L’America censuri Internet come fa la Cina

La proposta su The Atlantic: la libertà della rete crea danni. Meglio il controllo di Stato, così come fa Pechino

cina usa

«Nel grande dibattito degli ultimi due decenni che ha opposto libertà e controllo della rete, la Cina aveva ampiamente ragione e gli Stati Uniti avevano ampiamente torto. Un significativo monitoraggio e un significativo controllo della parola sono componenti inevitabili di un internet maturo e fiorente, e i governi devono svolgere un grande ruolo in queste pratiche per garantire che internet sia compatibile con le norme e i valori di una società». Sembra davvero impossibile, ma questo brano non è parte di un editoriale dell’agenzia di stampa governativa Nuova Cina, o di un articolo di fondo del Quotidiano del Popolo di Pechino, bensì è apparso sulle pagine di The Atlantic, una delle più antiche e prestigiose riviste culturali americane, il 25 aprile scorso.

La parola su Internet

L’articolo di cui il brano fa parte si intitola “Internet Speech Will Never Go Back to Normal“, cioè “La parola su internet non tornerà più alla normalità”, con riferimento all’epoca precedente all’epidemia del Covid-19. E il sottotitolo è costituito dalla frase riportata qui sopra in apertura: «In the debate over freedom versus control of the global network, China was largely correct, and the U.S. was wrong», che poi si ritrova quasi identica all’interno dell’articolo. Autori del pezzo sono Jack Goldsmith ed Andrew Keane Woods. Il primo è un avvocato e docente della facoltà di Legge dell’Università di Harvard, nonché capo dell’ufficio di consulenza legale del ministero della Giustizia al tempo della presidenza di George W. Bush; il secondo è docente della facoltà di Legge dell’Università dell’Arizona e i suoi articoli appaiono non solo sulle riviste giuridiche delle più importanti università americane, ma su giornali come il New York Times, l’International Herald Tribune e il Financial Times

I danni della libertà

Perché secondo questi egregi signori sulla libertà di internet la Cina ha ragione e gli Stati Uniti hanno torto? Perché è giusto impedire, attraverso la sorveglianza e il controllo, una lunga serie di danni e negatività che derivano dalla libertà incontrollata della rete: l’interferenza di stati esteri nelle elezioni nazionali, gli incitamenti all’odio, le violazioni della proprietà intellettuale, transazioni illegali, spam, finti account, deepfakes (cioè filmati falsi ottenuti sovrapponendo a un filmato di base immagini e parti di filmati estranei), la diffusione di comportamenti pericolosi che possono causare danni fisici per imitazione, propaganda terroristica, bullismo. La Cina ha capito subito che internet andava sorvegliato e controllato, gli Stati Uniti ci sono arrivati solo in questi ultimi anni, soprattutto dopo il caso dell’interferenza russa nelle elezioni presidenziali del 2016, ma ora stanno recuperando a grandi passi.

Dati personali

Da questo si capisce che la Cina ha avuto ragione e gli Usa torto: che gli Usa stanno imitando la Cina!

«La polizia», scrivono gli autori «usa ingiunzioni per mettere le mani su grandi depositi di dati personali raccolti da compagnie private. Le hanno usate per avere accesso ai videocitofoni dei palazzi di città, ai microfoni degli “assistenti intelligenti” del tipo Alexa in milioni di case, ai lettori (privati) di targhe che controllano ogni auto, ai dati degli archivi di Dna accessibili a pagamento. Riescono anche ad ottenere informazioni raccolte su dispositivi domestici smart e telecamere di sorveglianza, una crescente quantità delle quali sono capaci di riconoscimento facciale, per risolvere casi giudiziari. Pagano per accedere alle informazioni dei carri attrezzi privati che controllano i movimenti delle auto attraverso la città. In altri casi il governo federale o quelli locali lavorano d’intesa col settore privato per espandere la loro sorveglianza digitale. Uno dei videocitofoni più popolari, Ring, che è di proprietà di Amazon, ha dato vita a partenariati con oltre 400 agenzie di pubblica sicurezza degli Usa. Ring le ha offerte a prezzi scontati ai dipartimenti di polizia locali, che le hanno a loro volta proposte ai residenti. Poi i dipartimenti hanno usato i social media per incoraggiare i cittadini a scaricare l’applicazione Ring per il vicinato, dove i vicini postano video e discutono attività sospette captate dalle loro telecamere. Nel frattempo la compagnia Clearview AI fornisce alla polizia la possibilità di raffrontare un volto con miliardi di volti di un database creato saccheggiando foto e filmati postati su Facebook e su YouTube. Il sistema di sorveglianza privato dell’America va molto al di là delle app, delle videocamere e dei microfoni. Dietro le quinte e all’insaputa della maggior parte degli americani, i gestori di dati hanno sviluppato valori algoritmici per ciascuno di noi – valori che ci classificano in base all’attendibilità, all’affidabilità nel restituire i prestiti, alla probabilità di commettere crimini. Uber esclude i passeggeri che ricevono voti bassi da parte degli autisti. Alcuni bar e ristoranti effettuano controlli d’identità sui loro clienti per sapere se pagheranno il conto o se causeranno problemi. Facebook ha brevettato un meccanismo per determinare l’affidabilità creditizia di una persona valutando il suo social network».

