Aleppo. «Ora i musulmani dicono ai cristiani: “Per favore, non ve ne andate”»

Intervista al vicario apostolico di Aleppo, George Abou Khazen: «La Turchia doveva disarmare ribelli e jihadisti a Idlib, invece li ha armati ancora di più»

«Quando mai si è visto che si cucina in chiesa e si mangia in moschea?». È lo scherzo nato ad Aleppo quando la Chiesa cattolica ha cominciato a distribuire 25 mila pasti al giorno preparati nel giardino delle suore francescane e portati in diversi centri anche a tanti musulmani che avevano perso tutto a causa dell’occupazione jihadista in Siria. La guerra ha portato distruzione e morte, come racconta a tempi.it monsignor George Abou Khazen, vicario apostolico di Aleppo, ma ha anche fatto crescere un rapporto di amicizia impensabile tra cristiani e musulmani.

«IL NOSTRO ISLAM NON PUÒ ESSERE QUESTO»

«Non solo i cristiani hanno sofferto a causa dei terroristi islamici», spiega. «Anche i musulmani moderati sono stati vessati dai jihadisti. La prima cosa che hanno fatto appena entrati in un quartiere di Aleppo è stato sgozzare l’imam locale e issare la sua testa sul minareto. Dopo aver visto l’Isis e Al-Qaeda all’opera, tanti musulmani hanno cominciato a pensare: “Il nostro islam non può essere questo”».

Questa presa di coscienza ha portato tanti musulmani, tra i quali il Muftì di Aleppo, che ha parlato giovedì al Meeting, Mahmoud Akkam, ad assumere posizioni rivoluzionarie: «Il Muftì è arrivato a dire che i musulmani in Europa devono dimostrare fedeltà alle loro nuove patrie, pur sapendo che per legge nell’islam l’appartenenza di un musulmano è all’umma, alla comunità dei credenti. Questo discorso ha ricadute importante anche per noi cristiani in Siria, perché finalmente veniamo considerati a pieno titolo parte della nazione, con gli stessi diritti e doveri dei musulmani».

LA TURCHIA ARMA I JIHADISTI A IDLIB

Durante la guerra c’è stato un importante riavvicinamento tra le comunità di Aleppo, continua il vicario apostolico. La Siria non ha mai avuto un islam estremista, ma il conflitto e l’intervento della Chiesa a sostegno della popolazione colpita ha fatto sì che i musulmani conoscessero più da vicino i cristiani: «Tanti di loro all’inizio erano diffidenti, si chiedevano: “Chissà perché ci aiutano”. Poi hanno capito che semplicemente gli vogliamo bene e tanti ora ci dicono: “Per piacere, non ve ne andate. Restate con noi”. Questo dà coraggio alla nostra comunità cristiana impaurita e sofferente».

Se Aleppo vive da due anni una situazione di pace relativa, la guerra non è finita. «A causa dell’intervento della Turchia nel nord del paese, i jihadisti si sono riarmati e spesso ci bombardano. Giovedì un cecchino ha ucciso un uomo proprio vicino al vicariato». La popolazione soffre anche a causa delle sanzioni occidentali, «che fanno male alle famiglie più della guerra. Il gasolio è difficile da trovare, c’è il caro vita e l’inflazione. Per colpa dell’Europa, le famiglie faticano a vivere».

IL VERO DIALOGO E IL FINTO DIALOGO

Se la maggior parte del paese è stata pacificata, resta il nodo dell’enclave jihadista di Idlib. La Turchia, intervenuta con l’esercito in territorio siriano, aveva stretto un accordo con la Russia per disarmare ribelli e terroristi e spingerli all’interno della provincia di Idlib. Invece, spiega Abou Khazen, «non solo non li ha disarmati, ma li ha armati ancora di più. L’esercito siriano però sta avanzando, una prima parte dell’autostrada che collega Damasco ad Aleppo è stata liberata. Ma non sappiamo come andrà a finire».

Di sicuro quello che sta avvenendo ad Aleppo dimostra che un dialogo tra cristiani e musulmani è possibile, se inteso nel modo corretto:

«Non dobbiamo illuderci», spiega il vicario apostolico: «un dialogo a livello dogmatico è impossibile, sarebbe una presa in giro. Siamo come due linee parallele che non convergono mai. Il dialogo significa aprirsi all’altro conservando sempre la propria identità e testimoniandola con rispetto, senza vergognarsi. Se sui dogmi non possiamo incontrarci, è possibile invece convergere sul valore della persona umana, della famiglia, di tanti temi bioetici. Una collaborazione fruttuosa per il miglioramento della società è possibile e genera amicizia. Noi ne siamo la prova».

Foto tempi.it