Alluvione Genova: «Questi morti ci chiedono un cambiamento»

No a polemiche strumentali in un momento di lutto. Ma che cosa è accaduto nel capoluogo ligure devastato dall’acqua? Alessio Piana, capogruppo della Lega in Comune, racconta di colpe antiche ed errori delle ultime ore: «Niente potrà darci sollievo per le perdite, ma dobbiamo cambiare il nostro modo di concepire il rapporto con la natura e la nostra responsabilità civica e umana».

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«Questi morti ci chiedono un cambiamento. Almeno su come concepiamo il nostro rapporto con la natura e la nostra responsabilità civica e umana: tanti fatti ci ricordano, infatti, che non siamo padroni della natura. È questa l’unica visione che ci deve far agire con politiche più intelligenti e responsabili», dichiara a Tempi Alessio Piana, capogruppo della Lega in Consiglio comunale a Genova.

Il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, ha detto di sentirsi le vittime sulla coscienza. Si poteva davvero fare di più?

Oggi è una giornata di lutto, lungi da me polemiche strumentali. Ma ci siamo posti in tanti questa domanda. E dovremo affrontarla. Errori, infatti, ci sono stati. Ad esempio si sono lasciate aperte le scuole e altre strutture. I cittadini, così, hanno dato per scontato che il livello d’allerta non fosse alto. Nelle strade travolte delle acque del Bisagno, 40 minuti prima dell’esondazione, sono arrivati i vigili a bloccare gli accessi, ma nessuno ha avvisato i negozianti che hanno continuato a svolgere il loro lavoro. Si capisce che l’organizzazione non è stata abbastanza tempestiva né adeguata.

Ma come si può prepararsi in poco tempo quando i dati meteorologici non prevedevano l’accaduto?

È vero la situazione era imprevista. E pensare al rischio zero è impossibile, nemmeno avendo l’organizzazione e le politiche urbanistiche migliori. Inoltre, sembrava che la perturbazione dovesse spostarsi a Levante e poi a Ponente. Invece si è fermata in questa zona, riversando su di essa tutta la sua furia. Si credeva, poi, che il peggio sarebbe accaduto a Sestri. Non è stato così. Ribadisco quindi: è evidente che c’è un aspetto che non potevamo prevedere. Ma ci sono anche delle priorità, sulla messa in sicurezza del territorio che la politica non ha rispettato. Non lo dico per polemizzare o fare ombra sulla grande solidarietà che vedo in questi giorni. Però, non vorrei nemmeno si tornasse, una volta ricostruito quanto distrutto, a fare finta di nulla.

Ma le colpe sono anche passate. Si legge sul Corriere di sabato: «Si è cercato di allargare l’alveo… ma ieri come nel 1970 il torrente è esondato perché l’acqua non ce la fa a superare il tappo». Negli anni Sessanta, poi, qui come in altre città a rischio e colpite da alluvioni, si è costruito troppo vicino ai fiumi. Si può pensare di ingabbiare la natura con asfalto e cemento? E se è necessario costruire le città vicino ai canali di commercio, non occorre farlo con dei criteri precisi?

Le colpe sono antiche, ma anziché ovviare si sono amplificate. La Regione Liguria, ad esempio, l’anno passato ha varato una delibera che riduce la distanza di costruttibilità dai margini del fiume, portandola a soli tre metri. Non solo, anche i materiali con cui vengono costruite le strutture non possono essere scelti solo pensando al vantaggio economico: penso al ponte appena inaugurato a La Spezia e costruito secondo criteri e prove idrauliche inadeguati. È un fatto che trent’anni fa si è costruito senza criteri o male, è pur vero che oggi i versanti dei canali non sono in grado di drenare perché in seguito non c’è stato alcun intervento nell’entroterra. Così le piene, anziché in alcune ore, si formano in soli 20 minuti di piogge abbondanti. Proprio perché siamo una terra soggetta a questi eventi occorre prevenire, ricordando e tenendo conto di una natura imprevedibile di cui non possiamo crederci i padroni: non basta, appunto, ingabbiarla. È una visione più realista che tutti dobbiamo recuperare.

Basterà la ricostruzione, la solidarietà e la ricerca delle responsabilità alle persone che hanno perso i loro cari?

Alle famiglie certo non sarà sufficiente trovare i responsabili. Nemmeno la solidarietà potrà mai portare indietro i loro cari. Questi morti, però, ci chiedono un cambiamento. Almeno su come concepiamo il nostro rapporto con la natura e la nostra responsabilità civica e umana.

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