Arslan: «Riconoscere il genocidio armeno è un dovere morale»

A oltre cent’anni dall’eccidio e dopo il voto del parlamento italiano facciamo il punto con la grande scrittrice Antonia Arslan

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Il 24 aprile è il giorno della memoria dello Metz Yeghern, ossia il  Grande Male, il nome con cui gli armeni indicano il genocidio di cui furono oggetto a partire dal 1915 per volontà del governo dei Giovani Turchi nei giorni del tramonto dell’Impero Ottomano. Il 24 aprile 1915 furono arrestati e deportati gli esponenti delle élites armene di Costantinopoli, Smirne e Aleppo. Nei due anni successivi persero la vita un milione e mezzo di armeni a causa sia di massacri che di malattie e stenti dovuti alle condizioni in cui venivano spostati attraverso i territori dell’Impero. Recentemente la questione del genocidio armeno è tornata di attualità in Italia a causa del voto con cui il 10 aprile scorso il Parlamento italiano ha impegnato il governo a riconoscere ufficialmente l’evento e a darne risonanza internazionale. Antonia Arslan, scrittrice padovana di origini armene, è l’autrice de La masseria delle allodole, forse il più famoso romanzo al mondo ispirato alle vicende del genocidio armeno, e di altri romanzi che evocano tragedie antiche e contemporanee di quel popolo (La strada di Smirne, Il libro di Mush, ecc.). Con lei abbiamo fatto il punto delle principali questioni, a 104 anni dall’inizio della tragedia.  

Antonia Arslan, quando diciamo genocidio armeno, di cosa stiamo parlando?

Stiamo parlando di quello che è stato il primo genocidio del XX secolo, stiamo parlando di una forma di sterminio che all’inizio del Novecento viene testata sul popolo armeno, e poi sui siriaci. Stiamo in sostanza parlando della distruzione di un’intera minoranza da parte del governo dello stato al cui interno questa minoranza si trovava. Come avrebbero poi fatto i tedeschi con gli ebrei che erano cittadini tedeschi come loro, così i Giovani Turchi hanno fatto con gli armeni e i siriaci, che erano minoranze riconosciute all’interno dell’Impero Ottomano. Queste non sono stragi, non sono massacri, è qualcosa di più: è uno sterminio organizzato con estrema freddezza e razionalità dall’alto.

Da dove deriva la certezza che i Giovani Turchi fossero mossi da un intento genocidario?

Il progresso degli studi negli ultimi vent’anni è stato straordinario, sono usciti una quantità di libri e di ricerche accademiche che portano prove. Particolarmente importante è un libro da poco tradotto in italiano: I peccati dei padri – Negazionismo turco e genocidio armeno di Siobhan Nash-Marshall. Questa studiosa, che è anche una mia carissima amica, ha trovato una quantità straordinaria di materiale e ha studiato il modo in cui la filosofia tedesca dell’Ottocento e le sue derive hanno influenzato l’ideologia dei nazisti. Nella Prima Guerra mondiale l’Impero tedesco si è alleato all’Impero Ottomano e ha inviato in Anatolia personale militare per addestrare e sostenere l’esercito turco che era molto degradato. Tutti loro hanno visto quello che succedeva e purtroppo, come dimostrano anche documenti recenti tradotti dall’armeno, hanno spesso approvato.

I Giovani Turchi erano affiliati alla massoneria e per lo più atei, ma in molti luoghi della Turchia e dell’Impero Ottomano gli atti omicidi nei confronti degli armeni furono condotti in nome del jihad, la guerra santa, cioè in nome di un concetto religioso islamico. Come si spiega questo fatto?

Faceva parte del progetto genocidario. Per muovere le folle non basta la teoria, ci vuole anche un forte appello religioso. I turchi convivevano con gli armeni da centinaia di anni, ma sempre sullo sfondo della divisione fra fedeli islamici da una parte e fedeli cristiani dall’altra. Le minoranze cristiane erano riconosciute dall’Impero Ottomano nel sistema del millet, cioè delle nazioni. All’interno di ogni nazione erano permessi un minimo di autonomia e di autogoverno. Dopo la grande sconfitta che l’Impero Ottomano subisce nel secondo Ottocento con l’indipendenza della Romania, della Bulgaria e prima ancora della Grecia, e dopo le guerre balcaniche degli anni Dieci del Novecento che gli strappano altri territori, era facile muovere le folle contro le minoranze cristiane, affermando che non erano più sudditi leali, che stavano distruggendo l’impero e che comunque erano dei dhimmi, degli assoggettati. Hanno scatenato le folle facendo leva su due cose. Il primo è il fattore religioso, che si manifesta soprattutto nell’est anatolico, nella regione adiacente al monte Ararat. E poi, aspetto importantissimo, il fattore dell’avidità. Cioè si è fatto capire alla gente che se avessero ucciso gli armeni non ci sarebbe stata punizione per questo mentre avrebbero ottenuto un ricco bottino. Il messaggio era: “vi potrete impadronire dei loro beni senza che vi succeda niente”. È avvenuto così un enorme spostamento di proprietà tolte agli armeni che va dalla capra dell’allevatore al terreno del piccolo contadino, alla sua casa e ai suoi attrezzi a beneficio di chi abitava l’est dell’Anatolia, contemporaneamente al massacro fisico.

