«Alla fine il voto dell’Irlanda silenziosa farà la differenza»

Viaggio tra i militanti del Sì e del No per il referendum sull’ottavo emendamento. Reportage da Dublino nel giorno del voto

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DAL NOSTRO INVIATO A DUBLINO (IRLANDA). «A livello nazionale la partita non è affatto chiusa. I sondaggi che circolano sono quelli precedenti ai dibattiti televisivi, che ci hanno permesso di recuperare molti consensi. Anche qui a Dublino limiteremo i danni e raccoglieremo molti consensi, e grazie ai voti delle altre contee possiamo ancora sperare in una vittoria di misura. L’impressione che si ha nella capitale di una prevalenza generalizzata del “Sì” nell’opinione pubblica e nella militanza di strada è fallace: se viaggia nell’interno scoprirà che ci sono molte località dove esiste solo il comitato per il No. A livello nazionale i nostri volontari impegnati sul territorio sono molto più numerosi di quelli del Sì. Alla fine il voto dell’Irlanda silenziosa farà la differenza». Anne Murray è di Cork, madre di tre figlie, ed è entrata nel mondo dei pro-life nel 2012, quando il dibattito sull’introduzione dell’aborto legale in Irlanda si è riacceso; in poco tempo è diventata una responsabile nazionale di Pro Life Campaign (Plc), incaricata dei rapporti coi media, e si è trasferita a Dublino per l’ultimo mese della campagna. Il suo ottimismo contrasta in modo stridente col colpo d’occhio del centro della capitale: il bilancio di una passeggiata sulla direttrice est-ovest di un chilometro e mezzo dalla casa di Oscar Wilde in Merrion Square alla cattedrale di San Patrizio è di 40 persone che ostentano il distintivo del Sì (quasi tutte giovani donne e qualche giovanotto) e 1 sola che mostra quello del No; tre punti di distribuzione del materiale propagandistico del Sì e uno solo del No; un camion-vela parcheggiato su di un lato di St. Stephen’s Green con la riproduzione della scheda referendaria votata sul “Sì” e la scritta “Care in Ireland for women in Ireland”, mentre il No non dispone di nulla di paragonabile.
I militanti dei due campi sanno il fatto loro. Sean, 19 anni e un anellino alla narice destra, spiega il suo Sì: «Non voterò per qualcosa, ma per qualcuno: per le mie sorelle, per i miei amici, per le donne che non possono permettersi un viaggio in Inghilterra, e per il mio cugino di quattro anni perché possa crescere in un paese dove chi resta incinta viene rispettata. L’ottavo emendamento è una catena che tiene legata chi ha un utero a un paese che non esiste più». Anche Roísín ha 19 anni ed è studentessa universitaria. Voterà convintamente No: «La nostra società sara giudicata da come protegge i più deboli e vulnerabili e da come si prende cura delle madri in difficoltà. Se aboliamo l’ottavo emendamento, non ci sarà più nessuna protezione costituzionale per i non nati e questo sarebbe profondamente ingiusto. Abbiamo bisogno di leggi che proteggano i diritti umani e creino una società in cui vivere tutti più sicuri. L’ottavo emendamento è una di queste leggi salvavita: ogni anno salva almeno 5 mila vite. Dobbiamo proteggerlo».
Uno degli argomenti su cui la campagna per il No ha puntato di più è proprio quello delle vite salvate grazie alla salvaguardia costituzionale anti-aborto. Oltre alla consueta informazione scientifica volta ad avvalorare la natura di vita umana individuale del feto («a tre settimane dal concepimento il cuore del bambino pulsa, a quattro si formano il viso e il cervello, a cinque si sviluppano le mani e i piedi, a sei si aprono gli occhi, a nove il bambino può scalciare, sbadigliare e ingoiare, a undici risponde al contatto fisico, a dodici si succhia il pollice»), la campagna per il No ha cercato di dimostrare che effettivamente l’ottavo emendamento ha permesso di nascere a migliaia di esseri umani che con una legge diversa sarebbero stati abortiti. Tesi apparentemente ardua da dimostrare, quando si considera che la legge irlandese non ha proibito e cercato di punire i viaggi all’estero delle donne che si recavano fuori dall’isola per mettere fine a una gravidanza (pare siano state 170 mila dal 1983 ad oggi) o che chiedevano informazioni sulle cliniche che effettuavano aborti in Inghilterra. Teoricamente la si sarebbe potuta difendere offrendo i dati statistici che rivelano che il tasso di fecondità irlandese è il secondo più alto d’Europa con 1,94 figli per donna (ma al primo posto c’è la Francia con 1,96, paese dove l’aborto è permesso). Ma Plc e Save the 8th hanno portato davanti alle telecamere o messo in risalto sui loro siti internet donne che dichiarano di aver rinunciato a un aborto deciso in un primo momento grazie all’ostacolo rappresentato dall’impossibilità di effettuarlo in Irlanda. Nella pausa fra la decisione e i passi necessari per renderla operativa all’estero molti hanno parlato con familiari, amici e associazioni specializzate (come la cattolica Cura e altre) e hanno deciso di tenere il bambino.
