Nelle banlieue è inutile ripetere i vuoti valori repubblicani. Va insegnato il coraggio di affrontare la realtà

Intervista a una insegnante di una scuola di periferia a Parigi. «La realtà viene a chiederci il conto. Per vivere la nostra fede dovremo soffrire, volenti o nolenti»

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Aveva già dovuto affrontare una volta questa situazione, e sperava di non doverlo più fare. E invece, come a gennaio dopo la strage a Charlie Hebdo, I. R., giovane professoressa di francese in una scuola media pubblica delle Banlieue, è dovuta entrare in classe il lunedì dopo il tragico weekend. Dopo lo sgomento del venerdì e la paura persino di uscire di casa il sabato e la domenica.
«Lunedì – racconta  – siamo andati a lavorare e il fatto di ricominciare è stato il primo punto di positività e di salvezza. C’è qualcosa di più grande del terrore e del male e vedo nascere in me un desiderio ancora più grande di costruire: è come se un male così radicale mi facesse desiderare un bene altrettanto radicale. Non a caso ci siamo tutti catapultati a donare il sangue, eravamo così tanti che ci hanno rimandato a casa».

Cosa ha detto ai suoi alunni che a gennaio avevano giustificato il terrorismo?
La situazione è diversa, primo perché insegno a una prima media e non a una terza, secondo per le dimensioni dell’attentato. Questa volta poi non c’era alcuna provocazione, come quella dissacrante di Charlie Hebdo, che aveva portato tanti a giustificare gli attentati e a trovare un capro espiatorio. Di fronte a un male ingiustificabile di queste dimensioni, l’unica reazione è stata di paura. Gli alunni mi domandavano se i terroristi erano stati tutti uccisi e se potevano stare tranquilli. Ho risposto loro la verità, che fuori ce ne sono altre migliaia. «Perché fanno questo?», mi ha chiesto una ragazza. Le ho spiegato la radice del male, che è anche in noi. Poi dirò loro da dove nasce il perdono e leggerò con loro la lettera di Antoine Leiris, il giornalista francese marito di una delle vittime, che ha scritto così: «Se il Dio in nome del quale uccidete ciecamente ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo della mia donna sarà allora una ferita nel suo cuore. E io allora non vi farò il dono di odiarvi».

leggiamo che molti esponenti dell’intelligentsia francese tornano a riproporre i valori repubblicani. Laicitè e umanitarismo sono una risposta adeguata al nichilismo jihadista?
Questi appelli, innanzitutto, non hanno presa, perché i ragazzi non sono stupidi: valori vuoti sono privi di efficacia. Faccio un esempio: se la tolleranza non è spiegata come possibilità di accoglienza dell’altro per l’arricchimento della mia identità non ha conseguenze utili. A scuola ci è stato chiesto di fare un minuto di silenzio: qualcuno ha detto ai ragazzi di mandare messaggi buoni ai propri cari tramite la telepatia, mentre io ho detto loro che il silenzio permette di guardare alle proprie domande e alla realtà che c’è, nonostante tutto, e che rimanda a Dio, a qualcosa di più grande dell’apparenza e del male. Se invece neghiamo la trascendenza come contenuto dei valori, i ragazzi, che cercano un ideale più grande di sé per cui vivere, cadono in preda di chi gli offre una trascendenza falsa.

Pensa che quanto accaduto possa attrarre altri giovani nelle file islamiste?
Sì, temo poi chi accusa tutte le persone musulmane in generale, perché costringono coloro che vivono un’appartenenza etnica e sociale radicata a fare un scelta radicale, spingendo la gente nelle braccia degli estremisti. Quello che cerco di fare è partire da ciò che ci accomuna, che è la nostra umanità.

Lei è cattolica, cosa ha da dire questo fatto ai cristiani?
Venerdì sera, prima degli attentati, ero in una parrocchia a insegnare il francese agli immigrati. Li guardavo e mi chiedevo che ci facessero qui. Credo che l’unica possibilità che abbiamo è che sia loro sia i francesi incontrino Cristo. È così che può nascere una cultura diversa e una politica di integrazione intelligente.

Da anni la Francia cerca di relegare la sfera religiosa e i suoi simboli nelle sagrestie.
Sì, ma ora la realtà viene a chiederci il conto. Non possiamo più pensare di vivere borghesemente la nostra fede perché per viverla dovremo soffrire, volenti o nolenti. Penso a tanti fratelli cristiani del Medio Oriente morti martiri: non credo fossero tutti santi o eroi eppure hanno dato la vita. È come se questo male fosse permesso proprio per la maturazione della nostra fede. Ieri, in classe, mentre guardavo i ragazzi pensavo: forse ora impareranno cos’è il coraggio, cioè la capacità, oggi eliminata dalla nostra società, di stare in piedi di fronte alla realtà, di affrontarla tutta.

Lei continua a parlare di positività. Dove la vede nella sua vita?
Nelle testimonianze di alcuni parigini che hanno rischiato la vita per altri o che dicono di non odiare i carnefici dei propri parenti. E poi sento crescere in me un’esigenza di verità totale e il desiderio di costruire e cercare il bene, per vedere come Cristo dentro la realtà vince ancora una volta la morte.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •