Anche per le migrazioni serve senso del limite

Riprendiamo il discorso proposto nel post del 10 gennaio sulla necessità di riabilitare l’idea di frontiera e di sostituire le porte ai ponti e ai muri nelle metafore relative alla questione epocale delle migrazioni di massa in Europa. Ho cercato di mettere a fuoco principalmente due concetti: che ogni esperienza politica storica per realizzare un destino e per dare il suo contributo specifico all’umanità ha bisogno di confini, cioè di limiti fisici. I problemi così come le opportunità che le migrazioni di massa presentano non devono sfociare nell’insana idea che i confini vadano cancellati una volta per tutte, perché questo non porterebbe il Regno di Dio in terra, ma un collasso di civiltà e poi la sua sostituzione con un’altra (o altre) di cui non possiamo nemmeno immaginare le caratteristiche.

Questa convinzione non nasce da egoismo e indifferenza verso i bisognosi, né riguarda solo l’ambito dei rapporti internazionali fra gli stati. Qui è in gioco una questione filosofica, metafisica, teologica: i limiti appartengono alla definizione di ciò che l’uomo è; l’assenza di limiti, l’infinito, appartengono alla definizione di Dio e a ciò che Dio è. Quando l’uomo dichiara che può fare a meno dei limiti, sta dicendo che ha deciso di mettersi al posto di Dio. E questo non può funzionare.

L’idea che l’emigrazione non deve avere limiti appartiene allo stesso insieme culturale e allo stesso modo di pensare di quanti affermano che la crescita economica deve essere illimitata, che le risorse del pianeta sono inesauribili e quindi sfruttabili a piacere, che non ci devono essere limiti alla tecnologizzazione della vita umana e allo sviluppo delle biotecnologie, che la medicina deve mirare a rendere immortale il singolo, che nessun limite morale deve ostacolare la ricerca del piacere individuale, ecc. Tutto ciò che fa fuori programmaticamente il limite, si risolve ultimamente in un danno grave e talvolta fatale e irreversibile, per gli esseri umani, perché l’essere umano è un essere finito (da finis, che in latino significa confine), determinato, creaturale. Aspira all’infinito e all’eterno, ma proprio perché essi non sono realizzabili nella realtà storica, biologica, materiale. Quando l’uomo si ribella alla sua finitezza, i risultati iniziali sono positivi, gratificanti, incoraggianti: è il cosiddetto progresso. Ma se la tendenza a superare i limiti diventa strutturale e non sottomessa a una coscienza di tipo creaturale, il piano inclinato dell’autodistruzione diventa inevitabile. La crescente potenza e proliferazione delle armi di distruzione di massa, i rischi di collasso ambientale planetario, la prospettiva post-umana della trasformazione dei viventi in cyborg attraverso le biotecnologie, il costante aumento della percentuale di popolazione afflitta da disagio psichico nelle nostre società individualiste, edoniste e consumiste sono tutti segnali della deriva autodemolitoria che la negazione dei limiti comporta.

Qualcuno dirà che in realtà è la Chiesa, custode della creaturalità e quindi della natura finita dell’essere umano, che oggi chiede accoglienza senza limiti nei confronti di profughi e migranti. Non è proprio così. Papa Francesco è stato ed è molto deciso nel richiamare il vecchio continente ai suoi doveri di assistenza a persone in pericolo di vita (i migranti che attraversano il Mediterraneo in condizioni precarie), ad accogliere con generosità chi è in condizione di bisogno, a promuovere politiche di integrazione e ad occuparsi delle cause politiche ed economiche dell’emigrazione, che stanno nei paesi dai quali i migranti partono. Non sostiene affatto – e con lui la Chiesa – che l’unica cosa da fare davanti alla situazione attuale è cancellare le frontiere.

Il suo più recente intervento sull’argomento, quello che ha coinciso col suo discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede (11 gennaio 2016), dice cose diverse:

«Gran parte delle cause delle migrazioni si potevano affrontare già da tempo. Si sarebbero così potute prevenire tante sciagure o, almeno, mitigarne le conseguenze più crudeli. Anche oggi, e prima che sia troppo tardi, molto si potrebbe fare per fermare le tragedie e costruire la pace. Ciò significherebbe però rimettere in discussione abitudini e prassi consolidate, a partire dalle problematiche connesse al commercio degli armamenti, al problema dell’approvvigionamento di materie prime e di energia, agli investimenti, alle politiche finanziarie e di sostegno allo sviluppo, fino alla grave piaga della corruzione. Siamo consapevoli poi che, sul tema della migrazione, occorra stabilire progetti a medio e lungo termine che vadano oltre la risposta di emergenza. Essi dovrebbero da un lato aiutare effettivamente l’integrazione dei migranti nei Paesi di accoglienza e, nel contempo, favorire lo sviluppo dei Paesi di provenienza con politiche solidali, (…). Desidero, dunque, ribadire il mio convincimento che l’Europa, aiutata dal suo grande patrimonio culturale e religioso, abbia gli strumenti per difendere la centralità della persona umana e per trovare il giusto equilibrio fra il duplice dovere morale di tutelare i diritti dei propri cittadini e quello di garantire l’assistenza e l’accoglienza dei migranti».

