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Aborto in Lombardia. Gori sbaglia a fare i conti

febbraio 19, 2018 Rodolfo Casadei

Il programma del candidato del Pd alla Regione è all’insegna dell’ideologismo spinto. Ma le sue affermazioni sono smentite dai dati

L’abortismo che connota il programma elettorale del candidato del Pd alla presidenza della Regione Lombardia, Giorgio Gori, è della varietà ideologica spinta. Quella cioè che non prende in considerazione la realtà così com’è, ma la legge con le lenti di un pregiudizio che si ostenta all’occhiello per farsi riconoscere da quelli di una certa tribù, in patria e soprattutto all’estero.

Si legge nel programma del candidato Gori che «per le donne che decidono di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) in base alla legge nazionale 194 del 1978, il percorso è molto difficoltoso e dal Governo Formigoni a quello Maroni nulla è cambiato. La percentuale media dei ginecologi obiettori di coscienza è del 68% e, per sopperire, i pochi professionisti non obiettori coprono a rotazione più presidi ospedalieri spostandosi, oppure le Aziende sono costrette a ricorrere a medici gettonisti esterni pagati a prestazione. (…) Di contro, nulla viene fatto per prevenire il ricorso all’interruzione di gravidanza per le donne extracomunitarie (40% delle Ivg) e per le giovanissime sotto i 20 anni. Proposte: ● Campagne di informazione e sensibilizzazione, anche tradotte in più lingue, per prevenire le maternità indesiderate presso i consultori familiari e promozione di corsi di educazione alla affettività e alla sessualità in tutte le scuole medie inferiori e superiori. ● Assunzione di medici ginecologi non obiettori tramite concorso ad hoc per assicurare la piena applicazione della legge 194/78 in tutti gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate, così come citato espressamente dalla legge».

Accuse di questo genere sono state in passato rivolte all’Italia da organizzazioni abortiste internazionali che hanno portato il nostro paese sul banco degli imputati al Consiglio d’Europa, col solo risultato di essere sbugiardate dalle risultanze. Nel 2012 I’International Planned Parenthood Federation – European Network (IPPF EN) ha depositato un reclamo collettivo (87/2012) contro l’Italia presso il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa, ma il 30 aprile 2014 il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, preso atto delle relazioni e delle audizioni, ha adottato una risoluzione che ha segnato la chiusura, in senso favorevole all’Italia, del reclamo collettivo. Nel 2013 è stata la volta della Cgil a inoltrare un reclamo simile a quello della IPPF dell’anno prima. Esso è stato parzialmente accolto dal Comitato per i Diritti Sociali il 12 ottobre 2015. Il Comitato non aveva potuto leggere la relazione aggiornata sull’attuazione della legge 194 presentata al parlamento italiano il 26 ottobre successivo. Quando ha potuto prenderne visione, non ha potuto non «accogliere gli sviluppi positivi».

La Relazione del ministro della salute Beatrice Lorenzin (che, ricordiamolo, corre alle elezioni politiche del 4 marzo con una lista alleata al Pd) sulla attuazione della legge 194, basata sui dati definitivi al 31 dicembre 2016 e presentata in Parlamento il 22 dicembre scorso, smentisce quanto asserito da Gori.

In Lombardia si praticano interruzioni della gravidanza in 62 delle 97 strutture con reparto di ostetricia e/o ginecologia esistenti, pari al 63,9 per cento di tutte le strutture. Si tratta di un dato superiore alla media nazionale (che è del 60,4 per cento) e anche a quello di regioni “rosse” come il Lazio (48,8 per cento), la Campania (24,1) e a quel tempo la Sicilia (51,7 per cento). Quanto al carico di lavoro per medico non obiettore, con 2,7 interruzioni di gravidanza alla settimana nel 2015 (ultimo dato disponibile) in Lombardia è certamente superiore alla media nazionale di quell’anno (1,3), ma inferiore a quello di regioni “rosse” come il Lazio (3,8) e la Puglia (3,0). Tuttavia se andiamo a vedere, con dati del 2016, qual è il carico di lavoro massimo settimanale di un ginecologo non obiettore in una struttura lombarda, scopriamo che è solo 1,8, molto meno del carico di lavoro massimo che si incontra in regioni dove nel 2015 la media delle interruzioni per ginecologo non obiettore risultava più bassa: in Emilia-Romagna si arriva a 8,5, in Veneto a 7,5, in Toscana a 3,1, nelle Marche a 6,3, in Umbria a 4,1, in Sicilia a 18,2, ecc.

Per quanto riguarda il tema della prevenzione delle recidive dell’aborto, i dati sembrano smentire quel che il programma di Gori enuncia: insieme alla Provincia di Trento, la Lombardia è l’unica regione d’Italia che ha inviato i dati relativi alle attività di tutti i consultori familiari per le Interruzioni di gravidanza. Il 100 per cento dei 241 consultori familiari ha risposto alle richieste di monitoraggio delle loro attività. In Emilia-Romagna ha risposto solo il 60 per cento, in Toscana il 75, nel Lazio l’80 per cento, in Campania il 25. La Lombardia è l’unica regione d’Italia dove il numero di controlli post-Ivg è più alto del numero dei certificati per Ivg rilasciati. Spiega il documento formulato dal governo Gentiloni: «Si osserva inoltre che l’attività effettuata per quanto riguarda i controlli post Ivg è minore rispetto a quella dei colloqui e anche dei certificati rilasciati, segno che è necessario ancora puntare su una migliore integrazione ospedale-territorio. Tuttavia in Lombardia i colloqui post Ivg sono maggiori dei certificati rilasciati, un dato che potrebbe indicare che spesso negli ospedali in cui si sono effettuate le Ivg è efficace il suggerimento per un colloquio post-Ivg in consultorio, più adeguato rispetto alle strutture ospedaliere a effettuare azioni di sostegno e counselling personalizzato e costante, nel tempo. La consulenza post-Ivg è una buona occasione di promozione per una procreazione responsabile, pertanto sarebbe importante promuoverla e implementarla ulteriormente». (p. 58 della Relazione)

Infine la vexata quaestio degli obiettori: in Lombardia lo sono il 67,6 per cento dei ginecologi, cioè un valore inferiore a quello nazionale che è del 70,5 per cento. In altre regioni dell’Italia del nord e dell’Italia centrale sono molto più numerosi: l’83,1 per cento nella provincia autonoma di Bolzano, il 77 in Veneto, il 73 in Umbria e il 77,5 in Lazio. Sarebbe ora di smettere di demonizzare quella che è una scelta consacrata dalla legge e il cui fondamento la Corte costituzionale ha esaltato in una famosa sentenza: «A livello dei valori costituzionali la protezione della coscienza individuale si ricava dalla tutela delle libertà fondamentali e dei diritti inviolabili riconosciuti e garantiti all’uomo come singolo, ai sensi dell’art. 2 della Costituzione, dal momento che non può darsi una piena ed effettiva garanzia di questi ultimi senza che sia stabilita una correlativa protezione costituzionale di quella relazione intima e privilegiata dell’uomo con se stesso che di quelli costituisce la base spirituale-culturale e il fondamento di valore etico-giuridico. (…) la sfera di potenzialità giuridiche della coscienza individuale rappresenta (…) un valore costituzionale così elevato da giustificare la previsione di esenzioni privilegiate dall’assolvimento di doveri pubblici qualificati dalla Costituzione come inderogabili (cosiddetta obiezione di coscienza)» (sentenza 467/91).

Foto Ansa

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