Attilio Fontana alla guida del motore del paese

Autonomia, dote scuola, difesa e valorizzazione della famiglia così come definita dalla Costituzione. Qualche domanda a Attilio Fontana, candidato del centrodestra in Lombardia

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Anticipiamo l’intervista al candidato del centrodestra in Regione Lombardia, Attilio Fontana, che apparirà sul prossimo numero del mensile Tempi (qui come abbonarsi).
Racconta di aver scelto di «girare come una trottola» per mercati, rioni, paesi e di tenersi «a debita distanza dai talk-show televisivi se non per lo stretto necessario. Ormai la gente si è un po’ stufata delle polemiche fini a se stesse». Attilio Fontana, classe ’52, di Varese, città di cui è stato sindaco leghista per dieci anni, è il candidato presidente per il centrodestra alle elezioni regionali lombarde del 4 marzo. «Ogni giorno – racconta a Tempi – faccio dai sei ai dodici incontri. Ascolto e spiego le mie idee, ma soprattutto ascolto». La macchina regionale la conosce bene: è stato eletto consigliere nel 2000 e fino al 2005 è stato presidente del Consiglio regionale. Sebbene di lui in questa campagna elettorale si sia parlato soprattutto per l’infelice espressione sulla «razza bianca» che un giornalista malizioso ha estratto dal contesto di un ragionamento più ampio sull’immigrazione, Fontana è un politico – glielo riconoscono anche gli avversari – serio, capace e che parla a ragion veduta. È uomo concreto e che ha accettato di parlare con Tempi anche di tematiche un po’ sottotraccia in questa campagna elettorale (l’autonomia, la scuola, la famiglia) senza sottrarsi agli interrogativi su quelle che invece vanno per la maggiore, anche a causa dell’imporsi dei fatti di cronaca (l’immigrazione, la sicurezza ferroviaria).
A ottobre dello scorso anno in Lombardia si è votato un referendum consultivo sull’autonomia. Il governatore Roberto Maroni ha spesso sottolineato come fosse necessario concordare con lo Stato un riordino delle competenze su alcune materie e ridiscutere la questione del residuo fiscale, cioè la differenza fra le tasse che i cittadini di un territorio versano e la spesa pubblica che ricevono sotto forma di servizi, e che questo dato è molto penalizzante per le casse della Lombardia. Però, diciamo la verità: il tema, seppur importante, è stato dimenticato dai media e oggi se ne sente parlare pochissimo.
Io ho definito la prossima come la legislatura costituente, nel senso che si dovranno scrivere le regole del nuovo patto col governo centrale. Puntiamo a ottenere l’autonomia che è assolutamente fondamentale non solo per la Lombardia, ma per tutte le Regioni italiane. Forse oggi molte non sono ancora pronte a fare questo passo, ma io sono convinto che, nel momento in cui capissero che anche a loro conviene assumersi qualche responsabilità e non più vivere “assistite” dallo Stato, ecco credo che ogni Regione seguirà la nostra strada. Maggiore autonomia significa maggiore libertà; significa liberare quelle energie che oggi si fatica a mettere in circolazione. Sono stato presidente Anci Lombardia (Associazione nazionale comuni italiani) e, così come molti miei colleghi sindaci, ho vissuto sulla mia pelle quanto siano stretti i margini di manovra per un amministratore locale. Per la nostra Lombardia ci sarebbero certamente dei vantaggi sia in termini di risorse sia, soprattutto, in termini di capacità progettuale. Mi consentirà di dire, infatti, che noi, con la poca autonomia di cui godiamo, abbiamo già dimostrato di saper fare le cose un po’ meglio che nel resto del paese.
Molto dipenderà anche dal governo che avrà l’Italia dopo il 4 marzo.
Sì, certo. Il centrodestra ha sempre avuto nei confronti dell’autonomia e del federalismo un atteggiamento positivo, mentre la sinistra, soprattutto negli ultimi anni, s’è irrigidita su posizioni centraliste. In ogni caso, con chiunque governerà io mi batterò per portare avanti questa riforma che, ne sono convinto, può cambiare profondamente il paese.
Immigrazione. Lei ha proposto di bloccare la macchina dei trasferimenti sul territorio regionale. «La Lombardia ha già dato tanto – ha dichiarato –, ospitiamo il 14 per cento dei quasi 200 mila richiedenti asilo presenti in Italia». S’è impegnato a ottenere col governo una moratoria. Perché?
Ho chiesto una moratoria perché siamo la Regione che ha avuto trasferimenti superiori alle medie di tutto il resto del paese. Mi pare giusto che anche le altre Regioni si assumano qualche impegno in più. In tema di immigrazione io credo che non bastino le misure poste in essere. Sono provvedimenti emergenziali, ma non affrontano il problema nella sua complessità. Il governo dovrebbe dire quanti immigrati siamo in grado di ricevere, come intendiamo integrarli, quali lavori vogliamo che svolgano, che assistenza sociale vogliamo fornire loro. Insomma, vorrei vedere un progetto di integrazione che specificasse se siamo in grado di accoglierli, come, in quali quantità e, magari, anche chiedendo alla popolazione cosa ne pensa. Al momento è una situazione incontrollata e non gestita. Tutti lanciano accuse di xenofobia e razzismo, ma io invertirei il problema perché credo sia vergognoso costringere molte di queste persone a vivere sotto i ponti o nelle fabbriche abbandonate, senza un lavoro e un’assistenza.
