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Contro i critici gastrovisuali che parlano a bocca vuota

novembre 24, 2017 Tommaso Farina

cibo-social

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La pasta? Troppo cotta. L’arrosto? Troppo sale. La pizza? Troppo poco napoletana. Ok, le critiche ci stanno, quando si va a mangiare. Ma se simili critiche fossero espresse senza nemmeno assaggiare i piatti, ma semplicemente basandosi su una foto? Può succedere, eccome. Già anni fa, su tempi.it, analizzammo il fenomeno: quello dei critici gastrofotografici.

Oggi, la faccenda non accenna a diminuire. Anzi, con l’aumento costante delle utenze dei social network, cresce sempre di più. E merita di essere indagata. Il copione è il solito. Una persona, su Facebook o su Instagram, mangia un piatto che le piace, lo fotografa e lo mostra agli amici. Bene. Tutto ok. Il fatto è che sempre più spesso salta fuori qualcuno a esprimere pareri del tutto gratuiti. Sono gli inventori della critica gastronomica visiva, rigorosamente senza assaggio. Dalla foto, riescono mirabolantemente a giudicare se la pasta è scotta e se il pesce è fresco, nonché la temperatura esatta dell’olio usato per la frittura. Sulle scarpe che indossava lo chef quando ha cucinato la pietanza non abbiamo casistica, ma siamo quasi sicuri che volendo potrebbero provare a indovinare perfino quelle. È vero, esistono leggende metropolitane. Una volta, qualcuno attribuì a un (ex) grande cuoco un’affermazione surreale: guardando un piatto, semplicemente guardandolo, si può capire quanto è salato. Al che vien da dire: ma assaggiare qualcosa fa proprio schifo?

Le foto, poi, non si possono nemmeno assaggiare: e allora perché questa rincorsa stucchevole a puntualizzare, precisare, teorizzare sul nulla? Ecco, i critici gastrovisuali sono la salvezza economica della categoria: criticano, giudicano, sdottoreggiano senza dover disturbarsi a mangiare e pagare il conto. Tanta adipe e tanti bei soldini risparmiati. I critici giusti in questi tempi di crisi. Ed è proprio da crisi il ridursi a giudicare le apparenze di quel che mangiano gli altri.

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