Un bambino “senza gambe” non è un “diritto all’aborto negato”
Il tribunale civile di Parma ha deciso che un ginecologo deve pagare 350 mila euro perché un bambino è nato senza gambe. Il medico non ha saputo leggere le ecografie che rivelavano la malformazione: il giudice lo ha condannato per avere impedito alla madre di esercitare il suo diritto a scegliere.
«Con elevata probabilità la donna avrebbe abortito se avesse avuto tempestiva notizia della malformazione del feto», si legge nell’ordinanza. Durante la gravidanza la donna si è sottoposta a diversi esami non solo dal ginecologo privato ma anche presso il consultorio dell’Ausl e in ospedale ed è «pacifico e documentato che nessuno dei medici coinvolti nella vicenda avesse rilevato prima della nascita del bambino l’esistenza della malformazione». Tuttavia il giudice Cristina Ferrari ha individuato come unico responsabile il primo specialista e non i sanitari del pubblico, condannandolo per l’errore diagnostico e per aver «privato la donna del suo diritto di decidere».
Un bambino “senza gambe” e il diritto di aborto
I giornali si sono gettati sul caso: prima cronaca giudiziaria, poi manifesto sul “diritto all’aborto”. «Il provvedimento del Tribunale di Parma tocca uno dei nodi più delicati del dibattito bioetico contemporaneo: il diritto della donna a decidere consapevolmente del proseguimento della gravidanza» (Adnkronos). «Il danno, spiegano i giudici, non si limita alla nascita di un figlio affetto da una grave disabilità, ma investe anche un piano più profondo, quello della libertà di scelta» (Fanpage). È la gerarchia dei piani: al vertice, l’autodeterminazione; in fondo, quasi invisibile, la realtà ostinata di un bambino che oggi ha dieci anni. E che tecnicamente, nei termini coerenti alle cronache dei giornali che lo vedono soggetto al diritto di aborto, andrebbe definito “nascita indesiderata”.
Gli avvocati hanno percorso tutte le voci di danno: biologico, psichico, esistenziale, familiare. E certo, la fatica dei genitori è innegabile. «Lo choc al momento del parto», «non essersi potuti preparare emotivamente», «La mancata diagnosi della malformazione del feto durante la gravidanza e la sua scoperta al momento della nascita del bimbo ha drammaticamente fatto andare in pezzi l’immagine che la donna sia era creata e sognata nei nove mesi precedenti», scrive la giudice. Ma se restiamo solo nel registro del diritto e del risarcimento, occultiamo l’essenziale: che la libertà mancata non ha cancellato la vita. Ed è con questa che noialtri fuori dalle aule dei tribunali, che scriviamo, commentiamo, giudichiamo la vicenda da giorni, dovremmo confrontarci. Quando la “normalità” viene meno è facile rintanarsi nei termini del “diritto negato”. Ma non può bastare il risarcimento per colmare lo scarto tra ciò che ci promette la certezza dei diritti, delle scelte, delle tutele e ciò che rimane, un bambino senza gambe.
Non c’è diritto che ci tuteli dalla vita
Lo disse anni fa a Tempi il ginecologo Michele Vignali quando già il caso di Parma era diventato mediatico: «Non esistono medico, medicina o diritto che ci tutelino dalla vita. Un intervento può non riuscire, un esame può fallire, un bambino può nascere senza gambe. Negarlo è opporre un modello astratto, come astratto è immaginare il bambino perfetto». La realtà eccede i codici, e spesso li ridicolizza.
Lo testimoniano ogni giorno le famiglie della Mongolfiera: il racconto del “corpo a corpo” quotidiano con i loro realissimi figli disabili che fanno a pezzi quelli immaginati durante la gravidanza (documentando che ogni vita, anche quella più fragile, è un imprevisto e un miracolo in atto), resta il migliore editoriale sulla vicenda. Tuttavia qualcosa bisogna aggiungere.
Se il bambino diventa un “danno” da risarcire
Non è la prima volta che quel medico finisce in tribunale. Già nel 2013 era stato condannato per omissioni in un caso analogo: una bambina nata nel 2003 con una gravissima patologia e morta a quattro anni. Oggi la nuova sentenza riconosce il danno e ribadisce la responsabilità esclusiva del medico, sottolineando lo stravolgimento dell’esistenza di un’altra famiglia, con una primogenita di sei anni che chiedeva già attenzioni e cure.
Ma il punto resta: il “danno”, secondo il tribunale ma soprattutto per i giornali, non è il difetto di un arto, non è l’errore diagnostico in sé, ma la perdita della possibilità di decidere. Così la vita si trasforma in voce di bilancio, in clausola risarcitoria. È qui che la giustizia si inceppa: non sul piano tecnico, ma sul piano simbolico. Perché il bambino non è una condizione contrattuale, o causa di indennizzo, è un soggetto che ci sfida col suo esserci e la sua disabilità.
L’unico vero scandalo
La Cassazione, più volte investita del tema, ha chiarito che il cosiddetto “danno da nascita indesiderata” non può mai riguardare la persona del figlio: non esiste un “diritto a non nascere”. Eventuali risarcimenti spettano solo ai genitori, per le conseguenze sulla loro vita e per la perdita della possibilità di scelta, non certo al bambino, non essendo, il fatto di essere venuto alla luce, giuridicamente qualificabile come danno. È un limite di civiltà, un argine: dire che la vita, anche fragile, non è mai di per sé un torto.
Ed è qui che il caso di Parma interroga tutti. I diritti servono, eccome. Ma quando diventano l’unico linguaggio possibile, se si dimentica la carne e la fragilità, allora si rovesciano nel loro contrario: anestesia, finzione, gabbia. L’unico vero scandalo, quello insopportabile per una società che ha fatto del diritto l’orizzonte assoluto, è che non esistono ecografie che ci proteggano dalla fragilità dell’essere o dall’errore medico. Non esistono codici civili che possano trasformare in danno ciò che è vita. Non esistono parole di tribunale capaci di restituire a un figlio disabile la sua dignità, se lo trattiamo alla stregua di un “oggetto di scelta mancata”.
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2 commenti
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Sottoscrivo toto corde il commento di Talamonti.
Mi metto nei panni di quel bambino: che opinione avrà di sua madre, che ha intentato una causa per averlo fatto nascere? Cioè, meglio: con quali occhi guarderà sua madre, che ha fatto causa perché nessuno le ha detto che avrebbe dovuto sopprimerlo? Come puoi vivere con una madre che, in fondo, ti trasmette questo messaggio; avrei voluto ammazzarti, ma non me lo hanno detto perché si sono sbagliati?