È anche vero che ci sono stati musulmani di varie etnie – curdi, turchi, arabi – che hanno cercato di mettere in salvo degli armeni, in qualche caso al prezzo della vita. Che memoria conservano gli armeni di questo?

È una bellissima parte di questa tragica storia, ma bisogna sottolineare che questi giusti non sono tanti, non si deve enfatizzare al di là delle proporzioni. Tuttavia io sto leggendo un libro in inglese, Armenian Genocide by Ottoman Turkey. 1915. Testimony of Survivors. Collection of Documents, che contiene testimonianze di sopravvissuti raccolte nel 1916, cioè a genocidio e a Prima Guerra mondiale ancora in corso. A parlare sono armeni dell’est anatolico, della zona di Erzurum e del lago di Van, arrivati in quella parte di Armenia che allora apparteneva all’Impero zarista. Per decenni le loro testimonianze sono rimaste nella lingua armena originale, recentemente sono state tradotte in inglese. Da queste testimonianze emerge la programmazione minuziosa dello sterminio, lo schema ripetitivo, le dinamiche ricorrenti: la separazione degli uomini dalle donne, l’uccisione degli uomini, il ratto delle donne più giovani e graziose, l’eliminazione delle altre attraverso le marce e la fame, l’uccisione sistematica dei bambini, a volte in modo efferato. Con la stessa regolarità, i sopravvissuti raccontano dell’amico curdo che li ha nascosti, della tribù curda che non partecipava ai massacri presso la quale si sono rifugiati, dell’amico turco che li ha protetti. Naturalmente in alcuni casi questa salvezza è stata pagata con denaro e beni, però questi curdi e questi turchi sapevano che il cristiano non era il loro nemico, e questi sono i giusti, sono quelli che non guardano altrove, che non si girano dall’altra parte. E in genere questi giusti non hanno cercato di convertire gli armeni alla loro religione. Gli armeni di questi fatti conservano un’ottima memoria, in genere li raccontano sempre. Se in tutto questo oceano di orrore c’è stato un gesto positivo, in questo libro che sto leggendo lo si ritrova.

Veniamo alla questione di attualità: perché i governi turchi continuano a rifiutare di riconoscere il genocidio? Perché ogni volta che un parlamento nazionale vota una mozione per impegnare il proprio governo a riconoscere il genocidio armeno, come è successo pochi giorni fa in Italia, la Turchia protesta con veemenza?

Sono cento anni che negano, diventa un problema grosso dire oggi: «ci siamo sbagliati», oppure «abbiamo detto una bugia per cento anni». C’è una tale sovrapposizione di negazionismi, che credo che a questo punto anche qualcuno che fosse di buona volontà, troverebbe molte difficoltà a modificare la posizione turca tradizionale a livello di autorità dello Stato. A ciò si affianca la volontà di negare, perché in qualche modo l’orgoglio nazionale turco che hanno cercato di coltivare dal tempo della presa di potere da parte di Kemal Atatürk è sempre stato centrato su di un insegnamento che viene fatto ai bambini sin dalle scuole elementari: «siamo un popolo straordinario, che non potrebbe mai commettere una cosa del genere». Questo ha creato una situazione schizofrenica: da un lato ci sono tantissimi turchi che riconoscono la realtà del genocidio sia a parole, sia con gli scritti, sia pubblicando studi storici e rischiando di persona, perché non è facile in Turchia avere queste posizioni; dall’altro c’è una struttura dello Stato che ancora pervasivamente afferma che il genocìdio non è avvenuto. Ogni volta che c’è un riconoscimento come quello del parlamento italiano di qualche settimana fa, si ripete il solito balletto: la Turchia protesta, o ritira l’ambasciatore, o convoca l’ambasciatore del paese in questione, ecc. Dopodiché l’ambasciatore rientra. Se un piccolo Comune della provincia di Catanzaro vota una mozione sul genocidio armeno, le autorità turche minacciano la rottura dei rapporti economici fra Italia e Turchia. Sono reazioni automatiche, che poi non hanno conseguenze. Ripeto: siamo di fronte a una realtà schizofrenica, quando pensiamo che persino Hasan Cemal, nipote di quel Djemal Pasha che fu uno degli architetti del genocidio, ha scritto un  libro intitolato 1915. Genocidio armeno, tradotto in Italia da Guerini. Costui è stato allevato nel culto del nonno, ma ha fatto un lungo percorso di coscienza fino a scrivere un libro che riconosce la realtà del genocidio armeno. Dove ha scritto: «Finché noi turchi non prendiamo coscienza di ciò che è avvenuto, non potremo fare pace col nostro passato e considerarci una nazione con una storia». Ma oggi la Turchia è bloccata in una situazione molto pericolosa, e queste aperture del ceto intellettuale, che si sono verificate fino al 2015, appaiono in stallo.

