Anziché abolire la povertà, Di Maio non potrebbe abolire le code?

Il paradosso è che faremo aspettare ai poveri un lavoro che non c’è e faremo perdere tempo in bolli e autorizzazioni a chi il lavoro lo vuole creare

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Caro direttore, ho letto su tempi.it la lettera sul reddito di cittadinanza che avete pubblicato qualche giorno fa. A quelle osservazioni vorrei aggiungerne una nuova che ho trovato ieri sfogliando Italia Oggi. Il corrispondente da Berlino ha raccontato come funziona in Germania il reddito di cittadinanza che lì si chiama Hartz IV e ammonta a 425 euro, si riceve sul conto corrente e ognuno è libero di spendere come meglio crede (altro che baggianate sulle spese “etiche”). Bene, si dirà, vedete che qualcosa per i poveri si può fare? Vedete che lo fanno anche in altri paesi europei da noi considerati più progrediti? Certo, solo che, come fa notare il giornalista, sebbene i controlli in Germania siano ferrei, anche lì c’è qualche “problemino”:

Una persona che riceve l’assegno, e che conosco da anni, mi racconta che ogni mattino è obbligata a presentarsi in un centro, dove gli assistiti vengono divisi in gruppi di dieci per svolgere diverse attività, cucina, sartoria, e così via. Restano per ore a non far nulla. Il lavoro non c’è. Perché si è obbligati ogni giorno a questa recita? Potrebbe essere una truffa legale: il lavoro fittizio viene comunque pagato dallo Stato alle aziende che lo offrono, le uniche a guadagnare versando poi pochi spiccioli agli assistiti. Oppure, è una messa in scena dell’ufficio del lavoro per un makeup alla statistica? Comunque, manca l’effetto desiderato, stimolare chi non lavora a svolgere un’attività.

Altro che «abolizione della povertà», come ha promesso Di Maio, qui avremo la proliferazione delle truffe!
Giovanni Minegi via email

Caro Giovanni, proprio martedì, durante un’audizione davanti alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato, il presidente facente funzione dell’Istat, Maurizio Franzini, ha detto che la povertà nel nostro paese sta crescendo: si tratta di 1.778.000 famiglie e 5.058.000 individui, e questo è il dato più alto dal 2005. Che, quindi, al netto di truffe e lavoro nero, un problema esista, è difficile negarlo. Ma il reddito di cittadinanza non ci aiuterà a risolverlo, anzi, rischia solo di aggravarlo.

«Se tu paghi la gente che non lavora e la tassi quando lavora, non essere sorpreso se produci disoccupazione» diceva Milton Friedman ed è esattamente la strada che stiamo intraprendendo. Perché dico questo? Perché solo qualche giorno fa, la Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato) ha pubblicato il suo annuale report sulla “Buropazzia”, cioè sulle pazzesche richieste della burocrazia ai nostri imprenditori.

In pagina trova l’infografica di Libero che illustra in modo immediato i risultati dell’indagine condotta dalla Cna: per poter aprire un salone di acconciatura è necessario assolvere 65 adempimenti, avere a che fare con 26 enti (con i quali, però, bisogna interfacciarsi per 39 volte complessivamente) e spendere quasi 18 mila euro. È tutto un calvario di bolli, pratiche e corsi che costano all’aspirante imprenditore non solo denaro, ma anche tempo.

Il paradosso è questo: avremo due file di persone. Nella prima i disoccupati davanti ai centri dell’impiego in attesa di avere un lavoro che non c’è. Nella seconda gli aspiranti imprenditori davanti agli sportelli in attesa di avere un’autorizzazione che non arriva mai. Un’immane perdita di tempo collettiva che, a breve, avrà un unico disastroso risultato: un’unica fila di disoccupati.

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