Anche nel neolitico si curavano i disabili gravi. La scoperta degli studiosi australiani

Marc Ovenham e Lorna Tilley scoprono i resti di un uomo di 4.000 anni fa affetto dalla sindrome di Klippel-Feil. È il primo esempio di cultura dell’assistenza.

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Man Bac Burial 9 (Tilley & Oxenham 2011: 37)

Anche nel neolitico l’uomo si occupava dei compagni disabili. A dirlo è una ricerca australiana nel Vietnam del Nord, che ha rinvenuto i resti di un venticinquenne vissuto 4.000 anni fa. Gli archeologi australiani hanno dimostrato che l’uomo era affetto dalla sindrome di Klippel-Feil, un raro disturbo dell’apparato locomotore dovuto alla fusione di due o più vertebre cervicali. La malattia porta con sé effetti minori come lo strabismo e la scoliosi e, nei casi peggiori, l’atassia (l’incapacità di muoversi autonomamente). I resti dell’uomo rinvenuti dagli studiosi della National Australian University Marc Ovenham e Lorna Tilley – quest’ultima con competenze in psicologia e assistenza sanitaria – mostrano chiaramente che egli era paralizzato dalla vita in giù e che non poteva muovere le gambe.

DIGNITA’ UMANA. Lorna Tilley, in un’intervista rilasciata al The Australian, dichiara che il giovane ha vissuto in quelle condizioni almeno dieci anni. Non è stato abbandonato né maltrattato. Non c’erano segni di infezione e di fratture, nonostante sia morto in circostanze che – dopo cinque anni di ricerca – ancora non si sono chiarite. Ciò sembra dimostrare che il giovane sia stato curato nonostante l’estrema disabilità, e mostrerebbe un volto nuovo delle popolazioni del neolitico, con una primitivissima cultura assistenziale e un senso forte della dignità umana, da cui consegue cooperazione e tolleranza.

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