Bisogna salvare le paritarie anche se sono dei diplomifici?

Perché darsi da fare anche per quelle scuole che “se paghi, sei promosso”? Lettera di un insegnante e risposta

Aula di scuola chiusa per coronavirus

Vorrei intervenire nel recente dibattito a proposito del “salvataggio” delle scuole paritarie che da qualche tempo a questa parte state portando avanti con diversi articoli. A questo scopo vorrei portare la mia personale esperienza di studente di una scuola paritaria (eccezionale) e di docente di un’altra scuola paritaria (pessima). Penso infatti che il discorso debba essere forzatamente più approfondito rispetto a quello “scuola paritaria sì, scuola paritaria no” che ormai sembra avere raggiunto la maggior parte dei consensi.

Sono il secondo di cinque figli, e con enormi sacrifici i miei genitori hanno permesso a tutti e cinque di frequentare le ottime scuole superiori paritarie di cui la Brianza dispone (tre figli hanno frequentato il Don Gnocchi di Carate Brianza, una le Preziosine di Monza, un’altra le Canossiane sempre a Monza. Tre di questi avevano anche frequentato la scuola media paritaria San Biagio a Monza). Scuole che a fronte di una retta sicuramente elevata hanno garantito anche una preparazione altrettanto elevata, certamente superiore rispetto alla norma. Il Don Gnocchi, ad esempio, ha fornito alla scuola italiana una quantità enorme di insegnanti, a riprova della bontà non solo dell’istruzione impartita, ma anche del livello educativo che insieme all’istruzione “passava” nei suoi studenti. Ho visto i miei genitori non comprarsi nulla per anni, pur di fornire a noi figli quello che ci sarebbe poi servito per la vita.

Terminata l’Università sono stato assunto da una scuola paritaria, un Liceo Scientifico nel quale ho lavorato per dieci anni con contratto a tempo indeterminato, salvo poi andarmene a gambe levate per accettare una supplenza annuale in una scuola statale appena ne ho avuta l’occasione. A tanto era arrivato il mio livello di saturazione.

Avevo infatti scoperto una realtà di scuola paritaria differente rispetto a quella da me avuta fino a quel momento. Direi “insopportabile” per uno che aveva avuto la fortuna di frequentare una scuola paritaria di un altro livello.

Scuole realmente eccezionali, sentii dire un giorno dal prof. Nembrini, hanno la fila davanti alla segreteria il giorno in cui aprono le iscrizioni. Ecco… la mia invece partiva con due-tre alunni nella classe prima, segno che la sua proposta educativa non affascinava nessuno, almeno all’inizio. E non era solo una questione economica, perché poi il numero degli alunni si moltiplicava in corso d’opera durante l’anno scolastico, soprattutto a gennaio-febbraio direi. Quando cioè arrivavano le pagelle di metà anno e per gli alunni delle scuole statali diventava chiaro che sarebbero stati bocciati. Ecco che allora, ma solo a questo punto dell’anno, la proposta educativa della mia scuola iniziava a diventare interessante, e la parte economica non era più un impedimento. Ma, Le chiedo: si può veramente parlare di proposta educativa… o possiamo pensare che ad affascinare fosse un altro tipo di proposta?

In ogni caso, la mia scuola diventava affascinante solo a gennaio. A settembre quasi mai, ma a gennaio acquistava un fascino irresistibile…

Può immaginare anche da solo con quali classi dovevamo avere quotidianamente a che fare… a fianco di alcuni alunni che realmente “fuggivano” dalla statale per evidenti problemi personali, vi erano una quantità enorme di alunni che sarebbero stati bocciati (e giustamente, aggiungerei) nel Liceo statale prima frequentato. Non ragazzi cattivi, eh, semplicemente ragazzi che davvero non avevano le caratteristiche per frequentare un Liceo, e che a loro volta erano vittime dei genitori e della loro mentalità. Non avete idea di quante volte io mi sia sentito dire: “Professore, non dico che mio figlio deve fare addirittura il Liceo Classico…ma almeno il Liceo Scientifico per forza!”.
Ci sono tanti tipi di scuola apposta per assecondare le qualità di ciascun ragazzo, apposta perché un ragazzo possa scegliere quella che rispetta le sue qualità e le sue predisposizioni e possa sviluppare le proprie capacità! E invece no… per questo li chiamo “vittime” dei genitori e della loro mentalità.

