Allarme cinghiali, 100 milioni di danni nel 2015. Coltivatori in rivolta: «I cacciatori non bastano più»

Intervista a Stefano Masini, responsabile Ambiente della Coldiretti: «Devastano vigne, campi di grano e causano incidenti mortali. L’unico nemico naturale è il lupo, ma in Italia sono pochi»

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In Italia ci sono oltre un milione di cinghiali. Nel 2005 erano 600 mila, ma nel 2015 il numero è raddoppiato. A essere esasperati da questa crescita smisurata di ungulati nel nostro territorio sono gli agricoltori, che quotidianamente vedono devastati i propri raccolti. Una delle regioni più colpite è la Toscana, per questo la Coldiretti ha dato appuntamento ai coltivatori il 1° agosto in piazza Duomo a Firenze. Presenti alla manifestazione anche due piccoli rappresentanti della specie, che da adulti arriveranno a pesare un quintale, e saranno in grado di devastare una vigna o un campo di grano. Stefano Masini, responsabile Ambiente della Coldiretti, spiega a tempi.it perché l’emergenza cinghiali è molto seria.

È passato un mese dalla protesta a Firenze. Che tipo di risposte avete avuto dal Governo?
Le risposte sono state molto scarne ben prima del sisma di Amatrice, che ha distrutto anche le attività di molti nostri agricoltori. Purtroppo continua a mancare una reale percezione del problema. Non si vuole capire che non possono essere più solo le Regioni a occuparsi della questione cinghiali autonomamente, ognuna con il proprio calendario venatorio. Deve essere studiato un piano nazionale per arginare il fenomeno. I cosiddetti cacciatori selettori non bastano più.

Diamo un’idea del fenomeno. Che tipo di danni causano alle coltivazioni i cinghiali?
In questo periodo sono le vigne le coltivazioni più colpite. Per contrastare il caldo e un’estate dominata dalla siccità, i cinghiali cercano nutrimento e idratazione nell’uva, zuccherina e ricca di acqua. Non parliamo poi dei campi di grano o frumento. Lì il grande danno non viene dalla quantità di cereali ingeriti dai cinghiali, i campi vengono devastati appena gli animali arrivano sul posto. Un gruppo di cinghiali pesa molti quintali, questo peso appiattisce le spighe e ne rende impossibile la raccolta. Coldiretti ha anche registrato, grazie a Aasps, 214 episodi di gravi sinistri stradali con questi animali, in cui hanno perso la vita 18 persone e 145 sono rimaste ferite. Si immagini cosa succede alla carrozzeria di un’auto che si scontra con un animale di un quintale.

Il fenomeno è così serio in tutta Italia?
In quasi tutte le regioni sì, le eccezioni sono poche. Purtroppo le aree più colpite dai danni provocati dai cinghiali sono quelle in cui ci sono le coltivazioni intensive. Le devastazioni si placano solo con l’arrivo dell’autunno, quando gli alberi nei boschi sono ricchi di ghiande, alimento di cui i cinghiali sono ghiotti. Si rifugiano per lo più nei parchi naturali, che per lo Stato italiano sono protetti, e in cui è vietato cacciare. In questo modo si riproducono a dismisura. L’unico potenziale nemico naturale del cinghiale è il lupo, una specie che non è più così popolosa in Italia.

I cinghiali affamati si spingono fino alle periferie delle città. A Genova c’è da tempo questa emergenza.
Questa casistica rende ancora più evidente il fatto che si debba intervenire. Il cinghiale non è un animale di per sé pericoloso, come non lo è il capriolo, altra specie infestante, o la nutria. Diventa pericoloso quando è fuori contesto.

Cosa chiedono gli agricoltori?
I coltivatori sanno che spesso il proprio raccolto può essere danneggiato. Ci sono innumerevoli fattori che possono farlo, primo fra tutti il maltempo, contro il quale si stipulano assicurazioni, comunque limitate. Non sono più disposti ad accettare le devastazioni causate dagli ungulati, perché su questo il Governo può intervenire. I danni totali alle coltivazioni, subiti nel 2015, si aggirano intorno ai 100 milioni di euro. Ci sono territori difficili, all’interno dell’Appennino, in cui i coltivatori non riescono più a far crescere nulla per questi motivi. Se non si argina il fenomeno, saranno a rischio non solo i profitti degli agricoltori, ma la bellezza stessa del nostro paese.

Foto Ansa

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