la visione della curvatura della terra da un oblò a un’altitudine di 107 chilometri? Un abbraccio infantile, una lacrima, un’espressione del viso, una frase ingenua ed esilarante, un’immagine del piccolo che trotterella sulle gambe incerte o dell’adolescente che si afferma in una competizione sportiva, una riconciliazione dopo uno screzio, una confidenza a cuore aperto, che siano più forti del senso di onnipotenza provato entrando in orbita e guardando il mondo dall’alto in basso? Più impressi nella memoria di quanto possa essere impresso il proprio nome nell’albo degli astronauti? E Lauren Sanchez, la giornalista che nel suo cuore e nei suoi pensieri ha preso il posto della donna che per un quarto di secolo è stata sua moglie, non ha mai destato in lui quelle emozioni che si provano solo nell’innamoramento, quelle sensazioni fisiche di esaltazione e benessere che surclassano quelle che si sperimentano quando il proprio corpo galleggia nell’aria per l’assenza di gravità (ne siamo moralmente certi anche senza avere fatto, come Bezos, la seconda delle due esperienze)?

Quando il fondatore di Amazon e la sua prima moglie MacKenzie Tuttle annunciarono l’inizio delle pratiche per il divorzio dopo un periodo di separazione, divulgarono una dichiarazione congiunta dove a un certo punto c’era scritto: «Se avessimo saputo che dopo una storia lunga 25 anni ci saremmo lasciati, ci saremmo sposati ugualmente». Come Fabrizio De André che cantava “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”. Che fine hanno fatto quelle alate parole? Erano destinate alle pubbliche relazioni, vuote di verità come la maggior parte della comunicazione aziendale? Davvero gli anni con MacKenzie sono valsi la pena delle devastazioni emotive e dei costi materiali (38 miliardi di dollari!) di un divorzio sanguinoso, ma scolorano nel confronto coi 10 minuti a bordo del missile prodotto da Blue Origin e con la imperitura gloria di avere inaugurato l’era del turismo spaziale? Come se il turismo spaziale fosse qualcosa di cui vantarsi… Come se il turismo non fosse una di quelle cose da stoppare, anziché da promuovere ed estendere sino all’alto dei cieli.

Intendiamoci: viaggiare e fare i turisti sono due cose molto diverse. Bezos appartiene al mondo dei turisti, il suo turismo spaziale nasce dalla stessa cultura dei pacchetti vacanze e degli all-inclusive: programma prefissato; trasferimenti da punto a punto senza soste; tempi ristretti che permettono di visitare un luogo ma non di viverlo; le foto e i video non dei luoghi, per ricordarli e farli conoscere, ma di se stessi nei luoghi per potersene vantare con gli amici. Il turismo spaziale porta allo zenit i difetti del turismo di massa, pervaso da uno spirito che è l’esatto contrario dello spirito del viaggiatore. Il programma è immodificabile: diversamente, si rischia la sciagura astronautica; per la stessa ragione gli imprevisti sono da scongiurare – quando proprio l’imprevisto è la più grande benedizione del viaggiatore (Eugenio Montale); il viaggio è soltanto un trasferimento dal punto di partenza al punto di arrivo, e lo spazio è semplicemente un vuoto da percorrere: non ci sono luoghi in cui soffermarsi, deviazioni, incontri, scoperte.

È la stessa differenza che Milan Kundera vede, nel suo romanzo L’immortalità, fra una strada e un’autostrada: «Un’autostrada è differente da una strada non solo perché è destinata esclusivamente a veicoli, ma anche perché è soltanto una linea che collega un punto con un altro punto. Un’autostrada non ha nessun significato in se stessa: il suo significato deriva interamente dai due punti che collega. Un’autostrada rappresenta la svalutazione trionfante dello spazio, che grazie ad essa è ridotto a mero ostacolo al movimento umano e a perdita di tempo (…). Una strada, invece, è un tributo allo spazio: ogni tratto di strada ha un significato in se stesso e ci invita a fermarci».

Quasi tutte le immagini diffuse ai media della performance di Bezos e soci ritraggono i neo-astronauti in posa nelle loro tute di volo, gli stessi quando entrano alla partenza ed escono all’arrivo dalla navetta spaziale, infine il missile che decolla e la navicella New Shepard che atterra nel deserto del Texas: è esattamente lo spirito del turista che ritrae se stesso in azione e nei luoghi che ha deciso di infestare, anziché limitarsi a mostrare a tutti quello che ha visto, sottolineando così quanto sia superiore e altro rispetto a lui stesso.

Il turista non è un viaggiatore, è un collezionista in competizione con altri collezionisti: va in un posto per poter dire agli altri di esserci stato e va ogni volta in un posto diverso per poter dire di avere visitato più luoghi dei suoi amici e parenti. Mette le bandierine sulla mappa di Tripadvisor, e snocciola record: il trasferimento che ha richiesto più tempo, la mèta più lontana raggiunta, il maggior numero di viaggi nel più breve arco di tempo, il viaggio più costoso, ecc. Jeff Bezos è animato dallo stesso spirito: non potendo più essere il primo privato ad aver volato oltre la stratosfera (lo aveva battuto nove giorni prima il miliardario britannico Richard Branson con la sua navetta Virgin Galactic Unity 22), ha pensato bene di battere il record di distanza dalla Terra (107 km contro gli 86 di Branson) e due record relativi all’età dei passeggeri, imbarcando sul New Shepard il viaggiatore più giovane e il viaggiatore più anziano della storia dell’astronautica: il 18enne Oliver Daemen e l’82enne Wally Funk.

Quanto Bezos ami davvero lo spazio extraterrestre – questo luogo che ha acceso le fantasie di poeti e registi cinematografici, da Dante Alighieri a Ludovico Ariosto a Stanley Kubrick – lo si comprende da una sua dichiarazione appena sceso dal New Shepard: «Dobbiamo prendere tutta l’industria pesante, tutta l’industria inquinante, e trasferirla nello spazio. E conservare la Terra come la magnifica gemma di pianeta che è». Lo spazio interplanetario ridotto ad area industriale e pattumiera delle produzioni umane, discarica dei fumi tossici, della plastica, degli oli combusti e dei metalli pesanti. Popolato da chi? Evidentemente da lavoratori cyborg e da umani non abbastanza qualificati da meritare di vivere la maggior parte del loro tempo in quella gemma di pianeta che è la Terra. Qualcosa che si è già visto in parecchi film di fantascienza. Insomma, i lavoratori di Amazon sanno già che cosa li aspetta, e devono rallegrarsene perché il loro lavoro non sarà più precario: un viaggio pagato fino a una colonia ai confini di Saturno, dove produrre pale eoliche e batterie per auto elettriche in turni decennali. Nel frattempo hanno cercato di prendersi una piccola rivincita incaricando amici o parenti non rintracciabili di commentare così sui social la performance del loro capo: «Jeff Bezos ha volato 10 minuti fuori dall’atmosfera terrestre? Un’occasione unica per i lavoratori di Amazon per potere andare al bagno!».

@RodolfoCasadei

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