Allarme sovraindebitamento. «Alitalia spacchetta gli oneri per salvarsi? E noi lo facciamo per i privati e le pmi»

Bankitalia, Cgia Mestre e Confcommercio rivelano che il 65 per cento delle famiglie usa fino a metà dei guadagni per restituire prestiti. Da Catania una rete di associazioni propone una soluzione

Il 65 per cento delle famiglie italiane, secondo dati di Bankitalia, Cgia di Mestre e Confcommercio, oggi vive in una situazione di sovraindebitamento, che porta a consumare tra il 50 e l’80 per cento degli stipendi per pagare mutui e prestiti contratti con finanziarie e banche. Un dato tanto drammatico da apparire quasi incredibile. Per cercare di farvi fronte, una proposta arriva da Catania, dove si è costituita l’associazione “Tutela diritti del debitore”, su iniziativa del presidente, Tuccio Alessandro, impiegato di banca in pensione insieme ad altri tre colleghi, che subito hanno deciso di fare rete e cooperare con le realtà territoriali di Confcommercio, Federconsumatori, Movimento cristiano lavoratori, Caritas, Banca Etica. Domani nella città siciliana si tiene il primo convegno su “Sovraindebitamento e nuove povertà”, e Alessandro anticipa a tempi.it quali soluzioni propongono.

Il 65 per cento delle famiglie italiane sovraindebitato è un dato pazzesco. Cosa significa concretamente?
I dati sono della Banca d’Italia, elaborati sulle famiglie di reddito medio basso. Mi rendo conto che è un dato enorme, ma bisogna aggiungere che, sempre secondo Bankitalia-Cgia-Confcommercio, oggi il 26 per cento delle famiglie è in stato di povertà e l’8 per cento in stato di povertà assoluta. Negli ultimi dieci anni, inoltre, l’inflazione è aumentata del 25,4 per cento con una diminuzione, ormai evidente a tutti, di potere di acquisto, risparmio e indebitamento, mentre in parallelo l’indebitamento medio delle famiglie è cresciuto del 140 per cento. Quando si parla di sovraindebitamento, l’associazione Tutela diritti del debitore fa riferimento al concetto definito dalla legge 3/2012, poi modificato nel decreto sviluppo, come la condizione che «attiene alle persone fisiche, alle famiglie, ai pensioanti, alle pmi non soggette a fallimento, che non sono in grado di affrontare le rate del debito o gli impegni assunti negli anni prima della crisi». L’effetto della recessione infatti si è congiunto all’aumento delle bollette e del caro vita, ma anche al fatto che le famiglie fanno da ammortizzatori sociali a figli o pre-pensionati: per queste motivazioni spesso si arriva a contrarre debiti con le banche o con le finanziarie. Quello che accade in una realtà come Catania è solo speculare a quello che avviene nel resto d’Italia. Cito un esempio concreto per rendere l’idea: il Movimento cristiano lavoratori qui distribuisce pacchi alimentari, e solo nell’ultimo anno è passato da 300 pacchi settimanali a 600, con una tipologia di richiedenti che si è trasformata dai soli extracomunitari alle famiglie italiane in difficoltà.

Chi siete e com’è nata la vostra associazione?
Noi siamo nati 6 mesi fa, e ci occupiamo delle famiglie che, pur percependo uno stipendio, di fatto sono povere e non riescono più a saldare i debiti contratti, perché ammontano a oltre il 50 per cento dello stipendio. Io sono un bancario in pensione e ho pensato di restituire la fortuna che ho avuto come tanti altri della mia generazione, offrendo un servizio gratuito, insieme a un gruppo di professionisti, commercialisti e avvocati. Ci siamo uniti per creare una rete attiva su diversi comuni, attraverso i servizi sociali e alcuni sportelli nati per raccogliere segnalazioni e offrire qualche soluzione. Abbiamo lavorato inoltre alla formazione della rete territoriali di agenti di Confcommercio che si occupano di affrontare l’analogo problema del sovraindebitamento per le pmi non soggette a fallimento.

Chi sono le persone che si rivolgono a voi?
Una delle testimonianze che ho raccolto in questa attività può rendere l’idea di ciò che avviene almeno per i privati cittadini. Una signora 42enne del messinese ha perso il posto di lavoro e, avendo aperto un credito attraverso una finanziaria, non riusciva più a farvi fronte. La signora addirittura veniva minacciata telefonicamente dalla società creditrice. Mi rendo conto che ciò sembra incredibile a chi non sta dietro a quello sportello ad ascoltare, eppure è proprio quello che è accaduto. E faccio presente che nei casi che ho seguito i debiti non vengono contratti per acquistare beni di lusso, come un cellulare o un televisore: in molti casi i prestiti servono ad avviare l’attività di un figlio, o la propria.

E quale soluzione è possibile adottare?
L’asse del bisogno di queste persone cambia a seconda dello stato in cui si trovano. Se sono nello stato iniziale, cerchiamo di capire se il debito rispetto al guadagno lascia un margine di vita dignitoso. Se non è così ricorriamo alla legge 3. Siamo partiti da una domanda semplice. Perché se Alitalia può affrontare un percorso di “spacchettamento” dei debiti e risanamento, non possono farlo anche le pmi o i privati? Questo è reso possibile dalla legge 3 appunto, che prevede che anche i privati si rivolgano al tribunale, per denunciare quanto si guadagna, l’entità dei debiti e chiedere un aiuto a mettere in ordine questa situazione. La legge 3 sulla carta prevedeva che ci si rivolgesse all’organismo di composizione della crisi, ma non è ancora stato emanato il decreto attuativo che ne permettesse la costituzione. Grazie a un avvocato siciliano, però, si è riusciti a sbloccare la situazione: l’avvocato ha chiesto che intervenisse un giudice anziché l’organismo; il magistrato gli ha dato ragione. Questa legge è in vigore da un anno eppure finora è stata usata solo in 4-5 casi in tutt’Italia, sia per i privati che per le pmi non soggette a fallimento. Perché è poco conosciuta.

Con i tempi ordinari della giustizia non si rischia di ottenere risposte dopo molti anni?
La legge 3 prevede anzitutto tempi di risposta immediati, in un massimo di dieci giorni. A questo punto, il magistrato nomina un commercialista e un avvocato, che fanno un inventario dei debiti, dei crediti, del patrimonio immobiliare da vendere; stabiliscono un piano di rientro e poi propongono a tutti i creditori o un allungamento del periodo di esposizione o l’abbattimento del conto capitale (se si ha un debito di 30 mila euro e non si è più in grado di pagarlo, si stabilisce di restituirne 20 mila in dieci anni, sempre meglio che nulla). Se il 60 per cento dei creditori accetta, si può procedere. Ciò in effetti consentirà di affrontare un problema che nasce da un sistema errato, quello delle finanziarie, un sistema che ha gonfiato il consumo tramite il credito per sopperire al calo della ricchezza.