Sulla pagina web di loveboth.ie Ruth, Maria, Emma, Jeessica, Carina madre di Benjamin, un bambino con la sindrome Down, raccontano di avere attraversato profonde crisi per le loro gravidanze impreviste, e che l’esistenza dell’ottavo emendamento le ha frenate quel tanto che bastava per non cedere alla tentazione dell’interruzione. Carina attira l’attenzione sul fatto che l’abrogazione della salvaguardia costituzionale anti-aborto porterà a un cambiamento culturale come si è visto in altri paesi europei: i portatori di handicap saranno discriminati al momento della diagnosi prenatale e condannati a non nascere: in Gran Bretagna il 90 per cento dei bambini con sindrome Down vengono abortiti, in Danimarca quasi il 100 per cento. Victoria, una ragazza francese naturalizzata irlandese che fa campagna per il No consapevole del fatto di essere viva grazie alla travagliata decisione di sua madre di portare avanti una gravidanza che tanti le consigliavano di interrompere, riassume tutta la faccenda in uno slogan: «Io sono qualcuno, non sono la scelta di qualcuno».
L’insistenza sul fatto che l’ottavo emendamento avrebbe salvato 100 mila vite dal 1983 ad oggi serve a controbattere la propaganda abortista secondo la quale le donne irlandesi non ricevono cure mediche adeguate quando sono incinte a causa dell’emendamento anti-aborto (ma la mortalità materna irlandese è più bassa di quella del Regno Unito e degli Usa, paesi abortisti, con 8 decessi ogni 100 mila nati contro i 9 decessi del Regno Unito e i 14 degli Usa) e che una mezza dozzina di loro ha perso la vita per lo stesso motivo. Il caso più noto è quello di Savita Halappanavar, 31enne di origine indiana morta a causa di una setticemia alla 17esima settimana di gravidanza perché i medici tardarono a intervenire, in quanto il feto era ancora vitale. Le inchieste sull’accaduto hanno evidenziato soprattutto negligenza medica, e in un patteggiamento la famiglia ha ricevuto dal sistema sanitario irlandese una cifra non precisata (ma a sei zeri) di indennizzo. Tuttavia il professore Arulkumaran che ha guidato un’inchiesta ufficiale indipendente sul caso, la famiglia di Savita e i grandi media hanno sostenuto dall’inizio fino ad oggi che la donna è stata una vittima dell’ottavo emendamento. Sta di fatto che il suo caso, risalente al 2012, è stato decisivo nel riaprire il dibattito sull’aborto in Irlanda.
La campagna per il Sì, oltre a enfatizzare il caso Savita, ha fatto ricorso soprattutto alle testimonianze di donne diagnosticate con gravi malformazioni dei bambini che portavano in grembo o con patologie che comportavano la morte certa del figlio al momento della nascita o poco dopo, e che non hanno potuto abortire o l’hanno dovuto fare all’estero. Se valgono i dati del Regno Unito, questi casi rappresentano statisticamente il 3 per cento di tutte le interruzioni di gravidanza, che per il 97 per cento riguardano bambini sani. Ma i fautori del No hanno ampiamente sfruttato questi casi pietosi per promuovere la loro agenda. Questa tattica ha provocato la reazione di persone come i coniugi Anne e Liam Mulligan, che nel 2006 ebbero un figlio malato di trisomia 18, che sopravvisse due mesi. «Il concetto che fa coincidere un bambino con la diagnosi della sua malattia, e che stabilisce che egli può essere ucciso a motivo di tale patologia, ci riporta al tempo in cui una persona era per natura uno schiavo a causa del colore scuro della sua pelle», ha detto Liam Mulligan. «L’individuo che era nostro figlio ha avuto una vita, e anche se è stato solo una piccola persona per soli due mesi, ha vissuto una vita davvero piena e per la sua stessa condizione ha portato tantissime persone a entrare in relazione con noi».

Foto Ansa

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