“Aiutiamo sempre l’individuo. Ma senza la famiglia l’Africa cade a pezzi”

Non è frammentandolo in “categorie” da soccorrere (donne, orfani, poveri, malati) che il paese si salverà dalle nuove malattie sociali. Ecco perché ripartire dalla cellula fondante di ogni comunità, l’unica a resistere a guerre e pandemie

«Le famiglie, con le loro sfide e domande specifiche, non hanno un “forum” in cui possano parlare, né all’interno della Chiesa, né nello spazio pubblico, né in politica. Parliamo di genere, parliamo di donne, parliamo di giovani, ma non parliamo mai di famiglie». Così Beatrice Churu, preside della School of Arts and Social Sciences del Tangaza University College (TUC) in Kenya, denunciando all’Agenzia di Stampa cattolica la fragilità della famiglia in Africa in seguito all’evento organizzato dal Family International Monitor (FIM) , il progetto di ricerca internazionale avviato nel 2018 dal Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per il matrimonio e le scienze della famiglia in collaborazione con l’Università Cattolica di Murcia (Spagna).

MILIONI DI BAMBINI ORFANI DI UN GENITORE

Scopo dell’incontro, che si è tenuto lo scorso 23 giugno in streaming, era quello di condividere i risultati preliminari dell’indagine Family and Relational Poverty cui hanno partecipato ricercatori di 11 paesi. «Abbiamo davvero bisogno di iniziare a pensare a noi stessi come membri di una famiglia indipendentemente dal tipo di famiglie che abbiamo», ha spiegato Churu al termine dell’evento e non si tratta di uno spottone arcobaleno: il riferimento è alla crescita esponenziale nelle città del Kenya di famiglie con un solo genitore e ai 3,6 milioni di bambini che nelle aree rurali sono chiamati “vulnerabili”, 646.887 orfani di madre e padre, 2,6 milioni orfani di almeno un genitore. «Di questi – spiega ACI Africa – almeno un milione ha perso i genitori per patologie correlate all’Aids o alla sieropositività».

I COSTI DELL’INDIVIDUALISMO

Per la professoressa Churu è proprio l’approccio sbagliato alla vulnerabilità che sta portando al dilagare in Africa di nuove malattie dai pesantissimi costi sociali: conflitti, depressione, impennata del tasso di suicidi, «ci rivolgiamo sempre all’individuo, ci rivolgiamo alle donne, ci rivolgiamo ai giovani, ai bambini, al bambino, alla bambina, ma dobbiamo rivolgerci soprattutto alla famiglia perché è la famiglia a dare identità agli individui e quando la famiglia cade a pezzi è l’intera società a cadere a pezzi». Eppure è proprio la famiglia a tenere, nel continente martoriato da guerre di religione, politiche, terrorismo e miseria, a far continuamente nuova ogni piccola comunità, villaggio, quartiere, la cellula fondante dell’identità del paese. Ma fino a quando?

PUNTARE SUL “RITORNO A CASA”

«Oggi le persone lasciano le loro famiglie alle 5 del mattino perché devono essere al lavoro entro le 8 e quando tornano a casa i bambini dormono. Le famiglie non hanno vita», ed è da questo “ritorno a casa” che secondo Churu si dovrebbe ripartire per reimpostare luoghi e orari di lavoro. In questo senso l’Africa potrebbe imparare qualcosa dall’esperienza di Covid che se da un lato ha allontanato le persone, dall’altro ha riportato i genitori in case in cui bambini anche molto piccoli trascorrono giornate senza sentirsi di nessuno finché la mamma non torna a casa dal lavoro. Quel lavoro diventato una necessità e una priorità a scapito di quella “base sicura” senza la quale le nuove “malattie sociali” (così proprie del mondo moderno) si sommano ai mali d’Africa.

IL COVID IN SUDAFRICA

Anche per Imelda Diouf del Sekwele Center for Family Studies in Sudafrica, l’emergenza Covid ha paradossalmente rafforzato le famiglie del paese: «Se doveva esserci un momento nella storia sudafricana post-apartheid in cui sostenere il ruolo della famiglia, ebbene ora quel momento è arrivato». Non solo per guardare oltre la pandemia, «oltre Covid-19. Ma per ritrovare il centro del proprio sviluppo».

SETTANTA RICERCATORI DI TUTTO IL MONDO

Di sofferenza e fragilità della famiglia in Africa hanno parlato le ricercatrici all’incontro cui hanno partecipato settanta accademici di diversi istituti di ricerca provenienti da India, Libano, Qatar, Benin, Kenya, Sudafrica, Italia, Spagna, Messico, Brasile, Cile. L’evento è stato guidato dagli interventi di monsignor Vincenzo Paglia, monsignor Pierangelo Sequeri, rispettivamente gran cancelliere e presidente del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia; José Luis Mendoza Pérez, dell’Università Cattolica di Murcia; e Francesco Belletti, direttore dell’International Center for Family Studies di Milano. Il rapporto completo dell’indagine sarà disponibile in autunno.

Foto Ansa