Dote scuola. Come sa, noi siamo dei grandi sostenitori della libertà di scelta e della libertà educativa e abbiamo sempre apprezzato il modello lombardo che consente alle famiglie di scegliere la scuola che ritengono più adeguata all’educazione dei loro figli. Lei che intenzioni ha? Può garantire che, se eletto, la dote scuola continuerà a essere una possibilità per le famiglie lombarde?
Ho approvato la prima dote scuola quando ero in Consiglio regionale nei primi anni Duemila. Penso sia una politica estremamente positiva e non vedo alcun motivo per rinunciarvi. È una delle poche possibilità che viene data al cittadino di fare una scelta educativa per i propri figli. Mi sembra una soluzione che non solo va difesa, ma semmai implementata.
Famiglia. Sia il presidente Formigoni sia il presidente Maroni non hanno mai fatto mistero delle loro idee in merito e le loro politiche sono state sempre orientate al sostegno della famiglia così come definita dalla Costituzione. Lei cosa pensa di fare?
Credo che la famiglia sia una sola. Certamente esistono altre situazioni che, per carità, non contesto, ma penso che la famiglia è quella definita non solo nella nostra Carta, ma anche nella nostra storia, cultura e tradizione. La famiglia è una sola e ritengo che vada tutelata in tutti i modi, non solo sotto il profilo economico (fui uno dei primi sindaci ad approvare il quoziente famiglia), ma anche dal punto di vista culturale. Oggi se si parla di “famiglia” anziché di “famiglie” o di altri tipi di unione si passa per omofobi o intolleranti. Esiste un pensiero unico che ci impedisce di affrontare i problemi in modo razionale e pacato: nessuno vuole escludere nessuno, ma non si può nemmeno negare la realtà dei fatti. Io credo che la famiglia sia il nucleo su cui si fonda la nostra società.
Per quanto riguarda il problema della casa, lei ha dichiarato che contrasterà l’abusivismo, le occupazioni e l’illegalità. Cosa può fare concretamente la Regione?
La Regione può intervenire chiedendo che chi deve fare rispettare la legge la faccia rispettare. Ho vissuto delle esperienze tristi andando a visitare tanta brava gente che vive nelle case popolari e ha paura a stare fra le proprie mura, tanta brava gente che deve subire le minacce e le violenze di persone che vanno contro la legge, che non la rispettano. Viviamo in uno stato di diritto sì o no? Inizio ad avere qualche dubbio. Dunque ci sono delle leggi e delle norme e chi è addetto a farle rispettare deve procedere: le occupazioni abusive vanno eliminate. Non appena eletto andrò dal Prefetto a chiedere un intervento perché l’intervento non può attuarlo il presidente della Regione, ma il presidente della Regione ha il diritto di mettere in mora chi non fa rispettare la legge. Dobbiamo farlo per rispetto delle troppe persone, spesso anziane e psicologicamente fragili, che subiscono queste situazioni senza avere l’appoggio di chi avrebbe il compito di aiutarle.
Lei si è battuto contro la riforma costituzionale Renzi-Boschi. Cosa sarebbe successo di negativo al governo del territorio e alle autonomie locali se fosse passato il referendum confermativo?
Sarebbe stato un vero disastro, sarebbe stata la fine degli enti locali, sarebbe stata la fine di ogni autonomismo e di ogni autonomia. Sarebbe stato un paese commissariato, con una dipendenza diretta dal potere centrale, con qualche commissario di governo che provvedeva a fare andare l’ordinaria amministrazione, ma l’amministrazione straordinaria sarebbe stata decisa tutta da Roma. Ho combattuto con grandissima convinzione contro la riforma, perché più la leggevo più mi rendevo conto che era una lacerazione rispetto alle cose nelle quali ho sempre creduto. Sarebbe stata la fine di un certo tipo di mondo, di un certo tipo di società, di un certo tipo di organizzazione che sono sempre state la specificità e la forza dell’Italia. Curioso che in Italia la sinistra sia così centralista, mentre negli altri paesi è autonomista. Curioso anche che si ragioni sempre in termini di emergenza e sempre personalizzando le questioni. Anche la campagna referendaria è stata condotta come un voto su Renzi, per contare chi era con lui e chi era contro : si è fatta troppo poca informazione sui contenuti della riforma proposta, e questo non è sano. Questo modo di fare informazione politica e dibattito politico favorisce l’antipolitica, favorisce chi lancia la notizia più clamorosa, chi fa l’affermazione più assurda, chi mette al centro del discorso una sola questione. Ad esempio, è giusto discutere dei costi della politica, ma non si può far passare l’idea che l’Italia va male a causa degli stipendi dei parlamentari. Io non sono mai stato parlamentare, e quindi non sono parte in causa; sono d’accordo, per ragioni etiche, a ridurre lo stipendio dei parlamentari. Ma non è etico far credere che così si risolvono i problemi del paese! Di Maio si fa bello dichiarando: “Io rinuncio al 50 per cento dello stipendio parlamentare”, cioè 7.500 euro al mese. Ma prima di fare il politico quanto guadagnava? Guadagnava 5 mila euro all’anno. Allora la verità non è che rinunci a 7.500 euro, è che ne guadagni 6 mila al mese più di prima!