Il negazionismo potrebbe dipendere anche dal timore della richiesta di indennizzi da parte dei discendenti delle vittime?

Sì, dipende anche da questo. Ci sono ancora armeni che conservano titoli di proprietà di beni immobiliari che avevano nell’Impero Ottomano. La base Nato di Incirlik sorge verosimilmente su un terreno di proprietà di una famiglia armena che conserva l’atto notarile di possesso, qualcosa di simile si può dire per l’area dove sorge il palazzo presidenziale ad Ankara. Perciò bisogna tenere conto anche di questo aspetto.

Alla memoria del genocidio armeno lei ha dedicato romanzi a sfondo storico di cui il più noto è La masseria delle allodole, che ha venduto oltre un milione di copie nel mondo. Cosa dice della memoria del genocidio armeno? È viva e coltivata, o è difettosa?

È una memoria molto coltivata all’interno delle comunità armene. Soprattutto le grandi comunità della diaspora – quelle francesi, americane e russe che hanno importanti strutture come chiese e scuole – conservano la memoria del genocidio come fattore fondante della loro identità. E questa purtroppo è diventata in qualche modo una prosecuzione della tragedia. L’introversione caratteriale armena dipende dal fatto che questi ricordi sono stati trasmessi a livello familiare e all’interno delle comunità ma non sono stati riconosciuti all’esterno. Adesso la questione si è aperta all’esterno e la memoria del genocidio coincide con una presa di coscienza verso l’esterno e questo fa fare esperienza di una maggiore libertà. Questo è dovuto alla terza e alla quarta generazione dopo il genocidio, che non avendo più le paure e le angosce dei primi, alimentate dal negazionismo turco, hanno parlato, si sono mosse, hanno fatto ricerche. Adesso poi con questa grande mole di libri, di studi, di ritrovamenti che sono in gran parte merito di giovani studiosi turchi molto bravi, straordinari, la memoria del genocidio esce rinforzata.

Un certo numero di studiosi afferma con sempre maggiore convinzione che ci sono le prove che il genocidio armeno è stato il modello del genocidio degli ebrei per mano nazista, che i nazisti si sono riferiti consapevolmente al genocidio armeno. Lei cosa dice?

Purtroppo sono d’accordo. Come si intuisce anche dal testo della mozione di riconoscimento del genocidio che è stata presentata al Bundestag tedesco. Lì si ammette che il genocidio è stato supportato anche dall’Impero tedesco. Documenti degli archivi di Stato tedeschi resi pubblici confermano che c’era la volontà da parte del governo tedesco di fornire il massimo supporto alle politiche turche. I tedeschi presenti allora nell’Impero Ottomano, mercanti, tecnici o ingegneri, tornavano a casa chiedendosi come fosse possibile che un popolo cristiano come quello tedesco assistesse senza alzare un dito allo sterminio di un altro popolo cristiano, o addirittura collaborasse. Questo scandalizzava molti tedeschi, e alcuni di loro si sono battuti per salvare vite armene, come ha fatto il console tedesco di Aleppo Walter Rössler. Ma la politica generale dell’Impero tedesco era di considerare la questione armena una questione interna dell’Impero Ottomano in cui non ci si doveva ingerire. Ma purtroppo dai documenti resi noti si desume che hanno anche attivamente collaborato. Certo, ci sono state eccezioni come il generale Liman von Sanders responsabile della zona di Smirne, che impedì che fossero deportati gli armeni della città. Il quartiere generale tedesco avrebbe potuto attuare questa politica anche altrove, se voleva, ma ci fu solo questa eccezione ben nota agli armeni: cercavano di raggiungere Smirne sapendo di questa protezione.

Concludendo: che importanza ha che il numero dei paesi che riconoscono ufficialmente il genocidio armeno cresca al di la delle due-tre decine attuali?

È molto importante, anche se non ha conseguenze pratiche: è una questione morale. I governi turchi possono protestare, minacciare di ritirare gli ambasciatori, ma il fatto che il numero dei paesi che riconoscono il genocidio armeno cresca è importante perché i turchi non potranno più dire che il discorso del genocidio è un complotto anti-turco degli armeni: è diventata una nozione consolidata che sempre più si afferma universalmente. Parlarne ancora, anche se può annoiare qualche volta, continua ad essere necessario.

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