Le lascio poi immaginare in quale situazione (chiamiamola pure trincea) mi trovavo a dover lavorare. Classi di bassissimo livello, alunni nuovi che arrivavano ogni settimana da scuole diverse e con programmi diversi, genitori dissennati che piuttosto che ammettere che i figli non fossero da Liceo erano pronti ad accusare te, docente, di “non essere capace di valorizzarli”. Come d’altronde non erano stati capaci quelli del liceo statale di provenienza (nessuno, insomma, era capace di valorizzare questi poveri figli).

Per non parlare della dirigenza e del consiglio di amministrazione. A parole “educazione, educazione!”, nei fatti “promozione, promozione!”. Dall’alto arrivavano anche sms che “invitavano” alla promozione di questo o di quel ragazzo. Il risultato di questa pressione quotidiana era che ogni anno venivano promossi praticamente tutti, anche quelli con sei/sette insufficienze (non è difficile: basta abbonarne quattro subito dicendo: “diamogli la possibilità di giocarsela agli esami”; dare quindi tre esami a settembre; poi a settembre ne passa magari uno… et voilà! Il gioco è fatto!).
Addirittura, un anno in cui avevamo avuto il coraggio di bocciare un certo numero di persone, il presidente del CdA ci ha tolto il premio annuale che ogni anno ci corrispondeva al termine dell’anno scolastico.

Una tristezza ed una violenza disumane per un docente che desidera fare soltanto il proprio lavoro. Non Le dico la sofferenza vissuta, e oserei dire anche la persecuzione, da parte dei capi, da parte dei genitori, da parte di alcuni colleghi. Anche da parte degli alunni, che evidentemente avevano capito l’andazzo e dunque sapevano di essere appoggiati e spalleggiati non solo dai genitori ma anche dalla preside, che era sempre dalla loro parte.
Le lascio immaginare, infine, il rischio di perdita degli stimoli.

Nella mia città, oltre alla scuola di cui le ho parlato, ci sono altri due istituti paritari, che sono anche peggio. Infatti ci andavano quelli che rischiavano la bocciatura da noi. Il giro dunque era: prima la scuola statale, poi quando si capiva che lì sarebbe arrivata la bocciatura, arrivavamo noi. Infine, per chi non ce la faceva nemmeno da noi, il terzo e ultimo livello rappresentato da queste due scuole.
È risaputo anche che una di queste scuole paga di più i membri esterni che arrivano per fare la maturità, in modo che siano, diciamo così, più clementi, e si turino naso e orecchie di fronte a quello che dovranno ascoltare. Insomma, un disastro. Mi dica lei se queste scuole paritarie meritano la lotta perché rimangano aperte. E soprattutto se meritano i finanziamenti richiesti.
L’altra, invece, è la scuola che ti permette di recuperare gli anni perduti, la classica “due anni in uno”. Lasciamo perdere quello che penso di scuole di questo genere, perché altrimenti potrebbe denunciarmi per le volgarità che sentirebbe uscire dalla mia bocca. Le basti sapere che ritengo l’esistenza di scuole del genere una contraddizione in termini, così come ritengo un’assurdità che lo Stato ne permetta l’esistenza. Scuole così fanno il male della società e creano non solo cattivi studenti, ma anche cattivi cittadini che pensano che tutto sia dovuto e che i risultati si possano ottenere anche senza nessuna fatica. Fanno anche il male delle altre scuole paritarie, quelle meritevoli, e getta cattiva luce sull’intero sistema educativo. Sono un ossimoro vivente: scuole diseducative.

