Il giorno del mio compleanno

Monviso

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Due luglio, Monferrato. Ho sempre detestato il mio compleanno. Ma oggi mi sveglio tra queste colline e spalanco le imposte. Ieri sera ha fatto tempesta, nuvole torve hanno scaricato grandine rabbiosa. Stamattina però, come è puro e chiaro il cielo. Sembra che dalla finestra colmi la stanza di aria nuova. Me ne riempio i polmoni con un profondo respiro. Da est il sole allunga già i suoi raggi sul muro delle rose e dei gelsomini. Dalla campana di Calliano battono le sette. Dietro al campanile intravedo la sagoma violetta del Monviso, guardiano aguzzo della frontiera. Come intatto, inviolato è questo primo mattino. Come se ogni giorno ci venisse detto: questa, è una pagina nuova. Prendo questo pensiero come un augurio: che anche l’anno che viene, sia una pagina nuova?

Il cane freme per andare fuori. Come tira al guinzaglio: anche per lui, si direbbe, stamattina ogni odore della terra è nuovo. Scendiamo per una sterrata fra le vigne. Mi sorprendo a vedere come già i grappoli sono ben formati, con i chicchi duri come noci. L’erba luccica di rugiada. A una curva mi si apre davanti un prato azzurro di fiordalisi tremanti a un soffio d’aria. Lo fotografo col cellulare. Cerchi di catturarlo, dico a me stessa. Ma la evanescenza fatata di questi fiori pallidi non risulta, nella foto. Ci sono cose che non si possono stringere con le mani.

Uno stormo di rondoni mi passa sopra la testa, in disciplinata antica formazione di volo. Delle cornacchie ridono aspre dalle vigne. Attorno, nessuno. Mi intrattengo a osservare l’abile volteggiare di un piccolo ragno che fra due pali imbastisce la sua tela, senza fretta, abile e sapiente. Luccica al sole il sentiero della sua ragnatela. Questo compleanno, mi dico, non è affatto male. Non mi aspettavo niente, e non l’ho detto, come sempre, a nessuno – ho sempre dubitato che in questo giorno ci sia realmente qualcosa da festeggiare. E guarda che mattina mi viene regalata, dopo il temporale di ieri. Mugghiavano i tuoni, gli uccelli zitti, come dentro una impaurita reverenza. Ma senza quella tempesta ora non vedrei questo splendore.

Che sia una metafora l’alba fra le vigne, i sentieri ancora molli di fango? Le montagne, che ci sono sempre ma nascoste da un velo di foschia, eccole rivelate dopo la furia della grandine, in un orizzonte trasparente. Bisogna affrontare le nebbie e i temporali, e camminare, fedeli. Prima o poi si alza una mattina come questa: vergine come la prima, all’inizio del mondo. E senti addosso che ti scorre nelle vene una gratitudine. La consapevolezza che, davvero, ogni istante è un dono.

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