Arriva la legge sugli accordi prematrimoniali. «Ma sarebbe più giusto chiamarli “predivorziali”»

Intervista all’avvocato Massimiliano Fiorin, esperto di diritto familiare, sul ddl che mira a introdurre in Italia i “love contracts” dei film hollywoodiani

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La notizia è che una volta approvate le unioni civili il Pd intende accelerare anche l’iter per l’introduzione degli accordi prematrimoniali nell’ordinamento giuridico italiano. L’onorevole Alessia Morani (Pd) ha già proposto un ddl per istituire un pratica che finora è rimasta sempre vietata nel nostro paese. Gli accordi prematrimoniali – o “love contracts”, come li chiamano gli anglosassoni che li hanno ideati – andrebbero a integrare l’articolo 162 del Codice civile, sul regime patrimoniale della famiglia. L’idea dell’onorevole Morani è stata appoggiata anche dal deputato di centrodestra Luca D’Alessandro. Tempi.it ne ha discusso con l’avvocato Massimiliano Fiorin, esperto di diritto coniugale e autore di molti testi sull’argomento.

Avocato Fiorin, gli accordi prematrimoniali sono sempre stati vietati in Italia. Come mai proprio adesso se ne torna a parlare?
Credo che anche questo disegno di legge possa essere inserito nel discorso più ampio della battaglia sui “diritti civili”, ormai centrale nel modo di fare politica del premier Renzi. L’idea di chi ha proposto il testo è quella di dare alle persone ulteriori libertà, con l’intento, come si sente ripetere, di “adeguare il diritto alla realtà del Paese”. La verità invece è che accade il contrario: è la legislazione a suggerire al Paese le cose di cui sentire il bisogno. Non sono contrario in senso assoluto ai cosiddetti accordi prematrimoniali: sono contrario all’idea di farli diventare un diritto. Costituiscono un paradosso, a cominciare dal nome, perché non andrebbero chiamati accordi “prematrimoniali” bensì “predivorziali”.

Firmare un accordo prima di sposarsi vuol dire strappare l’ultimo velo di romanticismo rimasto?
È proprio un controsenso. Quando due persone decidono di sposarsi, di fronte a Dio e/o alla legge italiana, dovrebbero voler fondare un’alleanza reciproca, non certo pensare a un modo per tutelarsi dalle possibili malefatte dell’altro. Si nota una coerenza, in negativo, conseguente al clima generale in cui questi accordi prematrimoniali si collocano: tutto è teso alla disgregazione del matrimonio in sé. Mi ha fatto sorridere l’onorevole Morani quando ha annunciato che grazie al suo ddl sugli accordi prematrimoniali le persone si sentiranno meglio difese nei loro interessi e quindi torneranno a sposarsi di più. L’istituzione del matrimonio è in crisi da tempo, non sarà un accordo firmato dal notaio a salvarlo.

Questo tipo di contratti fa subito pensare a Hollywood. Gli accordi prematrimoniali sono citati in tanti film, e sono molte le coppie di personaggi famosi che ne hanno firmato uno prima di convolare a nozze. Riguardano quindi solo i ceti sociali più “alti”?
Pensare che questi patti siano solo per ricchi è l’anticamera per renderli digeribili a tutti. Anche del divorzio, prima della legge del 1970, si pensava: “È un affare per ricchi, per americani”. E in effetti nei primi tempi è vero che il ceto medio storceva un po’ il naso, e che erano più i cosiddetti ricchi ad apprezzare quella legge che permetteva loro di “rifarsi una vita”. Ma in breve il distinguo è andato perdendosi, e il divorzio è diventato un diritto. Non una possibilità, ma qualcosa di giusto, come sono appunto i diritti. Nell’articolo 29 della Costituzione sta scritto: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Ma con la legge del 1970 e il fallimento del successivo referendum abrogativo del 1974 abbiamo scalfito quell’articolo, e il divorzio è diventato un diritto, per tutti, senza distinzione di casi. Perfino Pier Paolo Pasolini, confessando di aver votato no al referendum, si disse stupito della sua stessa buona fede: aveva votato pensando a quei casi di soprusi familiari in cui il divorzio sarebbe stato un rimedio, e si era invece ritrovato a contribuire alla disgregazione della famiglia.

Ma, applicati alla realtà italiana, gli accordi prematrimoniali possono avere successo?
Stando ai numeri noti, in Italia il divorzio non è così popolare rispetto agli altri Paesi europei, ed è ancora un fenomeno che interessa maggiormente il ceto medio-alto. Credo che lo stesso avverrebbe per gli accordi prematrimoniali. Quando si divorzia, il primo punto da chiarire è sempre quello che riguarda la casa. Ad oggi, in Italia, i possessori di case sono in gran parte ultrasessantenni che hanno acquistato beni immobiliari dopo una vita di sacrifici. Qualche volta capita nel mio studio un padre o una madre che hanno comprato casa al figlio, prima che questo decidesse di sposarsi: “E se si lascia con ‘quella là’ – mi dicono – la casa va tutta a lei?”. In un caso del genere un patto prematrimoniale potrebbe non essere il male peggiore. Ma prendere il caso di uno e farlo diventare diritto per tutti non è la strada migliore. Abbiamo potuto constatarlo in diverse materie trattate da governo e parlamento.

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