In percentuale, dunque, il 100% delle scuole paritarie della mia città non meriterebbe di rimanere aperta. Da insegnante amante dell’istruzione ma anche e soprattutto dell’educazione, la notizia di una possibile chiusura di queste scuole non può che rendermi felice. Non mi vergogno a dirlo. Non possono esistere scuole di questo genere. Sono un controsenso educativo.
Le dirò anche che sarei piuttosto indispettito se lo Stato dovesse utilizzare soldi pubblici (quindi anche miei) per permettere a queste scuole di rimanere in vita.

Ecco perché ritengo che il discorso non possa limitarsi ad un semplice “scuola paritaria sì, scuola paritaria no”, mettendo tutte le scuole paritarie nello stesso calderone e riducendo il loro problema alla questione economica.

La realtà delle scuole paritarie è invece una realtà molto variegata, e non ho mai trovato un articolo in cui questa varietà venga messa in evidenza. Si parla sempre e soltanto di “scuole paritarie” in generale. Ma non credo che sia corretto parlarne così, soprattutto per le scuole meritevoli, che da un discorso così traggono pure lo svantaggio di essere accomunate alle altre. Come non ritengo sia corretto metterla sempre sul piano dei soldi, delle rette e degli aiuti economici. Aiuterebbero, certamente. Ma non sono la panacea, perché i mali sono anche culturali, educativi, di mentalità.
Il discorso, dunque, non può essere soltanto “non facciamo morire le paritarie”, perché molte di queste scuole paritarie non solo potrebbero, ma addirittura dovrebbero morire. Il problema allora sarebbe: come poter distinguere una scuola la cui esistenza è un valore aggiunto per la società da un’altra la cui esistenza, al contrario, arreca un danno incalcolabile?

Il punto è, perciò, trovare una maniera per salvare quelle meritevoli. Che sono diverse, ma non tutte. Credo che bisognerebbe trovare una maniera per discriminare, cioè per salvare quelle che DEVONO essere salvate. Come si fa? Io non lo so (anche se per le scuole superiori una buona base di partenza potrebbe essere la classifica della Fondazione Agnelli, criticata da molti, ma che almeno per le scuole del mio territorio si avvicina, e di molto, al vero).

Io credo che questa sia l’unica maniera per salvare le scuole paritarie: salvare quelle che meritano di essere salvate e lasciar chiudere quelle che meritano di essere chiuse. La chiusura di queste, peraltro, sarebbe un quid anche per le altre, che emergerebbero come le scuole che davvero danno un valore aggiunto e che dunque sarebbero degne di essere scelte. E i finanziamenti non si disperderebbero tra migliaia e migliaia di scuole arrivando anche a quelle che non li meriterebbero.

Insomma, le scuole paritarie sono tante, ma non tutte meritano il nome di “scuola”, e secondo me qualunque discorso sulla chiusura o meno delle scuole paritarie dovrebbe partire da qui. Quali meritano davvero il nome di “scuola”? Ecco, queste meriterebbero un aiuto ed uno sforzo. Ma non è per niente detto che lo meritino tutte.

Per questo, per me, la battaglia non può essere semplicemente “per le scuole paritarie”, ma “per le scuole paritarie che meritano” e che sono veramente un valore aggiunto per tutti.

Mi scusi per lo sfogo, ma per me la mia esperienza è molto più forte di tutte le parole che sento. Il problema non è soltanto finanziario, ma anche di cultura, di mentalità, di genitori, di amministratori. Non può essere risolto solo con il varo di una legge salva-paritarie senza che sia fatta una reale differenziazione tra paritaria e paritaria, in aggiunta ad un’analisi sul valore aggiunto che ciascuna di esse porta alla crescita della società. Quali meritano di essere finanziate? La meritocrazia deve avere ancora un valore, soprattutto quando in ballo c’è l’educazione.
Lettera firmata

Il nostro lettore/insegnante scrive nel suo sfogo molte cose vere e condivisibili. Tra le scuole paritarie esistono i “diplomifici” dove, per dirla brutalmente, “se paghi, sei promosso”. Non facciamo fatica credere che tutte le situazioni descritte corrispondano al vero. Ed è vero che proprio questo tipo di istituti sono all’origine di quel pregiudizio che non aiuta le paritarie cresciute per iniziativa di comunità di genitori e insegnanti, dove l’educazione è d’eccellenza, dove ogni anno si mettono a disposizione degli studenti meno abbienti sostanziose borse di studio, ecco, non le aiuta a superare quel pregiudizio che le accomuna a queste pessime scuole.