A proposito: il Movimento Cinque Stelle non ha mai sfondato in Lombardia. Perché, secondo lei?
Perché i lombardi sono concreti, non si lasciano abbindolare dalle sparate. E perché qui la situazione generale è migliore che in altre zone. In altre zone d’Italia di fronte al caos nasce la tentazione di sperimentare un altro tipo di caos nella speranza che sia migliore.
Quali sono le istanze del territorio alle quali lei e la sette liste che la sostengono volete dare risposta?
Il primo provvedimento che vorrei assumere è aumentare la platea dei fruitori gratuiti dei nidi per l’infanzia. Sarebbe un’azione concreta e insieme un segnale. L’altra richiesta che sempre arriva dal territorio è quella di rendere più snelle le procedure e più semplici i rapporti con la Regione. La sburocratizzazione è fondamentale. Tutti la chiedono: gli imprenditori, gli agricoltori, i trasportatori, le associazioni sportive… Qualcosa bisognerà fare. Anche se bisogna capire che la situazione attuale è dovuta alla necessità di non vedere impugnati gli atti amministrativi, non avere obiezioni dalla Corte dei conti, eccetera. Ma occorre anche assumersi la responsabilità, il rischio di quello che si fa: se sai di non avere favorito nessuno, se sai di non avere rubato, allora devi correre il rischio anche di una procedura un po’ più snella.
All’indomani del tragico incidente ferroviario di Pioltello qualcuno ha detto che la Lombardia negli ultimi anni ha fatto troppo per strade e autostrade e troppo poco per le ferrovie. Lei cosa pensa? E che cosa è possibile fare per le ferrovie?
Condivido la critica, ma il fatto che non tutti conoscono è che esiste un serio problema nella governance del sistema ferroviario: la linea e le rotaie appartengono alla Rfi, cioè allo Stato (Rfi è società delle Ferrovie dello Stato, ndr), e i treni e la loro gestione appartengono a una società che è per il 50 per cento statale e per il 50 per cento della Regione. La situazione anomala è data dal fatto che Rfi non investe da anni né nel miglioramento né nell’ammodernamento delle reti, infatti abbiamo la stessa rete che c’era 30-40 anni fa. Dall’altro lato, per quanto riguarda i treni, c’è una società paritetica, ma i treni nuovi li ha acquistati la Regione. In realtà la società, poiché non c’è disponibilità da parte della componente statale a versare nulla, non compra nulla. È la Regione che acquista i treni e poi fa un contratto di comodato per la gestione. C’è qualcosa che non va in questo schema: se siamo in società per la gestione, dovremmo essere tutti e due a investire. Quindi io credo sia necessario un notevole ripensamento nel rapporto fra la Regione e Ferrovie dello Stato. Così non può andare avanti: che non investano un euro sulla rete e che non tirino fuori un euro per i treni mi sembra una cosa che non si può accettare.
Cosa pensa di Giorgio Gori, il candidato del Pd e suo principale competitor? Il suo slogan “Fare, meglio” non è un implicito riconoscimento che qui in Lombardia si è amministrato bene e che, dunque, posta l’esigenza di migliorare, si è proceduto su una buona strada?
Io la vedo diversamente, mi sembra uno slogan subdolo. Gori ha moltiplicato gli attacchi negli ultimi tempi, affermando che tutte le politiche della giunta Maroni hanno fallito. Lui ha scelto quello slogan solo per accreditarsi presso un certo tipo di elettorato. Se vedete i suoi manifesti, non c’è mai il simbolo del Partito democratico e i colori e le tonalità sono quelli dei manifesti elettorali del centrodestra. Vuole apparire come un candidato che non è di sinistra, ma la verità è che con lui andrebbe al potere la sinistra. Qualche giorno fa ha fatto una dichiarazione rivelatrice: «In Lombardia non guardiamo alle casacche, guardiamo alle persone». Si vede che si vergogna anche lui della casacca che indossa. Ma soprattutto vuole confondere le acque e le idee ai cittadini: Giorgio Gori è un uomo di Matteo Renzi, è un membro del Pd, è il candidato del centrosinistra. Fa parte di quella classe dirigente che negli ultimi anni non ha azzeccato le scelte giuste per il nostro paese e ha contribuito a creare la situazione in cui ci troviamo. Bisogna tenere in mente quello che lui tende a nascondere: il giorno che dovesse diventare presidente, dovrebbe pagare le cambiali ai partiti che lo hanno sostenuto, dovrebbe concordare con loro le decisioni. 
Foto Ansa

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