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Arriva la legge sugli accordi prematrimoniali. «Ma sarebbe più giusto chiamarli “predivorziali”»

marzo 17, 2016 Elisabetta Longo

Intervista all’avvocato Massimiliano Fiorin, esperto di diritto familiare, sul ddl che mira a introdurre in Italia i “love contracts” dei film hollywoodiani

La notizia è che una volta approvate le unioni civili il Pd intende accelerare anche l’iter per l’introduzione degli accordi prematrimoniali nell’ordinamento giuridico italiano. L’onorevole Alessia Morani (Pd) ha già proposto un ddl per istituire un pratica che finora è rimasta sempre vietata nel nostro paese. Gli accordi prematrimoniali – o “love contracts”, come li chiamano gli anglosassoni che li hanno ideati – andrebbero a integrare l’articolo 162 del Codice civile, sul regime patrimoniale della famiglia. L’idea dell’onorevole Morani è stata appoggiata anche dal deputato di centrodestra Luca D’Alessandro. Tempi.it ne ha discusso con l’avvocato Massimiliano Fiorin, esperto di diritto coniugale e autore di molti testi sull’argomento.

Avocato Fiorin, gli accordi prematrimoniali sono sempre stati vietati in Italia. Come mai proprio adesso se ne torna a parlare?
Credo che anche questo disegno di legge possa essere inserito nel discorso più ampio della battaglia sui “diritti civili”, ormai centrale nel modo di fare politica del premier Renzi. L’idea di chi ha proposto il testo è quella di dare alle persone ulteriori libertà, con l’intento, come si sente ripetere, di “adeguare il diritto alla realtà del Paese”. La verità invece è che accade il contrario: è la legislazione a suggerire al Paese le cose di cui sentire il bisogno. Non sono contrario in senso assoluto ai cosiddetti accordi prematrimoniali: sono contrario all’idea di farli diventare un diritto. Costituiscono un paradosso, a cominciare dal nome, perché non andrebbero chiamati accordi “prematrimoniali” bensì “predivorziali”.

Firmare un accordo prima di sposarsi vuol dire strappare l’ultimo velo di romanticismo rimasto?
È proprio un controsenso. Quando due persone decidono di sposarsi, di fronte a Dio e/o alla legge italiana, dovrebbero voler fondare un’alleanza reciproca, non certo pensare a un modo per tutelarsi dalle possibili malefatte dell’altro. Si nota una coerenza, in negativo, conseguente al clima generale in cui questi accordi prematrimoniali si collocano: tutto è teso alla disgregazione del matrimonio in sé. Mi ha fatto sorridere l’onorevole Morani quando ha annunciato che grazie al suo ddl sugli accordi prematrimoniali le persone si sentiranno meglio difese nei loro interessi e quindi torneranno a sposarsi di più. L’istituzione del matrimonio è in crisi da tempo, non sarà un accordo firmato dal notaio a salvarlo.

Questo tipo di contratti fa subito pensare a Hollywood. Gli accordi prematrimoniali sono citati in tanti film, e sono molte le coppie di personaggi famosi che ne hanno firmato uno prima di convolare a nozze. Riguardano quindi solo i ceti sociali più “alti”?
Pensare che questi patti siano solo per ricchi è l’anticamera per renderli digeribili a tutti. Anche del divorzio, prima della legge del 1970, si pensava: “È un affare per ricchi, per americani”. E in effetti nei primi tempi è vero che il ceto medio storceva un po’ il naso, e che erano più i cosiddetti ricchi ad apprezzare quella legge che permetteva loro di “rifarsi una vita”. Ma in breve il distinguo è andato perdendosi, e il divorzio è diventato un diritto. Non una possibilità, ma qualcosa di giusto, come sono appunto i diritti. Nell’articolo 29 della Costituzione sta scritto: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Ma con la legge del 1970 e il fallimento del successivo referendum abrogativo del 1974 abbiamo scalfito quell’articolo, e il divorzio è diventato un diritto, per tutti, senza distinzione di casi. Perfino Pier Paolo Pasolini, confessando di aver votato no al referendum, si disse stupito della sua stessa buona fede: aveva votato pensando a quei casi di soprusi familiari in cui il divorzio sarebbe stato un rimedio, e si era invece ritrovato a contribuire alla disgregazione della famiglia.

Ma, applicati alla realtà italiana, gli accordi prematrimoniali possono avere successo?
Stando ai numeri noti, in Italia il divorzio non è così popolare rispetto agli altri Paesi europei, ed è ancora un fenomeno che interessa maggiormente il ceto medio-alto. Credo che lo stesso avverrebbe per gli accordi prematrimoniali. Quando si divorzia, il primo punto da chiarire è sempre quello che riguarda la casa. Ad oggi, in Italia, i possessori di case sono in gran parte ultrasessantenni che hanno acquistato beni immobiliari dopo una vita di sacrifici. Qualche volta capita nel mio studio un padre o una madre che hanno comprato casa al figlio, prima che questo decidesse di sposarsi: “E se si lascia con ‘quella là’ – mi dicono – la casa va tutta a lei?”. In un caso del genere un patto prematrimoniale potrebbe non essere il male peggiore. Ma prendere il caso di uno e farlo diventare diritto per tutti non è la strada migliore. Abbiamo potuto constatarlo in diverse materie trattate da governo e parlamento.


