Alla scuola Chesterton non c’è paura di dire “Io”

Un evento potente capace di mettere insieme bambini ragazzi giovani adulti ed anziani: un popolo proveniente dai quattro angoli del mondo

Caro direttore, «ci sono mattine in cui è più chiaro il segno e vengono dopo serate in cui è stata più chiara la gioia…». Così pensavo alla Confraternita Santa Caterina domenica mattina 10 febbraio dopo la Notte di Chesterton. La sera in 700 avevamo goduto lo spettacolo che è questa scuola parentale di San Benedetto del Tronto che annualmente si celebra in questo Gran Gala nel cuore dei colli piceni. 

Un evento potente capace di mettere insieme bambini ragazzi giovani adulti ed anziani: un popolo proveniente dai quattro angoli del mondo, America e monastero di Norcia compresi, per dire il più vicino e il più lontano. Vi si rappresenta il buono che c’è quando i genitori generano, gli insegnanti insegnano e gli studenti guardano e imparano. Cose che sembrerebbero normali e invece sono la novità dimenticata in questa Italia post ideologica! Si chiama tradizione e non è una brutta parola, è una ricchezza che vien su dal passato, un metodo nuovo per giudicare le cose e chiamare bello, ad esempio, uno scroscio di pioggia fatto con lo schiocco delle dita degli studenti e il rombo del tuono con un salto davanti alla Luna nascente sul mare di Caspar Friedrich e alla Nave nel mare in tempesta di Ivan Konstantinovic… Ed è solo l’inizio di una serata in cui si racconta il fascino del viaggio fin nel dettaglio del centro tavola a mongolfiera con le piccole valige pronte all’imbarco e le parole di Sant’Agostino riportate nel cartoncino segnaposto: «Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle e passano accanto a se stesse senza meraviglia…».

La meraviglia per me sarà trovarmi a tavola con Maxim, uno dei primi studenti della Chesterton, che mi aveva spiegato una decina di anni fa la compagnia dei tipi loschi del Beato Piergiorgio Frassati in un cd preparato per me e stasera mi presenta la morosa e parla del suo lavoro di operaio con la stessa passione con cui parlava della compagnia…

Nella vasta zona centrale, contornata dai tavoli, due ballerini fluttuano nell’aria come volassero e bandiere e danze sono sciorinate senza tema, cioè senza paura. Ecco, la Chesterton è una scuola parentale in cui non c’è paura di dire io, verificando un’ipotesi di lavoro per entrare nel reale perché «quello che abbiamo ricevuto dai nostri padri dobbiamo riguadagnarcelo per possederlo», come diceva Goethe. La serata andrà avanti tra vivande prelibate, danze e canti, testimonianze di un lavoro educativo e poi l’orchestra del mitico “Quintale” di Porto Viro, una compagnia di vecchi professionisti tornati a suonare insieme per una giusta causa, più o meno come i Blues Brothers.

La mattina dopo è domenica e si celebra la messa in un grande salone dove si svolgerà subito dopo la “Confraternita Young” cui partecipa anche la nostra esperienza di opere sociali/educative di Chioggia. Giro un po’ al largo come non avessi voglia di scaldarmi ancora a quel fuoco: troppa gente, troppi volti nuovi e io mal sopporto le presentazioni, i nomi, i luoghi… Poi sento il fuoco crepitare e ne sono attratto: i giovani, ce ne sono ancora nella chiesa di Dio, parlano di sé con tutta la difficoltà e le ripetizioni tipiche dell’età dei brufoli, ma parlano di sé e non importa se ripetono cose già dette dall’amico che ha appena finito l’intervento, perché qui il gioco è che ci sia tu con quel cespo di capelli irrisolto, con quell’altezza fuori ordinanza e con il tuo bisogno di dire il nome di tuo padre, prima del tuo…

Sono studenti degli ultimi anni delle superiori o giovani universitari, qualcuno lavora già in qualche cooperativa sociale o nel campo delle professioni, sono chioggiotti, veronesi, ferraresi, san benedettesi, americani e parlano lingue diverse per dire che è bello incontrarsi e continuare a cercare la felicità, se mai si possa trovare da qualche parte, come quella volta in America a casa di Kevin o a Cafarnao sulle rive del lago, mentre Ettore narrava, o a Ferrara da Enrico per quella mostra fatta assieme… Le esperienze di provenienza sono le più varie e il vostro cronista non le conosce tutte: alcuni si chiamano “Voci del verbo”, altri “Tipi loschi”, altri ancora “Clu” e parlano e cantano a ruota libera e si aiutano e fanno il tifo gli uni per gli altri mentre noi adulti, finalmente, restiamo in silenzio ad ascoltare il fruscio leggero di questa primavera dello Spirito. 

Mi viene in mente un rito apotropaico su cui sto lavorando con alcune giovani famiglie. Trattasi di una cerimonia praticata da una tribù australiana: i bambini vengono tolti dalle braccia delle madri sedute e alzati verso il cielo dai padri.

I nuovi individui sono tolti dalla dimensione orizzontale della conservazione delle cose e collocati lungo l’asse verticale della ricerca di sé e dell’Altro, di ciò che è al di là e al di sopra delle cose di quaggiù. 

Oggi è come fosse inaugurata questa nuova dimensione, quel noi alla radice del sentimento del proprio io, ed è come se i nostri figli l’avessero imparata guardando la comunione e l’amicizia tra noi adulti in questi anni di incroci virtuosi.

E allora non c’è più la diversità dei distinguo come obiezione, perché, come dice il giovane Piergiorgio Sermarini (anche lui figlio di…) «siete voi che ci fate sentire più noi…»

Questo non capitava forse nel Vangelo quando ci si imbatteva in quell’Uomo e ti veniva voglia di andarci dietro perché con Lui ripartiva l’avventura della vita e se ne scopriva finalmente il significato?

Così, in questa sfida ad alzare le braccia al di sopra di quelle protese verso l’alto dei padri, centinaia di giovani, giunti qui solo per festeggiare la sana follia della Chesterton, raccontano se stessi e la nuova chiesa nata tra loro e con noi…

Piergiorgio Bighin