Ai tanti cattolici don Abbondio farei rileggere la risposta del cardinale Federigo

Alle scuse dei pavidi va riproposta la lettura del capitolo manzoniano, in cui si spiega che se uno il coraggio no ce l’ha, lo può chiedere

Caro direttore, nella precedente lettera, riferendomi alla situazione di molti cattolici, ti avevo scritto che essi mi sembravano tanti don Abbondio, di manzoniana memoria. L’espressione è piaciuta a tanti lettori di Tempi.

Qualcuno, invece, mi ha scritto sulla mia pagina Facebook, mostrando qualche perplessità. Chiarito che non intendevo offendere nessuno, ma, semmai, fare una constatazione, ho deciso di rileggere i capitoli 25 e 26 dei Promessi sposi, che riportano il fantastico dialogo tra il grande cardinale Federigo ed il povero parroco.

Di solito, di quel dialogo si riporta solo quanto detto da don Abbondio (forse per scagionarlo, visto che in ognuno di noi c’è un po’ di don Abbondio) al cardinale: «Il coraggio, uno non se lo può dare». Chi cita questa frase, cerca di chiudere con essa il problema. E, forse, così sperava il debole prete.

A questo punto, mi è venuta la curiosità di andare avanti con la lettura ed ho constatato che il cardinale Federigo non lo chiude lì, anzi rilancia il problema, dandogli tutto il suo significato umano e cristiano. Infatti, Federigo così si rivolge al pauroso Abbondio:

«E perché dunque, potrei dirvi, vi siete voi impegnato in un ministero che v’impone di stare in guerra con le passioni del secolo? Ma come, vi dirò piuttosto, come non pensate che, se in codesto ministero, comunque vi siate messo, v’è necessario il coraggio, per adempir le vostre obbligazioni, c’è Chi ve lo darà infallibilmente, quando glielo chiediate? Credete voi che tutti que’ milioni di martiri avessero naturalmente coraggio? Tutti hanno avuto coraggio; perché essi confidavano».

Vorrei sottolineare tre aspetti delle alte parole del cardinale Federigo.

Il primo è quello che sottolinea che per compiere il “ministero” di pastore cattolico occorre coraggio, perché, lo si voglia o no, per affermare le verità di Cristo occorre “lottare” (guerra, scrive il Manzoni, che se ne intendeva). Non è mai una cosa pacifica, perché Gesù stesso ci ha profetizzato che il “mondo”, in qualunque tempo, rifiuta lo scandalo della verità che si è fatta carne; rifiuta sempre che un criterio diverso dal proprio pretenda, come ha preteso Cristo, di proporsi alla propria libertà. Il cristiano non cerca la lotta, ma per il solo fatto di esserci (e, quindi, di non nascondersi) arreca fastidio alla moda di turno. Non a caso, Gesù ci ha chiesto di non avere vergogna di Lui, altrimenti il Padre avrà vergogna di noi. Il ministro di Cristo e della Sua Chiesa, quindi, non può non avere il “coraggio” di dire sempre e comunque la verità. Quando il Papa, a Loreto, afferma solennemente che la famiglia nasce dal matrimonio tra un uomo ed una donna, è chiaro che si aliena la simpatia di tanti laicisti che pure, su altri temi, lo ammirano. I pastori italiani, allora, non possono essere, per esempio, equidistanti tra chi difende la famiglia “naturale” (che, in Italia, significa anche la famiglia costituzionale) e chi questa famiglia la vuole distruggere in vario modo. I “ministri” cattolici dovrebbero avere il coraggio di stare dalla parte di chi difende le cose giuste, semmai correggendo, come esponenti della Chiesa “mater et magistra”, eventuali sbavature dei difensori della famiglia. Ma stando dalla loro parte, come avrebbe fatto il cardinale Federigo dei Promessi sposi.

Il secondo aspetto che mi ha colpito è che se uno il coraggio non ce l’ha, lo può chiedere al Signore, che può tutto e che ha raccomandato ai discepoli di non preoccuparsi delle parole da dire per testimoniare la verità del Dio incarnato, perché lo Spirito stesso le suggerisce se glielo si chiede. Ed allora, dobbiamo tutti essere meno “politici” e “sociologici”, ma affidarsi di più al criterio di Cristo, chiedendolo. Altrimenti, anche i “ministri” finiscono, come don Abbondio, con affidarsi alle proprie paure, che poi sono quelle indotte dal “mondo”, dal “secolo” direbbe Federigo.

Il terzo aspetto che vorrei sottolineare sta nel fatto che, di fronte al pavido Abbondio, il cardinale ha la forza di riferirsi addirittura al coraggio (chiesto a Dio) dei martiri “confidenti”. Probabilmente, se i laici cattolici e le autorità cattoliche tenessero più presenti le testimonianze dei martiri che, anche nei nostri giorni, stanno versando il sangue per non tradire Cristo, non avrebbero più paura di proclamare la presenza di Cristo nella storia e di tutelare, senza tentennamenti, coloro che, con i poveri mezzi a disposizione, tentano di salvare dei valori umani e cristiani(come quello della famiglia), che servono a far vivere meglio l’intera società. E capirebbero che il martirio, nei nostri Paesi occidentali, ha la forma del mettere a tacere i cristiani, con tutto ciò che deriva dalla loro esperienza.

Penso che molti cattolici italiani, a tutti i livelli, dovrebbero leggere o rileggere i capitoli 25 e 26 dei Promessi sposi. A me è servito molto.

Peppino Zola