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8 Commenti

  1. Rolli Susanna says:

    Così, giusto per mettere la ciliegina sulla torta. quando sento “cattolici di sinistra” mi ricompare la sindrome della “smaga”, e non so proprio come farmela passare…bastasse una tisana!!

  2. Lucillo says:

    Giusto per capire. Se non per tutti per chi?
    È del tutto ovvio che istituti e strumenti legali e giuridici siano per tutti! O vogliamo tornare al diritto differenziale? Per censo? Per nascita? Per stato? Per genere? Per “razza”?
    Abbiamo qui un’ipotesi difficile da attaccare a livello etico, e l’argomento per opporsi diventa che poi lo fanno anche i non ricchi?

    • Toni says:

      Mi sembra che hai letto male l’articolo. Forse perché proteso ad essere d’accordo con qualche amichetto creato all’interno della tua testolina. Le ultime volte sei stato esilarante.
      L’articolo suggerisce la possibilità di un accordo prematrimoniale in fattispecie precise: tipo la casa acquistata dai genitori e data al figlio che hanno la preoccupazione di un divorzio ed il vedersi sottratti, dall’ex partner, le fatiche di una vita. Mi pare una cosa comprensibile. Che dici? Non trovi che sia diverso dal caso che chiunque , a prescindere, abbia il diritto tout court.

      Per quanto mi riguarda questo tipo di contratto è la logica conseguenza di una cultura che ammette anche il comprarsi i figli. Una visione dell’amore a condizione e commerciale, pertanto, falsa (se l’amore è generosità, come si fa a pensare prima del tempo che chi hai di fronte ti vuole fregare e devi prendere contromisure?).

      • Lucillo says:

        No no. Non giriamoci intorno.
        Qui il tema non è “i diritti”.
        Si tratta di vedere se un istituto giuridico può essere utile a dirimere, nel caso specifico a prevenire e regolamentare in via privatistica, delle controversie potenziali che non risiedono nelle concezioni teoriche ma nelle esperienze concrete dei cittadini, cattolici compresi.
        Non vorrai dirmi che il matrimonio è solo amore? perché se è cosi dovresti subito sostenere il matrimonio egualitario.
        Non si tratta di contromisure, ma di dettagliare nella specifica e singolare relazione ciò che a livello di norma universale è necessariamente generico.
        Dopo di che, ancora una volta: non costituisce un obbligo per nessuno, ma solo uno strumento a disposizione per chi lo vuole usare.

        • Toni says:

          Non ho messo in relazione amore e matrimonio, anche se spero che chi si sposa si ama.
          Strano che tu ci veda tutte queste cose, io nella generalizzazione ci riscontro solo una ulteriore banalizzazione del matrimonio. Questo, infatti, se venisse considerato per quello che è spingerebbe a chi si ne volesse fare “liberamente” carico motivo di riflettere 100 volte. Invece si preferisce fare si che ogni cosa si riduca a puro fantoccio a disposizione di ogni giocherellone. oggi mi sposo, domani mi annoio, dopodomani posso liberarmi anche per via e-mail (che dici, non sarebbe “utile a dirimere”?). Posso volere il matrimonio con la stessa profondità di giudizio con cui voglio un gelato.
          E dice bene l’articolo quando riporta: “è la legislazione a suggerire al Paese le cose di cui sentire il bisogno”.

  3. Luca says:

    Sembra quelle interviste che si vedono nei “documentari” spazzatura di Discovery Channel: mentre il tizio racconta d’essere stato testimone oculare dell’autopsia sul cadavere alieno, passa in sovrimpressione la scritta “ex consulente della CIA”.

  4. L’utente Luca ha colto nel segno, infatti sono un fan degli X – Files.

    Forse la questione del “diritto per tutti” andrebbe spiegata meglio: non è che ci vorrebbe un patto prematrimoniale solo per pochi, ci mancherebbe altro, il punto non è quello.

    Il problema è che i patti prematrimoniali si inseriscono nella tendenza già collaudata con aborto e divorzio, per cui quello che dovrebbe essere un “rimedio” di fronte a una situazione oggettiva di crisi, diventa un “diritto” al quale ognuno sa di poter ricorrere anche in assenza di motivi seri, solo perché è un suo diritto, quindi una sua insindacabile libertà.

    Il matrimonio così ha smesso di essere una alleanza sulla quale conta la società intera, per diventare un contratto facoltativo nel quale ognuno “sta” solo fino a quando può soddisfare il suo interesse individuale alla sicurezza personale, esistenziale, emotiva, economica.
    Quando non si “sente” più di starci, perché nella sua insindacabile libertà non ritrova più quel tipo di soddisfazioni, allora è diventato un fatto scontato che possa andarsene senza fornire motivazioni.

    I patti prematrimoniali servono solo a regolare preventivamente la cosa, che però in quanto tale non è nemmeno più un matrimonio. Sono un’ulteriore autostrada preparata per rendere più agevole il raggiungimento del fine supremo della libertà individuale.
    Ma così il matrimonio si conferma come degradato in una specie di patto bislacco con il quale, per fare un paradosso, uno può andare a comperare il pane o il latte, ma è sottinteso che poi se al momento di pagare non se la “sente” più allora può farlo. E potrà restituire, a malapena, solo quello che non ha consumato, e nessuno gli potrà fare obiezioni, nemmeno il panettiere o il lattaio, perchè quella è la sua libertà.

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