Anno giudiziario, tutti contro «i magistrati che vogliono redimere il mondo»

Da Roma a Milano, quella del 2013 è stata una inaugurazione dell’anno giudiziario all’insegna dei casi Ingroia, dell’emergenza prigioni e dell’abuso della carcerazione preventiva

Ieri è stato il primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, a intavolare, a Roma, il tema delle toghe in politica davanti al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al presidente del Consiglio Mario Monti. Oggi a Milano è toccato a Giovanni Canzio, presidente della Corte di Appello del capoluogo lombardo, parlare dell’esigenza di «equilibrio, moderazione, sobrietà e riservatezza per i magistrati, anche sul piano dei rapporti con i media e con la politica». Un po’ in tutta Italia, insomma, quella del 2013 sarà probabilmente ricordata come un’inaugurazione dell’anno giudiziario all’insegna dei casi Ingroia e Grasso. E dell’emergenza carceri.

CHIUDERE LE PORTE GIREVOLI. Lupo ieri ha osservato che l’assenza di filtri tra la carriera di tante toghe italiane e la loro discesa in politica è ormai un fenomeno che «rischia di coinvolgere la stessa credibilità della giurisdizione», vista l’inerzia del Parlamento. Per il primo magistrato d’Italia è quindi «auspicabile che sia introdotta attraverso il codice etico quella disciplina più rigorosa sulla partecipazione dei magistrati alla vita politica parlamentare che in decenni il legislatore non è riuscito ad approvare, nonostante l’evidente necessità d’impedire almeno candidature nei luoghi in cui è stata esercitata l’attività giudiziaria e di inibire il rientro, a cessazione del mandato parlamentare, nel luogo in cui si è stati eletti». Il richiamo ai casi Ingroia, Grasso e Dambruoso – solo per stare ai tre nomi più noti – è rimasto implicito ancorché evidente.

NO ALLE TOGHE CON LA SPADA SGUAINATA. Analogo nella sostanza ma ben più duro nella forma il discorso pronunciato oggi, sempre nella capitale, da Giorgio Santacroce, presidente della Corte di Appello di Roma. «Nulla da eccepire sui magistrati che abbandonano la toga per candidarsi alle elezioni politiche», ha detto Santacroce. Ma «non mi piacciono i magistrati che non si accontentano di far bene il loro lavoro, ma si propongono di redimere il mondo. Quei magistrati, pochissimi per fortuna, che sono convinti che la spada della giustizia sia sempre senza fodero, pronta a colpire o a raddrizzare le schiene. Parlano molto di sé e del loro operato anche fuori dalle aule giudiziarie, esponendosi mediaticamente, senza rendersi conto che per dimostrare quell’imparzialità che è la sola nostra divisa, non bastano frasi ad effetto, intrise di una retorica all’acqua di rose. Certe debolezze non rendono affatto il magistrato più umano».

PALETTI PIÙ STRINGENTI. Il ministro della Giustizia Paola Severino, intervenuta ieri a Roma all’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione, si è soffermata a sua volta sull’argomento: «Ci sono già alcune leggi, si tratta di rendere ancor più corposo questo distacco tra l’esercizio di una funzione e l’esercizio dell’attività politica». Favorevoli all’introduzione di «paletti più stringenti» anche Michele Vietti, vicepresidente del Csm, e Rodolfo Sabelli, presidente dell’Anm.

MENO CARCERAZIONE PREVENTIVA. Fra i vari problemi della giustizia affrontati dai relatori non potevano mancare quello della lentezza dei processi e, soprattutto, l’emergenza carceri. Il ministro Severino ha espresso «profonda amarezza e sconforto per la perdurante drammaticità della situazione carceraria», e anche per l’attuale situazione di sovraffollamento delle prigioni «è inaccettabile che il 36% dei detenuti (il 42% un anno fa) sia ancora in attesa di giudizio». Urge perciò una riforma che rafforzi il ricorso alle pene alternative al carcere e alla messa in prova, mentre la prigione, come ha detto il procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani, «deve essere l’extrema ratio».

SOVRAFFOLLAMENTO DA TERZO MONDO. Il sovraffollamento dei penitenziari è stato il “piatto forte” dell’orazione tenuta questa mattina dal presidente della Corte di Appello di Milano. Canzio ha snocciolato numeri da Terzo mondo: «In Lombardia la capienza delle strutture è di 4.737 detenuti, mentre al 31 dicembre ne è stata registrata la presenza di 7.279; San Vittore ha una capacità di 712 presenze e può tollerarne fino a 1.127, ma al 31 dicembre le presenze erano 1.616». Cifre che autorizzano i cittadini a «mettere in dubbio la legittimità punitiva dello Stato». Di una situazione pessima, comunque, parlano i dati resi noti un po’ dappertutto in Italia all’inizio di questo anno giudiziario: nelle galere di Roma, per dire, sono detenute 7.171 persone per 4.834 posti; a Sollicciano, in provincia di Firenze, il sovraffollamento supera addirittura il 200% dei posti disponibili, contro il 155% della media nazionale.