Detto questo, occorre fare qualche aggiunta importante. Perché se esistono paritarie “buone” e paritarie “cattive”, allo stesso modo esistono scuole statali “buone” e scuole statali “cattive”. Esistono diplomifici non statali ed esistono diplomifici statali. I primi si pagano, gli altri sono gratis (nel senso che li paghiamo tutti con le tasse). Ma il nostro problema non è, innanzitutto, “levare di torno i diplomifici”. I diplomifici li avremo sempre tra noi, che siano statali o meno. Il nostro vero problema è, come detto nella lettera, “avere la coda fuori dalla scuola”, cioè avere luoghi in cui la gente possa iscrivere i propri figli perché convinta dal progetto educativo che lì si persegue. E questo deve essere possibile senza che ci sia nessuno ostacolo di ordine economico.

Perché queste scuole possano esserci bisogna insistere sull’autonomia, come ha scritto quel genio kamikaze di don Villa. Autonomia, cioè libertà.

La questione non è nemmeno salvare le paritarie “meritevoli”. È un discorso scivoloso. Chi decide chi è meritevole e chi no? Lo Stato? Dio ce ne scampi. La fondazione Agnelli? Anche no, grazie. Un giornalista di Tempi? Piuttosto altri due mesi di quarantena. Non mi fiderei di nessun prontuario – neanche del migliore, neanche di quello perfetto, nemmeno del mio – che fissi le regole per dire chi è meritevole e chi no. Preferisco la libertà. Preferisco tanta libertà e qualche errore, piuttosto che poca libertà e pochi errori. Per come la vediamo noi, la soluzione è che non ci siano più distinzioni tra scuole statali e non statali, nel senso che noi vorremmo che tutte le scuole fossero paritarie, modello charter school. Tutte, nessuna esclusa.

Noi, non da oggi, concedeteci il gusto dell’iperbole, siamo a favore di un’autonomia spinta, al limite dell’anarchismo. Per dirla alla maniera poetica del mio vecchio professore d’Italiano del liceo, «preoccupatevi di far crescere il grano (le scuole buone) piuttosto che estirpare la zizzania (le scuole cattive)».

Vasto programma? Certo. È per questo che, dato che a settembre – e non fra dieci anni – rischiano di chiudere, occorre aiutarle oggi. E qui arriviamo alla questione dei giorni nostri. Battersi oggi perché le paritarie siano riconosciute e aiutate dallo Stato è il nostro modo per dire che noi crediamo in questa libertà, che non è la nostra libertà di ricchi o di cattolici o di ebrei o di chi volete voi, ma è la libertà di tutti. È per questo che non va bene che ci sia un ostacolo economico per l’iscrizione alle paritarie, perché questo crea quelle storture che conosciamo, non ultime quelle denunciate dal nostro lettore. È per questo che non va bene il monopolio statale, perché soffoca quella libertà che è la nostra stella polare. Sempre il mio poetico professore di Italiano: «È il sistema di monopolio a essere discriminatorio: la zizzania cresce lo stesso, il grano stenta o viene lasciato morire».

Di più: non penso che le paritarie si salveranno per i quattro spiccioli dello Stato e nemmeno per il generoso contributo della Cei. Le paritarie si salveranno se, così come sono nate, continueranno a esserci persone che vogliono un’educazione libera per i propri figli. E che si danno da fare per averla senza aspettare lo Stato, i preti, gli intellettuali e i giornalisti.

Foto Ansa