Cosa ci dicono gli algoritmi

Le conclusioni che gli autori traggono da questa rassegna di fatti sono intuibili:

«Questi e altri sviluppi sono l’equivalente funzionale privato del sistema cinese di classificazione dei cittadini secondo il credito sociale, che i critici in Occidente biasimano con tanto fervore. Anche il governo americano prende importanti decisioni sulla base di insiemi di dati raccolti da fonti private. Il Dipartimento della sicurezza interna domanda a chi richiede un visto per gli Usa di mettere a disposizione i contenuti dei propri account sui vari social media per un controllo. E le Corti regolarmente si basano su degli algoritmi per determinare il rischio di recidiva o di fuga di un imputato». 

La Cina è più avanti

La Cina è più avanti degli Usa perché ha capito prima che queste forme di sorveglianza e di controllo devono vedere un ruolo centrale del governo, non possono essere affidate per intero al buon senso dei privati, che si sono dati da fare per bloccare le fake news sul coronavirus come ha fatto Facebook o hanno sviluppato tecnologie di tracciamento dei contatti (per individuare gli infetti) da installare sui cellulari come hanno fatto Google e Apple.

«I danni della comunicazione digitale continueranno a crescere, come continueranno a crescere i controlli su tutti questi network. E immancabilmente il coinvolgimento del governo crescerà. In questo momento il settore privato sta prendendo la maggior parte delle decisioni importanti, a volte sotto la pressione del governo. Ma come Zuckerberg ha evidenziato, le imprese possono non essere in grado di regolare la libertà di parola in modo legittimo senza un coinvolgimento e una guida più pesanti da parte del governo».

Controllare la vita

Certo, i gruppi per la difesa dei diritti civili guardano con orrore a questi sviluppi, ma presto dovranno fare buon viso a cattivo gioco, perché

«al pubblico è stato detto e ripetuto che le centinaia di computer con cui interagiamo quotidianamente – smartphone, PC, computer da tavolo, automobili, videocamere, registratori audio, sistemi di pagamento e altro ancora – raccolgono, trasmettono ed analizzano i nostri dati che sono poi confezionati e sfruttati in vari modi per influenzare e controllare le nostre vite (…) E tuttavia gli americani continuano a comprare prodotti che li sorvegliano e a dare via i propri dati. Altoparlanti intelligenti come Amazon Echo e Google Home si trovano in un terzo delle case americane. Nel 2019 i consumatori americani hanno comprato quasi 80 milioni di nuovi  smartphone che possono scegliere fra milioni di app che raccolgono, usano e distribuiscono ogni genere di dato personale».

Primo e quarto emendamento

Perciò il destino dell’America è segnato:

«L’interpretazione corrente del Primo e del Quarto Emendamento (…) e le norme culturali che hanno prodotto verranno messe alla prova man mano che i costi sociali di un internet relativamente aperto si moltiplicheranno. (…) Le risposte di sorveglianza e di controllo delle informazioni relative al Covid-19 e la collaborazione del settore privato col governo in questi sforzi, sono un esperimento storico sotto gli occhi di tutti di come la nostra cultura costituzionale si adatterà al nostro futuro digitale».

Sì, avete letto bene: gli americani devono modificare la loro interpretazione del Primo Emendamento (libertà di parola) e del Quarto Emendamento (limitazioni a perquisizioni e controlli da parte del governo) della loro costituzione se vogliono entrare nel futuro della sicurezza digitale. Goldsmith e Woods non lo dicono apertamente, ma le conclusioni sono inequivocabili: l’interpretazione della Costituzione americana deve diventare… un po’ più cinese!

Foto Ansa