Oggi a determinare l’approccio nei confronti dei migranti non è certamente “la centralità della persona umana”, tanto meno fra coloro che propongono l’apertura illimitata all’immigrazione. Fra questi ultimi il paradigma dominante sembra essere piuttosto la centralità dell’economia. Il loro leitmotiv è: “accogliere i migranti in massa non solo è un dovere etico, ma è conveniente dal punto di vista materiale, perché fa ripartire la crescita economica e aiuta la sostenibilità dello Stato sociale”.

In realtà dovere etico è accogliere i profughi, cioè mettere in salvo persone in pericolo di vita nei loro paesi che non hanno altra scelta se non quella di fuggire per proteggere la propria vita e quella dei familiari. Il loro soggiorno nei nostri paesi dovrebbe concludersi nel momento in cui nei paesi d’origine guerre e persecuzioni si esauriscono, non ci sono più pericoli per la loro vita, ed essi possono fare ritorno in patria in condizioni di sicurezza. Integrare nel proprio sistema produttivo milioni di profughi e concedere loro la cittadinanza non è un dovere etico: è una scelta politica motivata dal primato che si assegna, con una precisa scelta di valore, all’economia. È la centralità assegnata all’economia, e non certo la generosità e la carità cristiana, che hanno ispirato la politica delle porte aperte proclamata da Angela Merkel l’estate scorsa.

Come ha spiegato – non certo per primo – sul Corriere della Sera del 18 gennaio Francesco Giavazzi, il cancelliere tedesco ha scelto di non porre ostacoli all’ingresso di centinaia di migliaia di siriani, iracheni e afghani perché vede in loro un provvidenziale soccorso per turare le falle della bassa natalità tedesca e per alimentare la domanda di beni di consumo, stimolo per l’economia teutonica. All’inizio ci sono da sostenere dei costi e i benefici si vedono nell’arco di un decennio, ma i forzieri tedeschi straboccano di euro, e il gioco vale la candela. Conclusione: «Angela Merkel è forse il solo statista europeo ad aver capito che accogliere i rifugiati e investire nel loro capitale umano non ha solo un aspetto di solidarietà: è più lungimirante che costruire autostrade». Strumenti di produzione più utili delle infrastrutture viabilistiche: ecco cosa sarebbero principalmente i migranti agli occhi di Angela Merkel, Francesco Giavazzi e dei sociologi ed economisti che si avvicendano ai microfoni di RaiNews , chiamati a parlare sull’argomento.

Da questa reificazione, strumentalizzazione, funzionalizzazione dei migranti non può venire nulla di buono né per noi, né per loro. Ha scritto Alain Finkielkraut nel suo libro La seule exactitude (pp. 246-47):

«La politica europea dell’immigrazione riposa sull’idea che gli individui sono intercambiabili. Essa vede l’uomo, qualunque sia la sua provenienza, a immagine del milite ignoto, quello, come scriveva Ernst Jünger, “la cui virtù risiede nel fatto che lo si possa sostituire e che dietro a ogni caduto il rimpiazzo sia già pronto”. L’ecatombe del 1914-18 ci ha guariti dal nazionalismo e dalla retorica della guerra, ma non abbiamo chiuso con l’economia della sostituzione. L’abbiamo anzi universalizzata. La commissione Attali per la liberazione della crescita francese raccomandava nel 2008 di “ampliare e favorire l’arrivo di lavoratori stranieri” per rimediare alle penurie di manodopera. Tizio può fare il lavoro di Caio, Caio quello di Tizio: agli occhi dei potenti il mondo è un serbatoio di lavoratori ignoti. Se non abbandoniamo questa antropologia disperante, essa finirà per avere ragione della nostra civiltà».

Non che abbandonarla, la stiamo cronicizzando, pensando di pulirci la coscienza perché alle considerazioni sull’”egoismo illuminato” alla Merkel aggiungiamo il post scriptum, come naturalmente fa anche Giavazzi, che gli obiettivi economici dell’operazione saranno centrati se gli immigrati accetteranno di integrarsi dal punto di vista culturale e i nostri governi veglieranno a punire (addirittura “duramente”, scrive l’editorialista del Corriere) quanti rifiutano l’integrazione e tuttavia vogliono vivere in Europa. Una cosa da niente: forzare qualche milione di musulmani in giro per l’Europa residenti in quartieri dove ormai rappresentano la maggioranza ad accettare la carne di maiale nelle mense scolastiche, a celebrare la Giornata della Memoria dell’Olocausto, a permettere che le loro figlie sposino dei non musulmani, ecc.

In realtà il ragionamento giavazziano è intimamente contraddittorio: se l’Europa non può fare a meno della forza lavoro migrante per motivi demografici, economici e di sostenibilità del suo welfare state, perché gli immigrati dovrebbero sottomettersi alle nostre richieste di cambiare radicalmente la loro cultura? Potrebbero replicare: «Voi avete bisogno di noi almeno tanto quanto noi abbiamo bisogno di voi. Con la differenza che voi siete sempre più vecchi e sempre meno numerosi, mentre noi siamo giovani e numerosi. Perciò niente ricatti, please. Le concessioni devono essere reciproche». E non ci sarebbe proprio niente da ridire.

Foto Ansa/Ap


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