Afghanistan. «Una pace zoppa per una guerra mai vinta»

Il ritiro completo delle truppe, le trattative con Kabul, l’«emirato islamico dell’Afghanistan». I tanti punti interrogativi dell’accordo tra Trump e talebani

Dopo la firma dell’accordo di pace a Doha tra Stati Uniti e talebani, il presidente Donald Trump ha avuto una «conversazione molto buona» con il mullah Baradar Akhund, vicecapo politico dei guerriglieri talebani. «Nessuno dovrebbe criticare questo accordo dopo 19 anni», ha detto Trump, aggiungendo che «incontrerò personalmente il leader dei talebani». Ma i commenti negativi non sono tardati ad arrivare.

LE CLAUSOLE DELL’ACCORDO

In base all’accordo, gli Usa ritireranno le proprie truppe e quelle alleate dall’Afghanistan entro 14 mesi. Entro 135 giorni la presenza americana sarà ridotta da circa 13 mila a 8.600 uomini. In cambio i talebani si impegnano a combattere le organizzazioni terroristiche presenti sul territorio (Al Qaeda e Isis) e decise a pianificare attacchi all’estero. Inoltre, entro il 10 marzo cominceranno i colloqui di pace intra-afghani, preceduti da un maxi scambio di prigionieri: 5.000 talebani circa saranno liberato in cambio di 1.000 forze afghane.

L’obiettivo di Trump è porre fine a una guerra, cominciata nel 2001 in seguito all’attacco dell’11 settembre alle Torri gemelle, durata oltre 18 anni e che ha causato la morte di 31 mila civili, 80 mila circa tra soldati e militanti afghani, oltre 3.500 militari della coalizione guidata dagli Usa, tra i quali 54 italiani. Il presidente americano vuole anche tenere fede alla promessa fatta al suo elettorato di riportare a casa i soldati americani impegnati in guerre lontane.

«TRUMP CAPITOLA DAVANTI AI TALEBANI»

Susan Rice ha scritto ieri un articolo fortemente critico dell’accordo sul New York Times. In quanto consigliere per la sicurezza nazionale negli Usa dal 2013 al 2017 durante il secondo mandato di Barack Obama, la sua opposizione a Trump non può stupire. Ma Rice solleva alcuni punti interessanti. Pur riconoscendo l’importanza di qualsiasi processo di pace e salutando come positiva la recente riduzione della violenza di circa l’80 per cento a causa dei colloqui (e che dopo i colloqui sembra già finita), non accetta che gli Stati Uniti abbiano abbandonato l’opposizione per ragioni di principio «a negoziare direttamente con i talebani senza il nostro alleato chiave, il governo afghano».

Come se questo non bastasse a diminuire il potere negoziale del governo afghano, che dovrà trattare con i talebani, la decisione di organizzare lo scambio dei prigionieri «prima dell’inizio dei negoziati non farà che diminuire ulteriormente quella poca credibilità che ancora aveva il presidente Ashraf Ghani». Non a caso Ghani ha recentemente dichiarato che non intende rilasciare prigionieri prima di aver ottenuto precise garanzie dai talebani.

Siccome, inoltre, prevedibilmente l’accordo non vedrà la luce prima di mesi «se non anni», «l’abbandono dell’Afghanistan da parte delle truppe americane, insieme all’eliminazione delle sanzioni, non farà che diminuire la forza e l’influenza degli Stati Uniti a favore di quella dei talebani». Il «trionfo diplomatico» rivendicato da Trump non è altro per Rice, in sintesi, che «una capitolazione davanti ai talebani».

LA PACE «ZOPPA»

Anche Franco Venturini, sul Corriere della Sera, ha parlato di «pace zoppa». Questa non è «la pace degli afghani, che si sono battuti con enormi perdite a fianco degli occidentali e che ora sono stati esclusi dai negoziati», e non è nemmeno la pace «delle popolazioni urbane» che potrebbero presto ritrovarsi a vivere in quello che i talebani ai negoziati hanno chiamato «Emirato islamico dell’Afghanistan». Un progetto da realizzare nel «futuro anche prossimo».

Certo, prosegue Venturini, se i talebani non rispetteranno i patti Trump ha detto di essere pronto a tornare in Afghanistan. «Ma non è immaginabile che il Trump che conosciamo, oppure un Trump rieletto a novembre, oppure ancora un suo successore, vogliamo ri-coinvolgere l’America in una guerra afghana. Per questo i talebani fanno fatica a non gridare vittoria, oggi».

Questa è una pace «singolare», conclude Venturini, «che non ha stabilito nemmeno un cessate il fuoco ma soltanto una “riduzione della violenza”», degno finale di una «guerra che non si è riusciti a vincere».

Foto Ansa